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Appunti per il 4 Dicembre

A pochi giorni dal referendum, proviamo ad entrare nel merito

di: Alessia Galizia,

27 novembre 2016

Categorie: Italia, Politica Interna

Ad una settimana dall’appuntamento del 4 dicembre i toni della campagna referendaria si sono inaspriti sempre di più, cadendo addirittura nella minaccia e negli insulti. Da una parte chi invoca il crollo dei mercati finanziari qualora vincesse il no, dall’altra chi addita come serial killer tutti i sostenitori della riforma e, non per ultimo, chi ipotizza brogli ancor prima del voto. In questa ultima fase, però, la cosa più utile è sicuramente quella di prendere le distanze dalla querelle politica ed entrare nel merito, citando contenuti e non slogan.
Innanzitutto occorre sapere che l’attuale riforma costituzionale mira a modificare quasi tutta la seconda parte della Costituzione, ossia quella ordinamentale. Formalmente, dunque, non si tocca la prima parte, ma sostanzialmente la si svuota di contenuto. Appare, infatti, evidente che mutando determinati assetti e procedimenti, inevitabilmente si vada ad intaccare la parte riguardante i principi fondamentali su cui si fonda la nostra Repubblica, quelle ideologie che hanno fortemente ispirato i padri costituenti. E di fatto con questa riforma quei principi vengono messi da parte, se non addirittura negati.
Il cuore della proposta di revisione costituzionale riguarda il superamento del bicameralismo perfetto, ovvero la situazione in cui l’ordinamento si compone di due camere che svolgono la medesima funzione e l’approvazione delle leggi richiede il responso positivo di entrambe. Ma il bicameralismo perfetto verrà davvero superato? In sostanza no, e vediamo il perché.
La riforma propone un Senato che rappresenti le autonomie, quindi regioni ed enti locali, ricalcando in maniera del tutto flebile il modello del Bundesrat tedesco. Ma ricordiamoci che l’Italia non è una repubblica federale. Il nuovo Senato sarà formato da cento senatori, nominati (e dunque non più eletti) dai consigli regionali e dai consigli delle province autonome, con un numero di rappresentanti che varia a seconda della grandezza delle regioni. I nuovi senatori godranno dell’immunità parlamentare e la loro durata in carica coinciderà con quella degli organi locali. Il rapporto di fiducia, dunque, intercorrerà soltanto tra governo e Camera dei deputati.
Così facendo dovremmo andare incontro ad una serie di benefici: abbattimento dei costi della politica e un iter legislativo più rapido. Come è possibile, allora, che esistono persone che dicono no a risparmio e velocità?
Riprendendo la prima domanda che ci siamo posti, quella riguardante il superamento o meno del bicameralismo perfetto, dobbiamo precisare che il Senato continuerà ad avere voce in capitolo per determinati procedimenti legislativi, nonché in materia di revisione costituzionale. Per cui di fatto il bicameralismo, in parte esisterà ancora, l’unica differenza è che non sarà più perfetto ma “confuso”. Inoltre, non essendo ancora a conoscenza dell’esistenza del dono dell’ubiquità, ci si chiede come un sindaco possa amministrare bene il proprio territorio ed essere anche un buon senatore. Il Senato, dunque, diventa un “dopolavoro”.
Abbattimento dei costi? I nuovi senatori di certo non partono alla volta di Roma gratuitamente, per non parlare poi del soggiorno e delle spese capitoline, tutto sul conto dello Stato. E non dimentichiamo la questione dell’immunità parlamentare, che verrà concessa ad una delle classi politiche più corrotte.
Sul fronte della maggiore rapidità di approvazione di una legge, che dire? Renzi ha più volte ribadito l’esigenza di fermare il “ping-pong” (o navette) tra Camera e Senato, non rendendosi conto però che questa prassi non dipende dal bicameralismo perfetto, ma dagli accordi politici che non vengono raggiunti. Numerosissime sono, infatti, le leggi che vengono approvate molto velocemente perché dietro c’è un grande interesse politico.
Altro grande pilastro di questa riforma è la revisione del titolo V, concernente il rapporto Stato – regioni. La modifica qui è volta ad accentrare maggiori poteri nelle mani dello Stato, sottraendoli alle regioni. Esiste, infatti, nel nuovo testo costituzionale, una “clausola di supremazia”, secondo la quale lo Stato può intervenire in materie dove non gode della potestà legislativa esclusiva, a tutela di un interesse nazionale. Detta così sembrerebbe un’ottima soluzione, ma in parole povere cosa succede? Succede che se il governo domani decide che rientra nell’interesse nazionale costruire una discarica di amianto nei pressi di una zona residenziale, la regione non può in alcun modo intervenire. A livello interpretativo, infatti, è molto difficile, per un operatore del diritto, stabilire fino a che punto si può spingere l’”interesse nazionale”.
Anche in merito al titolo V si sostiene spesso che ci sarà un grande risparmio, grazie all’abolizione delle province, già promossa dal ministro Delrio e in via di attuazione. In realtà, anche qui è necessaria qualche precisazione. Innanzitutto le province nella sostanza esisteranno ancora, ma cambierà il nome in “città metropolitane”. Ciò che è stato abolito, già con la precedente riforma, è stato il diritto di voto dei cittadini.
Questo, a grandi linee ciò che accadrà, nel merito. Dal punto di vista poi della legittimazione, appare davvero anomalo come un parlamento eletto con una legge elettorale (il Porcellum) dichiarata in parte illegittima e colpevole di alterare la logica della rappresentanza, fondamento di un sistema democratico, possa procedere a revisionare la nostra Carta fondamentale, guidata da un Premier nominato e non eletto. Lo stesso Premier che definisce un’accozzaglia tutti coloro i quali non condividono le sue stesse idee, dando prova di grande democrazia. Non accorgendosi, poi, che la Costituzione stessa è figlia di un’accozzaglia di donne e uomini aventi ideologie politiche agli antipodi.
Una buona riforma costituzionale, inoltre, non ha bisogno di nessun endorsement proveniente dai maggiori leader esteri, così come non necessita di nessuna minaccia di blocco dell’economia, uscita dall’euro e crollo dei mercati finanziari, per la sua approvazione. Il 4 dicembre voteremo il contenuto della riforma. Non voteremo il governo Renzi (per garantirgli una sorta di legittimazione politica). E se dovesse vincere il no, come ci auguriamo, non sarà l’apocalisse. Perché, fortunatamente, la politica italiana non finisce con Renzi o con la Boschi, i quali non dovrebbero permettersi di minacciare gli italiani con la caduta del governo. Se il 4 dicembre vince il no, riprendiamo in mano i nostri diritti, senza consegnarli a nessuno, tenendoceli stretti. E dal giorno dopo, tutti insieme, proveremo a cambiare nel pieno rispetto dei principi voluti dai nostri padri costituenti. Votare no, dunque, non significa essere conservatori, significa riconoscere che è del tutto normale modificare una Costituzione e adeguarla ai nuovi assetti storici, ma, allo stesso tempo, la qualità del cambiamento deve essere un elemento imprescindibile.

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