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8 motivi per dire NO alle trivellazioni in Puglia (e in tutto l’Adriatico)

Introiti bassi, fondali profondi, danni all'ambiente, petrolio di scarsa qualità: ecco perché sembra ragionevole opporsi alle perforazioni nell'Adriatico

Il 71% fra tutte le richieste di ricerche di petrolio in mare riguarda la Puglia. Forse è per questo che la Regione è stata fra le più solerti nell’opporsi alle trivellazioni nell’Adriatico, approvando lo scorso 22 settembre, all’unanimità, la richiesta di referendum abrogativi delle parti di “Sblocca Italia” che consentono le perlustrazioni. Tra le Marche e la Puglia sono attive già oggi 21 concessioni di estrazione di idrocarburi, 3 da cui si estrae effettivamente petrolio. Vuol dire 8 piattaforme e 34 pozzi che producono il 30% della produzione in mare italiana. A ciò si aggiungano 20 richieste di permessi di ricerca presentati, 9 dei quali riguardano le coste pugliesi a nord di Bari.

Ma perché opporsi a un’operazione che potrebbe portare maggiori fonti di energia ad un paese deficitario in materia come l’Italia? Con l’aiuto degli studi, delle analisi e delle rilevazioni dei comitati scientifici di Legambiente, siamo in grado di fornire almeno 8 motivi.

1 – La cera non vale la candela

L’Italia per alimentarsi usa il 65% di energia fossile e il 35% di energia rinnovabile. Di quel 65% solo il 7% è estratto nei nostri territori nazionali, il resto lo importiamo. Da ciò si può intuire che l’Italia è molto povera d’idrocarburi nel suo sottosuolo. Alcune stime fanno notare che se il nostro Paese estraesse tutto il petrolio presente nel suo mare e lo utilizzasse per tutte le sue attività, stoppando le importazioni, il liquido si esaurirebbe in 7 settimane. Se a questo si aggiungesse quello estratto a terra, si raggiungerebbero i 13 mesi. La probabilità di trovare idrocarburi, secondo i tecnici, è stimata intorno al 17%. Vale la pena dunque mettere a rischio il turismo pugliese con tutto il suo indotto per quantitativi tanto scarsi?

2 – Il Mediterraneo non è l’oceano

Il suo stesso nome dà l’idea di un mare chiuso, un bacino “fra le terre”. In effetti il Mediterraneo questo è. È stato calcolato che per cambiare tutta la sua acqua attraverso l’unico punto di contatto con l’oceano, lo stretto di Gibilterra, ci vogliono 82 anni. Si immagini cosa questo voglia dire in caso di disastri ambientali a cui l’industria petrolifera ci ha abituati. A ciò si aggiunga il fatto che non esistono perforazioni senza sversamenti. In altre parole, se si buca un giacimento di petrolio, qualcosa in mare si versa per forza. Sono i cosiddetti “sversamenti ordinari” da distinguersi dagli “sversamenti accidentali”. I primi si hanno nel 60% dei casi, i secondi nel 40%.

3 – Fondali profondi

Il fondale dell’Adriatico va immaginato obliquo come l’ingresso di certe piscine: si inizia con l’acqua bassa e si finisce che non si tocca più. Così a largo di Venezia o Rimini il fondale è poco profondo, infatti già oggi lì sono attivi diversi pozzi (111) che operano a una profondità media di 40 metri. Man mano che però si va verso Sud il fondale scende e, nei punti in cui si vorrebbe perforare ora, si toccano i 2000 metri di profondità. Estrarre a tali altezze è pericolosissimo. Il peso dei tubi usati per la perforazione aumenta di molto il rischio di esplosione nei pozzi. Certo, oggi si trivella senza problemi anche a 4000 o 5000 metri, ma ad esempio il disastro nel Golfo del Messico del 2010 è avvenuto per un’esplosione mentre si bucava a 1500 metri.

4 – Ci sono ordigni bellici

Il mare Adriatico, soprattutto il Sud, è pieno di bombe inesplose e ordigni vari della Seconda Guerra Mondiale. Se ne stimano oltre 30.000, di cui 10.000 a nord di Bari, nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone. In quest’area la Nothern Petroleum – compagnia inglese – ha ottenuto 6 concessioni per trivellare. Si potrebbe pensare che bisogna essere molto molto sfortunati per beccare esplosivo avendo tutto un mare a disposizione. Eppure, a riprova del fatto che il rischio è tangibile, in quelle zone è stata interdetta la pesca. Sorge spontanea la domanda: come mai la pesca sì e il petrolio no?

5 – Ci sono faglie sismiche

L’Adriatico è un territorio definito dagli esperti SISMOGENETICO. Le zone sismogenetiche sono porzioni della crosta o del mantello terrestre da cui possono originarsi i terremoti. In sostanza il fondale del mare di fronte alla Puglia è costellato di faglie sismiche. La logica consiglierebbe che non è una buona idea andare a perforare in una zona a rischio, tuttavia sulla connessione fra terremoti e trivellazioni la comunità scientifica è molto divisa. C’è una certa propensione nel dire che in effetti il fracking (la fratturazione idraulica del suolo alla ricerca di idrocarburi) potrebbe essere causa di sismi. L’Italia deve ancora pronunciarsi sulla legittimità di questa tecnica.

6 – Il territorio economicamente non ci ricava niente

Lo Stato guadagna dagli idrocarburi grazie alle royalties, cioè il denaro che le compagnie devono versare per avere il diritto di estrarre il petrolio nazionale. In Italia queste sono fra le più basse al mondo. Ammontano al 7% del valore commerciale del petrolio estratto su terraferma, mentre al 4% del valore del petrolio prodotto in mare (in Norvegia sono al 50%). In caso di regioni ritenute disagiate (ad esempio la Basilicata) questo denaro rimane alla Regione. Ma come vengono quantificate le royalties dovute? La compagnia petrolifera stessa, comunicando quanto ha guadagnato nell’arco dell’anno, calcola quanto le toccherà versare. Lo Stato del resto non ha apparati di controllo, che dovrebbero essere molto sofisticati, per quantificare realmente la produzione.

7 – Danni per i pesci e la pesca

Che ci sia una diretta correlazione fra riduzione del pescato e trivellazioni è oggetto di dibattito. Uno studio commissionato da Assomineraria al centro di ricerche RIE di Bologna afferma ad esempio il contrario. Di contro però è abbastanza pacifico che alcune tecniche di ricerca causino danni a diverse specie marine: così è per la tecnica dell’Airgun. Questa consiste in potenti emissioni di aria compressa ad alta frequenza. Le bolle sparate hanno una portata di 250 decibel. A un km di distanza l’intensità è ancora 150, si tenga conto che un’entità di 120 decibel causa danni irreversibili sull’uomo. I più colpiti sono i cetacei: è praticamente accertata la causalità fra gli spiaggiamenti e l’Airgun. Tutte le autorizzazioni concesse per le ricerche nell’Adriatico prevedono l’Airgun.

8 – La qualità del petrolio

Il petrolio sotto l’Adriatico è classificato col grado 9 della scala internazionale Api: fino a 25 è petrolio pesante, oltre 40 leggero. I petroli migliori sono puri e dunque particolarmente leggeri, mentre quelli pesanti lo sono perché di solito misti a fanghiglia. Petrolio del genere necessita di molto lavoro per essere raffinato e non è detto che gli impianti per farlo siano in Italia. Per queste ragioni, negli anni Settanta, l’Eni di Mattei aveva scartato gli idrocarburi dell’Adriatico perché troppo costoso estrarli e buoni al massimo per l’asfalto stradale.

andrea colasuonno

Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.

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