Esse - una comunità di Passioni

1. Transizione.

In questi trenta mesi il sistema ha creato una suggestione (la leadership vincente e invincibile di Renzi) e oggi la sta sgretolando. Di fronte a noi molti scenari diversi e una strada alternativa: quella che possiamo concorrere a determinare.

Scopri di più

Non sappiamo quanto durerà l’attuale quadro politico, cosa accadrà nelle urne del referendum costituzionale, quali saranno le conseguenze del voto sul quadro nazionale. È certo invece che ciò che in molti avevano giurato sarebbe stato l’inizio di un nuovo ventennio appare oggi – a distanza di soli trenta mesi dall’insediamento dell’esecutivo – un governo fragile e pieno di contraddizioni. Il matrimonio tra i poteri forti e il Partito della Nazione è andato rapidamente in crisi. Così la luna di miele con il Paese. Siamo nel vivo di una vera e propria transizione, dentro un cambio di fase. In trenta mesi il sistema economico, politico e massmediatico ha creato l’ennesima suggestione di leadership vincente, quasi invincibile, e oggi la sta sgretolando. L’investimento personale da parte del presidente del Consiglio sul referendum costituzionale, una vera e propria scommessa, rischia di trasformarsi in un azzardo fatale. Per questo è ora costretto a una mossa del cavallo, a un cambio di passo, il cui esito è imprevedibile. Bisogna essere pronti a ogni soluzione, pronti a interpretare la direzione che imboccherà la transizione. In una cosa Renzi ha ragione: in questo momento egli si trova nella condizione oggettiva di influenzare pesantemente il destino del Paese. Sbaglia nel valutare univocamente questo destino, perché dopo di lui non ci sarà il diluvio. Dopo di lui possono aprirsi scenari molto diversi. Una fase 2 del renzismo, per esempio: il cambio di passo che egli auspica, ma che rimarrebbe interno alla progressiva e via via definitiva subalternità del centrosinistra italiano ed europeo al pensiero neo-liberale praticata ed esibita negli ultimi vent’anni. Oppure un nuovo governo tecnico o di larghe intese. Oppure ancora un’uscita dalla transizione da destra (con una delle diverse sfumature della destra italiana). O, ancora, il trionfo del Movimento Cinque Stelle, di un populismo sgrammaticato e pericoloso ma pur sempre percepito come un’alternativa possibile anche da pezzi consistenti dell’elettorato storico della sinistra. Quel che noi sosteniamo è che può rendersi disponibile anche un’altra strada: quella che noi possiamo concorrere a determinare. Si tratta di capire se riusciremo nei prossimi mesi a non farci schiacciare dai colpi di coda del renzismo (di ciò che sopravviverà da vincitore o da sconfitto alla transizione di questi mesi) e – allo stesso tempo – dall’eterno ritorno del rigurgito minoritario, che ci destinerebbe ancora nell’angolo a commentare le dinamiche che ci vedono esclusi.

Chiudi

2. La Partita

Vogliamo riaprire la partita e cambiare l’Italia. Per questo dobbiamo battere Renzi e costruire un campo progressista più vasto di cui essere il perno.

Scopri di più

Perché la domanda che dobbiamo porci è precisamente questa: se la conquista del governo per i prossimi cinque anni è ambizione che interessa soltanto i tre poli dominanti, per come attualmente sono configurati; oppure se tocca e stimola anche la sinistra, nelle sue diverse articolazioni, culturali, politiche e sociali. Noi pensiamo che il governo si stia assumendo una responsabilità catastrofica per il Paese, rischiando di ridurre il più grande partito del centrosinistra italiano a terza forza politica. La responsabilità che si sta assumendo è quella di consegnare l’Italia a una contesa tra una rinnovata alleanza di destra (nella quale convivono la destra eversiva e la destra moderata) e il populismo nazionale del Movimento 5 stelle. Questo esito va scongiurato, non soltanto perché significherebbe accettare un epilogo della transizione drammatico per il Paese e le sue fasce più deboli. Ma anche perché impedirebbe di fatto alla sinistra di assolvere il compito storico che crediamo le spetti: governare e dirigere la trasformazione nei prossimi vent’anni. Ciò che ci interessa è la direzione, il senso di marcia dell’Italia di fronte a sfide clamorose ed epocali (i fenomeni migratori, il fallimento delle politiche neo-liberiste sul piano della diffusione del benessere a tutti gli strati sociali, la crisi del processo di integrazione europea). Non ci interessa rimanere a guardare, teorizzando l’esistenza di compatibilità inviolabili come alibi autoassolutori. Vogliamo riaprire la partita e cambiare l’Italia. Per questo dobbiamo svelare le debolezze del renzismo e tornare a costruire un campo progressista più vasto di cui essere il perno.

Chiudi

3. Non si torna indietro.

Renzi non è un marziano e neppure una parentesi, chiusa la quale si torna al piccolo mondo antico. Il campo progressista che dobbiamo costruire è un progetto da ripensare completamente. La chiave di volta è nel binomio dell'alternativa e del governo. Autonomi e alternativi, ma con una cultura e un'ambizione di governo.

Scopri di più

Non si tratta di favorire il ritorno al vecchio Pd. Va detto chiaramente per non ingenerare equivoci: Renzi non è un marziano e neppure una parentesi, chiusa la quale si torna al piccolo mondo antico. Non da oggi pensiamo che l’attuale segreteria nazionale del Partito democratico sia invece il naturale prodotto di un lungo ventennio segnato dalla progressiva perdita della propria autonomia culturale da parte della sinistra riformista. Essa è il punto di arrivo più estremo ma anche più coerente dell’illusione, coltivata con la terza via, di poter gestire in maniera solo più compassionevole le politiche economiche neo-liberiste. È l’epilogo di una lunga sconfitta, che ha le radici addirittura nell’incapacità di cogliere il senso profondo del cambio di fase determinatosi tra l’Europa e gli Stati Uniti nella prima metà degli anni Ottanta. Per questo non è sufficiente pensare di chiudere la parentesi e tornare indietro, come se niente fosse. È urgente ripensare tutto, cambiare da cima a fondo il paradigma: nei programmi, nei valori, nei riferimenti sociali, nello sguardo internazionale e di sistema, nei gruppi dirigenti che si sceglieranno. La chiave di lettura per noi è nel binomio dell’alternativa e del governo. I due fattori sono inscindibili. Autonomi e alternativi a questo sistema politico ed economico, a questo modello di sviluppo. Ma con una cultura e un’ambizione di governo, al di fuori di ogni paura minoritaria, di ogni pulsione residuale e di testimonianza, di ogni fuga dalla realtà. La stella polare vive già oggi nel corpo a corpo con le politiche d’austerità e la grande coalizione neo-liberale in molti Paesi europei: dalla Grecia al Portogallo alla Spagna. Vive già oggi in quella contesa. Le nostre attuali difficoltà dimostrano non l’impossibilità della sfida per il governo dell’Europa ma solo la nostra arretratezza che determina rapporti di forza complessivamente sfavorevoli. È tempo di tornare a contare per vincere.

Chiudi

4. Europa.

Tra l'incudine e il martello: sia il mantenimento di questa Unione Europea sia la sua rottura unilaterale da parte di alcuni Paesi non garantisce alcuna salvezza né avanzamento per i ceti subalterni.
La sfida è cambiare i rapporti di forza, proponendo un modello sociale europeo completamente nuovo, un progetto che rimetta al centro il demos e cacci ai margini le élites tecnocratiche.

Scopri di più

A questa altezza ci giochiamo il futuro, qui – nel nostro Continente – si colloca lo scontro di civiltà tra equità sociale e giungla neo-liberale. L'esito e le modalità di questa sfida non sono dati: se dentro le attuali linee del mercato unico non esiste salvezza per i popoli mediterranei, la rottura unilaterale dell'Unione da parte dei singoli Paesi non fornisce alcuna garanzia di avanzamento per i ceti subalterni. Il tentativo di Tsipras di convocare ad Atene i capi di governo dei Paesi del sud Europa, per definire una piattaforma comune anti-austerity richiama all'esigenza di strade tanto pragmatiche quanto poco ortodosse. La sfida è cambiare i rapporti di forza, proponendo un modello sociale europeo completamente nuovo sia attraverso la guida di nuovi organismi e nuove istituzioni pienamente democratici, sia conquistando passo dopo passo il governo dei singoli Stati. Insediare le sinistre al timone dell’Europa, cambiarne completamente regole e direzione di marcia. Si tratta di pensare a un nuovo eurosocialismo, a un progetto politico continentale che rimetta al centro il demos e cacci ai margini della politica le élites tecnocratiche. Per farlo è essenziale una architettura istituzionale diversa da questa e compatibile con la democrazia. Quindi, una riforma radicale dei trattati, una vera Costituzione europea, la riforma della Banca Centrale e dei suoi obiettivi, un Parlamento con pieno potere legislativo e nuove regole che normino i rapporti tra questo e la Commissione. Dentro questa impalcatura, poi, una inversione radicale sul terreno della politica economica che superi le rigidità dei vincoli germanocentrici, che ponga un argine agli assurdi e crescenti squilibri commerciali e finanziari fra centro e periferia europea, che provveda all’introduzione di un salario minimo comune e a una comune forma di sostegno al reddito e di accesso al welfare, così da allineare gli interessi fra Paesi a una auspicata e più uniforme tensione alla piena occupazione. A tal fine, si rende indispensabile un grande piano di investimenti pubblici e per il lavoro: le sofferenze da cui è afflitto il sistema bancario italiano sono la cifra di una politica industriale miope, che ha costretto all'insolvenza interi comparti produttivi. Queste sofferenze, a loro volta, si inseriscono in un quadro europeo gravato dal peso di banche sistemiche e perciò considerate troppo grandi per fallire, caratterizzate da bilanci disastrati: la nazionalizzazione parziale o totale di taluni istituti deve essere inserita nell’agenda politica comunitaria, oggi ingessata nella polemica fra chi si limita a sostenere il salvataggio pubblico e quanti rivendicano gli accordi sull’unione bancaria. Bisogna dunque rovesciare il paradigma dei debiti pubblici nazionali, risolvendo gli intollerabili squilibri fra Paesi con eccesso di risparmio (con istituti bancari propensi a speculazioni rischiose) e Paesi soffocati da interessi eccessivi sul debito pubblico, capovolgendo in principio il ruolo di guardiano incatenato cui oggi è destinata la Bce.

Chiudi

5. Populismo vs politica.

Il populismo obbliga alla passività, la politica esalta il protagonismo dei corpi sociali. La nostra sfida è ricostruire la sinistra, con la politica e non tramite il populismo, nella lotta contro le diseguaglianze, per una società giusta, libera, democratica.

Scopri di più

Al centro il demos, ai margini le élites. Ma attraverso la politica e non per la via breve del populismo. Su questo terreno non sono consentite ambiguità: ne va della solidità del nostro profilo e soprattutto delle prospettive democratiche dei processi che inaugureremo. Populismo e politica (la politica che oggi non c’è, ma che va ricostruita) sono, in Europa, categorie e realtà tra loro incompatibili. Il primo disconosce i corpi intermedi, le articolazioni della società civile, la complessità del tessuto sociale, affidandosi al rapporto diretto tra il basso (un basso omogeneo, incorrotto, privo di contraddizioni) e il capo carismatico. Per farlo ha bisogno di semplificazioni, suggestioni evocative. La seconda invece può compilare la nuova radiografia del presente, costruire connessioni e alleanze e soprattutto rimettere al centro il popolo come insieme ordinato di segmenti sociali nella prospettiva di una società trasformata. Per questo conosce la dimensione della complessità e sa decodificarla. Il populismo obbliga alla passività, la politica esalta il protagonismo dei corpi sociali, chiamando le persone a un impegno e a una critica quotidiana. La nostra sfida è ricostruire la sinistra, con la politica e non tramite il populismo, nella lotta contro le diseguaglianze, per una società giusta, libera, democratica.

Chiudi

6. Quale potere.

Non si tratta di dare rappresentanza a taluni soggetti sociali, ma consentire alle classi subalterne la conquista quotidiana e permanente del potere, attraverso la promozione di processi democratici che rendano progressivamente protagoniste le persone all’interno della loro vita quotidiana. Trasformare le classi subalterne in classi dirigenti: questo il nostro compito.

Scopri di più

Politica e potere sono inscindibili. Se il governo è la forma immediata che può dare avvio alla trasformazione progressiva, il potere è lo strumento della trasformazione radicale, del salto di qualità nel modello e nel modo di produzione. Allora per noi diventa cruciale non limitarci a dare rappresentanza a taluni soggetti sociali, ma consentire a essi la conquista quotidiana e permanente del potere, attraverso la promozione di processi democratici che rendano progressivamente protagoniste le persone all’interno della loro vita quotidiana. Trasformare le classi subalterne in classi dirigenti, si diceva un tempo. Rendere le persone protagoniste del proprio presente, della propria vita e del proprio tempo, diciamo noi oggi. Per questo motivo è essenziale capire le nuove forme della cittadinanza e della subalternità, con l’obiettivo di metterle in dialogo e unificarle all’interno di un nuovo blocco storico capace di svolgere una funzione dirigente. L’obiettivo è quello di un tempo, ma da declinare dentro un mondo che è completamente cambiato. E che è cambiato a maggior ragione laddove il cambiamento è essenziale e tocca il cuore del funzionamento ultimo della società: nella produzione, oggi frammentata, spacchettata nel suo ciclo e divisa verticalmente tra figure contrattuali e condizioni salariali completamente diverse, resa ancella della finanza e schiava della tecnica. Noi non pensiamo che la fine del Novecento abbia trascinato la società europea fuori dalle contraddizioni tra lavoro e capitale, men che meno pensiamo che i processi di globalizzazione economica abbiano liberato l'uomo dal lavoro. Ma pensiamo che la sfida decisiva si vinca ancora a quell’altezza, sebbene dentro le nuove forme della produzione e della cittadinanza. O saremo in grado di ricostruire un'alleanza policentrica tra le tante soggettività in produzione e in formazione – che oggi sono silenziate, immobili, anche perché divise – o saremo sconfitti. Divisi ulteriormente, disintegrati.

Chiudi

7. Democrazia.

Occorre riqualificare la natura e le funzioni delle istituzioni rappresentative e produrne di nuove, a partire dai luoghi di studio e di lavoro. La sfida è riconsegnare nelle mani dei cittadini il potere di scegliere e di decidere. Esattamente il contrario del modello di governance europea con il quale i cittadini sono trasformati in massa di manovra passiva, chiamati a consultazioni sporadiche, mentre le élites dirigono e comandano.

Scopri di più

Non esiste protagonismo di massa senza una struttura realmente democratica dello Stato, della politica e della vita quotidiana. Non è soltanto il tema degli organismi e delle istituzioni formali, men che meno della governance che appassiona i neo-liberali. È il tema dello spazio che, nel 2016 nell’Occidente europeo, può avere il governo democratico dei processi economici. Per noi l’assenza di quello spazio impedisce la democrazia. Crediamo invece in una democrazia sostanziale, che ponga al centro l’autonomia dei corpi sociali, la loro capacità di autogoverno e di autogestione. Per realizzarla, è indispensabile abbattere lo steccato tra politica ed economia eretto dal paradigma liberale, dilatando fin dentro il processo produttivo la carica sovversiva della sovranità popolare. Non si tratta di vagheggiare utopie libertarie, ma neppure di rimanere imbrigliati nell’esistente: occorre riqualificare la natura e le funzioni delle istituzioni rappresentative e produrne di nuove, a partire dai luoghi di studio e di lavoro. Non sembrino discorsi velleitari: viviamo sin dalla seconda metà degli anni Settanta nella bolla della post-democrazia. Meglio: in un’epoca segnata nella nostra parte del mondo dalla lenta e progressiva contrazione degli spazi di democrazia. Non come casualità ma come scelta strategica del grande capitale, per il quale la democrazia, cioè il protagonismo popolare, era diventata sempre più incompatibile con la massimizzazione dei profitti. La sfida è riconsegnare nelle mani dei cittadini il potere di scegliere e di decidere. Esattamente il contrario del modello di governance europea con il quale i cittadini sono trasformati in massa di manovra passiva, chiamati a consultazioni sporadiche, e le élites (politiche ed economiche, fuse tra loro in nome della tecnica e della naturale ineluttabilità delle leggi del mercato) dirigono e comandano. Da questo punto di vista la difesa della Costituzione repubblicana, a maggior ragione in questi mesi di campagna referendaria, non è affatto una battaglia di retroguardia ma è la lotta di chi vuole attuare un programma di estensione delle libertà e degli spazi di protagonismo diffuso che a oggi è rimasto ampiamente disatteso.

Chiudi

8. Il lavoro, prima di tutto.

Il punto di partenza è uno solo: tornare a collocare lo Stato al centro dell’economia e della creazione del lavoro. Pensiamo ad un settore pubblico imprenditore e innovatore, promotore di inizative virtuose, in grado di programmare opere pubbliche necessarie e di pianificare investimenti strategici a sostegno dell’innovazione, della ricerca e della produzione di qualità.

Scopri di più

Da qui si deve ripartire. Dall’urgenza di dotare il nostro Paese, dopo trent’anni, di una politica industriale attiva - e quindi emancipata dagli attuali vincoli europei – e di una strategia nazionale che individui le priorità e determini gli orientamenti, incidendo direttamente anche nella dinamica dell’occupazione.
Il punto di partenza è uno solo: tornare a collocare lo Stato al centro dell’economia e della creazione del lavoro. Sono le articolazioni del settore pubblico a dover svolgere il ruolo di imprenditore e di innovatore, promuovendo iniziative virtuose, programmando opere pubbliche necessarie, pianificando investimenti produttivi strategici a sostegno dell’innovazione tecnologica, della ricerca e della produzione di qualità. Dunque, non uno Stato a sostegno di un’imprenditoria infeconda e parassita, ma una spinta propulsiva attiva in grado di allocare le risorse in maniera efficiente, per una tensione costante alla piena occupazione, da più di due anni stabilmente bloccata a livelli emergenziali, con un numero di disoccupati pari al doppio degli anni precedenti alla stessa. A questo dato si associa una ancor più drammatica situazione salariale della forza lavoro, indebolita da pessime riforme tese a mascherare dietro al mantra della flessibilità nuove forme di vero e proprio sfruttamento: la deregolamentazione nell’utilizzo dei voucher (oltre centodieci milioni emessi nel solo 2015, e un nuovo record per i primi mesi del 2016) è solo l’ultima frontiera della precarietà - o meglio del lavoro nero normato - per una generazione impoverita, ancor più nelle prospettive dal Jobs Act. Il contraltare della precarietà e dello sfruttamento sono l’indigenza e la povertà: undici milioni di persone rinunciano alle cure mediche, mentre cresce il numero di coloro che si rivolgono alle cure private; fra coloro che non possono permettersi il pagamento dei ticket sanitari moltissimi i pensionati: ben 6 milioni di loro percepiscono meno di mille euro al mese. Lo Stato deve garantire una continuità di reddito anche nei periodi di disoccupazione, e un’integrazione laddove l’attuale sistema previdenziale non consenta lo svolgimento di una vita dignitosa: va introdotto un reddito minimo garantito, inteso non come un reddito di sussistenza concesso a pioggia a prescindere dalle condizioni patrimoniali ma come un contributo mirato, legato a politiche attive di reinserimento. Allo stesso tempo, va ripensato complessivamente un sistema di welfare efficace che consenta l’esigibilità del diritto a una vita degna a tutte e tutti, in primo luogo attraverso politiche abitative che rendano inderogabile il diritto alla casa.

Chiudi

9. Qualità della vita, cura della casa comune.

La nostra casa comune, la Terra, è ferita da un modello incompatibile con la vita: con la sua essenza prima ancora che con la sua qualità. La sfida del prossimo secolo – semplicemente decisiva per la salvaguardia della specie umana – è quella della riconversione ecologica del sistema, contro e oltre un modello produttivo obsoleto ed inquinante.

Scopri di più

Il movimento ecologista e, da ultimo, papa Francesco, lo dicono da tempo: la grande crisi che il mondo sta attraversando necessita di risposte strutturali. Le forme sin qui sperimentate sono infatti incompatibili tanto con un'equa distribuzione della ricchezza quanto con la salvaguardia del pianeta. La nostra casa comune, la Terra, è ferita da un modello incompatibile con la vita: con la sua essenza prima ancora che con la sua qualità. La sfida del prossimo secolo – semplicemente decisiva per la salvaguardia della specie umana – è quella della riconversione ecologica del sistema, contro e oltre un modello produttivo obsoleto ed inquinante. Con ogni evidenza non può essere compito dell’industria privata, ma di un governo pubblico e razionale d’Europa e del mondo che si orienti su alcuni obiettivi immediati: la bonifica delle aziende inquinanti; il recupero e il risanamento del patrimonio edilizio esistente, finalizzato all’ottenimento di costruzioni antisismiche, sicure, igieniche, a basso o nullo consumo energetico; l’investimento su approvvigionamenti energetici di derivazione rinnovabile e sul consolidamento territoriale, preservandone gli equilibri morfologici e idrogeologici. Tale prospettiva non potrà che accompagnarsi all'indicazione di stili vita sobri e sostenibili, attenti ai costi sociali ed ambientali che risiedono in ogni merce. Da qui la necessità di insistere non solo sullo smaltimento meno invasivo dei rifiuti di natura industriale, sanitaria e domestica, ma sulla riduzione dei medesimi alla fonte, nonché su un'adeguata differenziazione degli stessi, incentivata attraverso soluzioni premiali.

Chiudi

10. Una società della conoscenza.

La conoscenza e la ricerca sono beni comuni, non privatizzabili e non mercificabili: sono diritti fondamentali e inalienabili. A tutti va garantito il diritto all’istruzione, alla produzione e alla fruizione dei saperi.

Scopri di più

La conoscenza e la ricerca sono beni comuni, non privatizzabili e non mercificabili: sono diritti fondamentali e inalienabili. A tutti va garantito il diritto all’istruzione, alla produzione e alla fruizione dei saperi. Solo l’intervento pubblico può assicurare pluralismo e indipendenza dell’offerta formativa. Le controriforme varate fin dagli anni ’90 e proseguite oggi dal Governo Renzi, seguono un lineare disegno di smantellamento dell’istruzione pubblica a tutti i livelli e ci consegnano un quadro di un sistema impoverito - nelle risorse, nel tempo e nella qualità – di ispirazione apertamente classista. Nostro obiettivo è invertire questa tendenza, anzitutto recuperando i pesanti tagli sin qui operati contestualmente a finanziamenti pubblici, diretti ed indiretti, alle scuole e alle università private, arrestando altresì ogni processo di privatizzazione della pubblica istruzione. Per la scuola primaria è necessario diminuire il numero degli alunni per classe, reintegrare il tempo pieno e eliminare la formula del maestro unico. E’ necessario garantire la scolarizzazione fino al 18° anno di età, combattere l’abbandono scolastico e rispettare la soglia dei 25 alunni e dei 20 in presenza di portatori di disabilità, come condizione imprescindibile per garantire a tutte e a tutti un livello di formazione adeguato all'esercizio di una cittadinanza attiva e consapevole. Per la scuola secondaria di secondo grado è necessario incrementare i fondi destinati al diritto allo studio, così da estendere la platea dei beneficiari, garantendo inoltre la stabilità degli organici a contrasto della discontinuità didattica e della conseguente dispersione scolastica. L’università pubblica, così come indicato in Costituzione, è presidio democratico insostituibile che vive di libera ricerca e libera diffusione dei saperi. Le scelte governative di riassetto del sistema susseguitesi negli ultimi anni hanno, con ogni evidenza, introdotto devastanti elementi di precarizzazione, aziendalizzazione, privatizzazione dell'Istituzione e delle professionalità che la animano, unitamente a una preoccupante interpretazione della valutazione, che vorrebbe subordinare ogni approfondimento a logiche di mercato. A questo disegno va opposto un paradigma radicalmente alternativo. Sarà indispensabile anzitutto un piano pluriennale di investimenti, che adegui il FFO (fondo di finanziamento ordinario) alla media OCSE e lo ripartisca equamente. A un quadro di sostegno materiale certo e di uniformazione degli standard, dovranno accompagnarsi la difesa del valore legale del titolo di studio, lo sblocco del turnover, un piano straordinario per il reclutamento, un incremento del fondo per il diritto allo studio che assicuri copertura borsistica a tutti gli aventi diritto. Infine, una sostanziale riforma degli organismi di autogoverno universitario, che veda i privati esclusi dai finanziamenti e dai processi autenticamente decisionali, consentirà di ricondurre finalmente reclutamento e valutazioni al pubblico interesse.

Chiudi

11. L’umanesimo sociale.

L'umanesimo sociale è lo sguardo sul mondo a partire dalla sofferenza, dal disagio, dalla solitudine, dalla depressione e dall'umiliazione di milioni di persone.
E' la rimessa al centro dell'essere umano ed è l'organizzazione politica del suo riscatto. Collettivo, non individuale. La sinistra c'è solo se si apre alla vita, si riconnette con la nostra fragilità.

Scopri di più

Abbiamo proposto nei mesi scorsi un nuovo paradigma: quello dell'umanesimo sociale. Esso contiene quella che ci appare come una verità molto semplice, ma purtroppo spesso dimenticata: la politica si è scissa dalla vita, occupandosi soltanto di se stessa o, nella migliore delle ipotesi, delle grandi categorie filosofiche, sociologiche, economiche. Ma nel frattempo, al riparo dalle grandi narrazioni astratte e soprattutto a distanza di anni luce dalla politique politicienne vive la sofferenza silenziosa di milioni di nostri concittadini. Aumentano il disagio, la paura, la solitudine create e coltivate da un sistema economico che gioca a separare, a umiliare, a fare confliggere gli esseri umani. È questo modo di produzione nella sua variante neo-liberale, con la tecnica grande alleata della finanza, che fa esplodere le malattie dell’anima, che innesca l’epoca delle passioni tristi. E non esiste sinistra, non può esistere sinistra che sia incapace di guardare al mondo con gli occhi di chi non ce la fa, di chi rimane indietro, di chi è costretto ad abortire o a subire violenze, di chi soffre di disturbi alimentari, di chi non può vivere liberamente sessualità, orientamenti e identità di genere, di chi non può esercitare una piena autodeterminazione sul corpo, di chi anziano vive la propria disperazione chiuso in casa, di chi è disabile, di chi sbarca sulle nostre coste perdendo famiglia, sogni e speranze. Per la nuova sinistra al centro deve tornare a vivere l'essere umano, con il suo corpo, da preservare anche con l’introduzione del reato di tortura e più in generale con il suo corredo inviolabile e intangibile di diritti sociali e diritti civili, riconoscere i quali è fondamentale per rimuovere quei pregiudizi diffusi, come transfobia e omofobia che ancora impediscono l’istituzione del matrimonio egualitario e l’adozione del figlio biologico del partner. L’idea dei corridoi umanitari e dell’accoglienza diffusa, l’idea di una messa al bando delle armi e dello scambio commerciale con le monarchie saudite che finanziano il terrorismo islamista, sono nel nostro programma paradigmatiche di un altro modello di convivenza, di integrazione, di società.

Chiudi

12. Cambio di passo, nuovi gruppi dirigenti.

Gli errori degli ultimi anni sono davanti agli occhi di tutti. Bisogna presentare un nuovo gruppo dirigente, nomi, stili e linguaggi credibili e diversi. Non si tratta di semplice ricambio generazionale o di cooptazione, ma di coinvolgere risorse nuove, a tutti livelli, cominciando con il valorizzare ciò che nei territori ha funzionato in termini di consenso e radicamento.

Scopri di più

Troppo spesso siamo stati reticenti rispetto a un punto che è invece essenziale. Non si tratta della rottamazione, ma del rinnovamento dei gruppi dirigenti. Abbiamo vissuto anni di sconfitte, di errori e anche di fallimenti che hanno coinciso con volti, nomi e biografie precise. Oggi nel Paese, anche in virtù di questi errori, la politica ha perso credibilità, soprattutto a sinistra, dove l'incoerenza o in ogni caso l'incapacità di fare coincidere parole e fatti, ha prodotto disillusione, disorientamento, disamoramento. È allora cruciale, nel Paese e per il Paese, avere il coraggio di mettere un punto e andare a capo: presentare un nuovo gruppo dirigente, nomi, stili e linguaggi immediatamente percepibili come credibili e diversi. Non si tratta di un semplice ricambio generazionale e men che meno dell’eterno meccanismo della cooptazione che filtra personale politico secondo criteri di fedeltà e acriticità. Si tratta di coinvolgere e investire su risorse nuove, a tutti livelli, con diversi gradi di esperienza, cominciando con il valorizzare ciò che nei territori ha funzionato in termini di consenso e radicamento. È per noi un passaggio decisivo. Se il nuovo partito sarà la somma dei singoli o dei singoli gruppi dirigenti che hanno gestito la storia politica delle formazioni della sinistra radicale negli ultimi vent’anni, avremo già perso e saremo esclusi dalla sfida: faremo altro, organizzeremo altro. Non è con l’unità di ex e di post che si costruisce il cambiamento. Occorre un progetto nuovo, una rottura, che per forza di cose passa anche da qui.

Chiudi

13. Un partito nuovo.

Cancellare le forme pattizie, attivare una discussione congressuale che dia sovranità alle persone in carne e ossa nel confronto. Abbandonare la retorica liquida, che tanti guasti ha prodotto in questi anni: la politica è anche presenza, una struttura vera, ramificata territorialmente. Demolire la logica maschile e gerarchica del partito piramidale e scommettere sulla sperimentazione e sull‘innovazione.

Scopri di più

Nei mesi scorsi lo dicevamo con grande nettezza: serve urgentemente un soggetto politico, un partito, che sia un nuovo strumento, autenticamente inclusivo, che sappia investire sui territori rispettandone specificità e autonomia, valorizzano le quali costruire una rete attiva che innervi l’intero paese. Un luogo nel quale, da subito, non vi siano più distinzioni tra coloro che avevano alle spalle esperienze e percorsi diversi. La verità è che Sinistra italiana non è ancora quel soggetto politico, è partita male: affidando a una gestione pattizia la guida del processo politico, congelando per lunghi mesi la democrazia, imponendo dinamiche correntizie e patti di piccolo potere. Anche la piattaforma digitale, strumento importante, attira scarse adesioni e va profondamente revisionato. Abbiamo bisogno di cambiare velocità, di aprire porte e finestre al mondo che c’è fuori. E’ giunta l’ora di metterci un punto e andare a capo!
E per andare davvero oltre servono almeno tre fattori determinanti tanto quanto il cambio della linea politica e il rinnovamento dei gruppi dirigenti a tutti i livelli. Il primo è la cancellazione immediata delle forme pattizie, e l’attivazione di una discussione congressuale che dia sovranità alle persone in carne e ossa nel confronto tra piattaforme e tesi diverse, progetti e contenuti. Il secondo fattore è l’abbandono della retorica liquida, che tanti guasti ha prodotto in questi anni: la politica si fa in presenza, con un partito, una struttura vera, ramificata territorialmente, capace di sovrapporsi al territorio e di insediarsi nel Paese reale. Il terzo è quello decisivo, perché noi pensiamo a un partito di tipo nuovo, non semplicemente a un nuovo partito. Pensiamo che sia arrivato il momento di demolire la logica maschile e gerarchica del partito piramidale, fondato su leadership cesaristiche (oggi, tra l’altro, senza alcun Cesare), e scommettere sulla sperimentazione di innovazioni decisive. Via le cariche monocratiche: gestione collegiale e plurale del partito, a tutti i livelli. Maggiore potere al territorio, che deve cessare di essere il luogo della riproduzione pedissequa delle discussioni interne e generali per diventare luogo di sperimentazione di pratiche di solidarietà, mutualismo, autoassistenza. Prima che dirsi di sinistra serve un partito che faccia la sinistra, aprendo le sue sezioni al mondo: alla sofferenza, alle paure, alle difficoltà ma anche alle passioni e alle energie di chi sente il bisogno di cambiare.

Chiudi

14. Cultura politica: radici e ali.

Serve come l‘aria un punto di vista autonomo sul mondo: ecco la cultura politica, uno sguardo organico, un‘idea di società. Senza dogmatismi e rigidità ma con costanza e precisione. Si pensi alla nostra Storia: siamo orgogliosi delle nostre radici ma non schiavi di schemi e simboli ormai muti.

Scopri di più

A monte di tutto, però, c’è sempre il punto di vista autonomo sul mondo, la cultura politica che ci manca e che servirebbe. Altro che contaminazione ed eclettismo: serve uno sguardo organico e preciso, un’idea di società. Senza dogmatismi e senza rigidità, ma con costanza e precisione. Da questo punto di vista ricordiamo il mito di Enea, che fonda una nuova epica e una nuova civiltà caricando sulle proprie spalle il padre Anchise e prendendo per mano il figlio Ascanio. Radici e ali, senza la fretta di uscire dalla nostra storia (che è la fretta di recidere i valori, di dichiarare morte e sconfitte non tutte le ideologie ma soltanto la nostra) e, allo stesso tempo, senza alcuna nostalgia, anacronismo, quella pigrizia mentale che ci consegnerebbe schiavi dell’eterna riproposizione di schemi e stilemi oggi muti, incapaci di parlare ad alcuno. Guardiamo avanti senza paura, innanzitutto perché abbiamo fiducia nel protagonismo e nell’intelligenza delle nuove generazioni, che si affacciano al mondo e alla politica e scoprono di avere bisogno di cambiare passo. Proprio per questo possiamo coltivare la consapevolezza più piena e più libera di quel che abbiamo alle spalle, di quel che siamo, di quelle che sono le nostre radici. Radici profonde che ci ricordano la scelta di campo, irreversibile, la nostra parte nel mondo. Questo significa provare, finalmente, a fare i conti con il Novecento e con le sue tradizioni politiche. Con spirito laico, cogliendo dall’intera esperienza del movimento operaio novecentesco e dei movimenti di liberazione e riscatto limiti e virtù. Vogliamo trarre i giusti insegnamenti dalla nostra Storia senza rinunciare però alla sfida della trasformazione e della innovazione. Osare pensare alla trasformazione, oggi, significa partire da queste radici ma andare oltre, tenere fermo il punto di vista autonomo sul mondo e cominciare la ricerca, cominciare il cammino.

Chiudi

15. Il mondo.

Tocca a noi pronunciare le parole della pace, dell’autodeterminazione dei popoli, del rispetto verso il credo di ciascuno e del rifiuto di ogni forma di fanatismo che, in nome delle religioni, umilia i popoli, le donne, coltiva l’odio. Tocca a noi alzare lo sguardo e riscoprire il senso di una Sinistra che guardi lontano, non soltanto a Ovest e non soltanto al Nord.

Scopri di più

Un mondo che rischia di esplodere: di diseguaglianze, di guerre, di terrorismo. La pace allora diventa un fatto di coscienza, di giustizia, di libertà, di umanità. Le guerre scatenate nell’ultimo decennio in Medio Oriente, nell’Africa del Nord, persino nel cuore dell’Europa, hanno messo in scena disastri umanitari, inquinando i pozzi della civiltà, del rispetto, della fratellanza tra i popoli. Di questi pozzi inquinati il fondamentalismo, che mostra in questi mesi la sua anima assassina, si nutre. Per questo non vi può essere nell’esaltazione di una presunta superiorità culturale o morale dell’Occidente alcuna risposta al terrorismo. È esattamente il contrario. Tocca a noi pronunciare con coraggio le parole della pace, dell’autodeterminazione dei popoli, del rispetto verso il credo di ciascuno e del rifiuto di ogni forma di fanatismo che, in nome delle religioni, umilia i popoli, le donne, coltiva l’odio. Tocca a noi alzare lo sguardo oltre i confini delle nostre piccole patrie e riscoprire il senso di una Sinistra che guardi lontano, non soltanto a ovest e non soltanto al Nord. Il popolo curdo in lotta contro l’Isis – e le gravi ambiguità di un’Occidente che versa lacrime di coccodrillo mentre vende armi alle monarchie saudite in cambio di petrolio – è il simbolo di un mondo diverso, in marcia verso un destino migliore. Ma a una condizione: che si stabilizzi e si rafforzi il multipolarismo e che Russia e Cina siano parte di una nuova stabilità del mondo. Le guerre commerciali ed economiche degli Stati Uniti e dell’Europa non fanno che pregiudicare il futuro, la coesistenza, il progresso. Una nuova Europa dovrà saperlo, pena la sua stessa implosione.

Chiudi

Scarica la versione stampabile

Share on Facebook38Share on Google+0Tweet about this on Twitter0Pin on Pinterest0Email this to someone