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Alla ricerca di una nuova Utopia

Riflessioni a cinque anni dalla scomparsa di Lucio Magri

di: Franco Astengo,

28 Novembre 2016

Categorie: Cultura, Filosofia Politica

Pur non avendone titolo alcuno, mi permetto di dedicare il testo che seguirà alla memoria di Lucio Magri.

Il 28 Novembre, infatti, ricorrono i cinque anni dalla sua tragica scomparsa.

Personalmente debbo a Lucio Magri la piena consapevolezza della mia (modestissima dal punto di vista della capacità intellettuale che sarei stato, poi, in grado di esprimere in quell’ambito) adesione al comunismo.

Un’adesione concretamente realizzata dopo averla coltivata a lungo nella mia mente di ragazzo dall’inizio degli anni’60.

Si trattava di una scelta, in quel punto, realizzata semplicemente sulla base di una immediata, e forse non pienamente consapevole e sicuramente ingenua, “riconoscibilità di  classe” derivante soprattutto dall’aver vissuto sempre e  completamente all’interno di quella che era “l’etica operaia” nella quale si viveva in una grande città industriale come Savona.

Debbo quindi a Lucio Magri, probabilmente l’intellettuale e uomo politico al quale mi sono sentito più vicino (pur tra dissensi politici contingenti affiorati diverse volte nel corso della nostra non breve comune militanza) l’analisi che di seguito cercherò di riportare assai schematicamente.

La scoperta di Gramsci, attraverso Togliatti e la pubblicazione di una edizione “ragionata” e ridotta dei “Quaderni” nell’immediato dopoguerra (quella completa e senza filtri curata da Gerratana arriverà negli anni’70 inoltrati) risultò riduttiva attorno a due punti essenziali: il mancato riconoscimento della portata e della rapidità del processo di modernizzazione dell’economia in Italia e in Europa (uno dei punti strategici del confronto nel partito e nella sinistra all’inizio degli anni’60 prima e dopo la morte di Togliatti: il tema di fondo della divisione AmendolaIngrao all’XI congresso) e lo sbilanciamento nella funzione del “partito nuovo” al riguardo della funzione di propaganda e di “educazione del popolo” (un grande ruolo, di importanza capitale: beninteso) senza riuscire, però, a costruire davvero quell’intellettuale collettivo, interlocutore di movimenti e istituzioni dal basso, promotore di una riforma culturale e morale che Gramsci aveva indicato (un ritardo che poi si sarebbe visto, spaventosamente, al momento della liquidazione del partito nell’89): riforma culturale e morale che avrebbe dovuto colmare, nel disegno del grande pensatore sardo, la realtà di un paese che non aveva avuto la riforma religiosa e che aveva costruito il suo “Risorgimento” soltanto attraverso l’opera di una élite intrisa di romanticismo.

Gramsci fu così accettato quasi come il teorico di una via di mezzo tra ortodossia leninista e socialdemocrazia classica, non vedendolo invece – come sarebbe stato necessario – come ideatore di una “terza via” (termine poi ripreso dall’intera sinistra comunista , da Ingrao a Rossanda allo stesso Magri, e financo, nell’ultima fase della sua segreteria anche da un centrista come Enrico Berlinguer) intesa come sintesi superante dei limiti comuni al leninismo e alla socialdemocrazia: l’economicismo e lo “stalinismo”.

Un “genoma” per l’appunto lo definisce Lucio Magri, che poteva svilupparsi, o semplicemente agire sopravvivendo, imporsi pienamente o deperire.

A mio giudizio, riprendendo le valutazioni contenute nel “Sarto di Ulm”, è stato questo sul piano teorico il vero punto di distinzione dalla maggioranza del PCI fin dall’inizio della vicenda del “Manifesto” e nell’elaborazione delle Tesi del ’70 .

Fu leggendo proprio le Tesi del ’70 che scoprii la dimensione della mia criticità nella scelta comunista, criticità fino ad allora confusa in un generico disagio per aspetti di burocratico moderatismo che – a mio giudizio – il Partito stava portando avanti.

Il motore che muoveva e caratterizzava  quella critica sortiva, infatti,  all’esigenza di veder stabiliti i termini per quali erano necessarie critica e autocritica sul fallimento della rivoluzione nei paesi occidentali.

Più avanti studiando proprio a partire dalla lettura delle Tesi  del Manifesto si poté comprendere che la particolarità specifica del comunismo italiano derivava dal fatto che Gramsci fu il solo, tra i marxisti della sua epoca, che non si limitò a spiegare quel fallimento con la teoria del “tradimento” dei socialdemocratici, o con la debolezza e gli errori dei comunisti; e allo stesso tempo non ne trasse affatto la conclusione che la Rivoluzione russa era immatura ed il suo consolidamento in Stato un errore.

Gramsci cercò invece le cause più profonde per le quali il modello della Rivoluzione Russa non poteva essere riprodotto nelle società avanzate (ricordate: “la Rivoluzione contro il Capitale”) e le tesi del ’70 si inoltravano all’interno di quel complicato percorso, sicuramente trascurato dal PCI  dopo la fine del periodo  togliattiano del “riconoscimento nazionale” e della “rappresentanza della classe operaia” racchiuse nella linea dei “Fronti Popolari” e del necessitato e imprescindibile schieramento all’interno della logica dei blocchi.

Aver compreso appieno l’assunto fondamentale  della necessità di inoltrarci per il sentiero che portava alle ragioni del fallimento dell’idea della Rivoluzione in Occidente, fu il precipuo merito sul piano  teorico di Lucio Magri, capace anche di proporlo con coerenza nell’elaborazione della prospettiva politica del “Manifesto” e poi del PdUP, costruendo così un significativo inveramento all’interno della vicenda politica italiana attraverso la formazione di un gruppo dirigente certo articolato nella sua composizione e nella sua qualità di dibattito ma di alto livello e spessore culturale.

Certo, in quel gruppo dirigente,  si ravvedevano limiti, in alcuni casi evidenti – ad esempio – di “politicismo” che forse furono anche alla base di dissensi e incomprensioni con l’altro polo soggettivamente fondamentale nella sua capacità elaborativa  rappresentato da Rossana Rossanda.

Rimane però nell’analisi della storia di quegli anni la capacità di sollevare e portare avanti  il tema gigantesco della “maturità del comunismo” e della Rivoluzione In Occidente.

Un tema  che si seppe sviluppare con ragioni teoriche ed anche iniziativa politica pratica in tempi affatto diversi dagli attuali e dei quali  però va serbata e mantenuta memoria.

Qualche tempo fa Luciana Castellina, Aldo Garzia e Famiano Crucianelli hanno curato una splendida raccolta di alcuni dei principali scritti di Lucio all’insegna del “per un nuovo comunismo”. Forse sarebbe il caso , oggi, di aprire una ricerca collettiva su di un tema ancora più ampio, eppure indispensabile da affrontare : “Alla ricerca di una nuova Utopia”.

E’ svanita, infatti nel corso di questi anni, l’Utopia dall’immaginario complessivo: Utopia che poi s’inverava nelle diverse opzioni politiche portate avanti da soggetti organizzati, i partiti, che ormai non esistono più sovrastati da due elementi di novità nel frattempo intercorsi: la tecnica sostituiva dell’azione politica e la personalizzazione esasperata.

Il tema vero, per chi pensa di riprendere in mano il filo del ragionamento sul ritorno a considerare centrale il tema della disuguaglianza, è quello di una ricostruzione dell’Utopia.

L’interrogativo riguarda ancora la possibilità di lanciare ancora l’anima /pensiero oltre l’ente conosciuto addentrandosi cioè nella ricerca della forma del divenire. Se torniamo al realismo del “conosciuto” cancelliamo l’idea dell’Utopia generata da un sistema di valori ideali.

Una realtà apparente che alla fine saremmo costretti ad accettare come immutabile. Un dato inaccettabile per noi comunisti.

Vale la pena forse in conclusione citare ancora  Lucio Magri nel suo “Sarto di Ulm”. Scrive infatti ( e si torna al punto del come e del quando si è diventati comunisti): “Sono infatti diventato comunista, per ragioni d’età, quando la temperie del fascismo e della Resistenza si era chiusa da un decennio, anzi dopo il XX congresso del PCUS e i fatti d’Ungheria, e dopo aver letto oltre a Marx, Lenin e Gramsci anche Trockij e il marxismo occidentale eterodosso. Non posso dunque dire: l’ho fatto per combattere meglio il fascismo, oppure dello stalinismo e delle “purghe” non sapevo nulla. Ci sono entrato, perché credevo, come ho continuato poi a credere, a un progetto radicale di cambiamento della società di cui occorreva sopportare i costi“.

Ecco, servirebbe forza d’animo per esprimersi ancora per la ricerca, appunto, di un “progetto radicale di cambiamento della società di cui occorre sopportare i costi”.

Per tornare a rendere vivo il nostro essere comunisti: una nuova Utopia appunto.

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