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Accordo Alitalia: la politica si assuma le sue responsabilità

Si manifesti una scelta coraggiosa e irrinunciabile, discutendo da subito di un piano per la nazionalizzazione della Compagnia

di: Associazione Esse,

26 Aprile 2017

Categorie: Italia, Lavoro, Politica Interna, Società

“L’importante per il Governo non è fare ciò che gli individui stanno già facendo, e neppure farlo un po’ meglio o un po’ peggio; l’importante è fare quanto al momento non viene fatto”.
J. M. Keynes, The End of laissez-faire

Tornerebbe utile, nelle ore in cui ricorre l’anniversario della Resistenza Partigiana, rileggere gli eventi di queste ore alla luce della Costituzione che ne partorì, ed in particolare dell’Articolo 42, che norma la coesistenza fra proprietà pubblica e privata, all’insegna della prioritaria salvaguardia dell’interesse collettivo.
Un interesse che in questi ultimi anni per Alitalia è stato da un lato interesse clientelare di una certa politica (con un costo di oltre 7 miliardi di euro pubblici in poco più di trent’anni), e dall’altro svendita di un giocattolo rotto al peggior offerente, dopo tre tentativi naufragati di privatizzazione in dieci anni – uno dei quali, tragicomico, affidato ai “capitani coraggiosi” individuati da Berlusconi, con la promessa (mantenuta) di rendere pubbliche le perdite e quella di privatizzare i profitti (mai accorsi).
Quest’ultimo accordo sarebbe servito ad Etihad – attualmente socio di maggioranza relativa – a rendere più appetibile una ulteriore e successiva vendita ai tedeschi di Lufthansa, costruendo margine di profitto non già sul valore aggiunto di un nuovo piano industriale (peraltro presentato e mai realizzato) ma sul taglio orizzontale del costo del lavoro. Come in Wall Street di Oliver Stone, per intenderci: solo che in quel frangente era chiaro agli occhi del pubblico che Gordon Gekko fosse il cattivo.
 
Oggi si vorrebbe far passare il voto contrario dei lavoratori al piano di svendita come un capriccio di chi non è disposto a rinunciare ai diritti, o al posto di lavoro, per salvare la compagnia. Come è già stato per gli operai Fiat a Pomigliano D’Arco e Mirafiori. Oggi, ancora, si vorrebbe far passare un eventuale piano di nazionalizzazione come una soluzione fuori dalla storia e dai vincoli economici e politici imposti dall’Unione. Un lietmotiv che ha già sostenuto senza ulteriori argomentazioni la svendita degli asset strategici, assecondando il vento profetico di un liberismo che non ha mai mantenuto le sue promesse di prosperità diffusa, e che non sorprendentemente determina da anni l’avanzata di movimenti populisti e di estrema destra.
 
Quel che è certo sulla vicenda è che fra l’establishment politico e mediatico, italiano ed europeo, un punto è dato ed immutabile: a farsi carico della crisi – sia essa determinata da ragioni globali o dalla gestione clientelare della cosa pubblica – devono essere le lavoratrici e i lavoratori. Sul banco degli imputati, in questa commedia dell’assurdo, ci sono solo loro. Nessuna menzione di vent’anni di bilanci disastrati, di scelte industriali fallimentari, di clientele e di silenzi colpevoli. Nessuna menzione del fatto che la chiusura dall’oggi al domani di una compagnia di oltre 12.000 dipendenti e con oltre 22 milioni di passeggeri l’anno sarebbe l’ennesima bomba su di un tessuto produttivo ridotto ai minimi termini.
 
Mentre il Governo manifesta sconcerto e impotenza nell’angolo, il cda della compagnia già in queste ore ha richiesto l’accesso alle procedure di amministrazione straordinaria previste della legge Marzano. Si fermi questo disastro prima che sia troppo tardi. Si manifesti una scelta coraggiosa e irrinunciabile, discutendo da subito di un piano per la nazionalizzazione della Compagnia, all’interno di un più ampio progetto per la definizione organica e complessiva delle politiche dei trasporti del Paese. Beninteso, nazionalizzazione e non gestione clientelare. Negli anni bui della crisi economica bisogna ripensare con forza a un nuovo protagonismo dello Stato, innovatore e imprenditore, capace di guidare l’orientamento del mercato senza subirne passivamente le scelte.

Tag:

Associazione Esse

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