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Articolo 18 e dintorni

In difesa dell'articolo 18

di: giulio di donato,

2 Marzo 2016

Categorie: Archivio

Cominciamo da un aneddoto.
Un industriale torinese nel passato ripeteva ad ogni assemblea dell’Unione industriali che bisognava abolire l’articolo 18, perché voleva in mano una pistola con il colpo in canna. Io poi non la uso, diceva, perché non mi piace licenziare, ma i lavoratori devono sapere che quella pistola ce l’ho.
Ecco spiegato il significato dello smantellamento dell’articolo 18: riequilibrare i rapporti di forza fra datori di lavoro e lavoratori in senso assai più favorevole ai primi. Che potranno contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno. Con i lavoratori che saranno ancora più in difficoltà ad esercitare e a far valere i propri diritti sindacali senza il deterrente della reintegra nel posto di lavoro in caso licenziamento arbitrario.

Tutto questo chiarisce la fondamentale importanza dell’ art. 18: una norma antiricatto che consente al lavoratore di poter esercitare con tranquillità, durante il rapporto, tutti i suoi diritti, legali e contrattuali.

Si passa ora alla monetizzazione del lavoro, per cui al lavoratore ingiustamente licenziato spetterà una semplice indennità risarcitoria: un modello certo più vicino al modello americano che a quello tedesco. Perché il modello tedesco prevede comunque la reintegra, assieme a tutta un’altra serie di strumenti, tra cui la cogestione, ossia la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla gestione delle imprese, e un robusto sistema di welfare universale.

Nel frattempo si attribuisce all’art. 18 la responsabilità di scoraggiare gli investimenti, tralasciando in questo ragionamento fenomeni come l’elevata corruzione, l’elefantiasi della burocrazia, la lunghezza dei processi civili, la presenza capillare della criminalità organizzata.
In cambio di questa maggiore flessibilità in uscita si intendono implementare le scarne forme di sostegno al reddito oggi esistenti in Italia (sia chiaro: nulla di paragonabile nei progetti del governo a ciò che avviene nel resto d’Europa). Con ciò disconoscendo il significato che la nostra Costituzione assegna al lavoro come valore fondante della nostra repubblica; è il lavoro, non il reddito, infatti, a dare dignità alla persona come momento fondamentale di realizzazione umana, tramite il quale il singolo stabilisce una connessione con gli altri riconoscendosi parte attiva di una comunità.
L’impianto da cui si parte è sempre lo stesso: la svalutazione del lavoro come via per recuperare competitività. L’ennesimo prodotto di quel paradigma neoliberista che, in questi anni, ha proposto la flessibilità come condizione per lo sviluppo, mentre oggi abbiamo fondamentalmente il problema della domanda, non dell’offerta, per riprendere il cammino. E non è certo intervenendo sulle regole del mercato del lavoro che si crea nuova occupazione.
Senza una radicale inversione di rotta basata sulla domanda interna, sul sostegno agli investimenti e sulla redistribuzione del reddito (quanto mai necessaria in un paese dove il dieci percento della popolazione detiene la metà della ricchezza nazionale) e del lavoro che c’è ( l’Italia è il paese in Europa dove si lavora di più e più a lungo), sarà infatti difficile uscire dalla crisi e contrastare efficacemente il dramma della disoccupazione.
Servirebbe, insomma, una politica industriale, che vuol dire la capacità di orientare risorse pubbliche e private su settori a più elevato valore aggiunto, interpretando con intelligenza e creatività l’esigenza di uno sviluppo sostenibile.
Oggi, per rispondere alla drammatica caduta delle possibilità di lavoro, c’è bisogno di promuovere la redistribuzione del tempo di lavoro. Avvicinando l’orario di lavoro medio italiano a quello europeo, oggi largamente inferiore.
Assistiamo a un progresso tecnologico concentrato in larga parte sulle tecnologie informatiche. Un processo che non riesce, però, ad aprire la strada a nuove produzioni e a nuovi mestieri con la stessa velocità con cui espelle manodopera resa superflua dai processi di automazione. La rivoluzione industriale degli ultimi due secoli ha camminato su innovazioni radicali che hanno letteralmente generato nuovi settori industriali e la capacità di soddisfare nuovi bisogni. La rivoluzione delle tecnologie digitali sta forse cambiando le nostre vite in modo altrettanto radicale, ma i nuovi lavori che nascono dal mondo delle applicazioni sono meno di quanto sarebbe necessario.
La produttività e lo sviluppo tecnologico ci consentirebbero, tuttavia, di lavorare molte meno ore al giorno, così assecondando l’antico motto motto “lavorare meno, lavorare tutti”.
Ma tutto questo entra in contrasto con le logiche proprie del capitalismo, che in questa fase di crisi reagisce aumentando lo sfruttamento della forza lavoro residua e aggredendo salari e tutele. Come ci insegna Marx, le crisi sono un mezzo attraverso il quale vengono ripristinate le condizioni di accumulazione del capitale: “le crisi sono sempre soluzioni violente soltanto temporanee delle contraddizioni esistenti ed eruzioni violente che servono a ristabilire l’equilibrio turbato”. Momenti nei quali profitto e accumulazione vengono ristabiliti per mezzo della distruzione di capitale e di forze produttive: aumento della disoccupazione e quindi abbassamento dei salari, fallimenti e quindi concentrazioni di imprese, ecc.
Tra l’altro, se da un lato la tecnologia risparmia forza lavoro, dall’altro, i problemi della sostenibilità ambientale e di un capitalismo stagnante incapace di produrre nuove e grandi innovazioni rendono sempre più difficile raggiungere la piena occupazione attraverso la sola espansione della domanda.
Il problema diventa, allora, come conciliare i progressi della tecnologia che garantiscono un’offerta quasi infinita (limitata solo dalla finitezza delle risorse) con la continua espulsione di lavoratori dalle produzioni esistenti e la conseguente diminuzione della domanda aggregata. Domanda che potrebbe essere alimentata solo tramite la creazione di nuovi lavori (soggetti anch’essi ai vincoli di riproducibilità delle risorse) o da una politica redistributiva, e incentivando forme cooperative e partecipative.
Emerge, dunque, la necessità di tornare seriamente a riflettere sulla cosiddetta alternativa di sistema, sulla prospettiva di un modello più giusto e razionale, quello socialista.
Un diverso modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ecologico, che rimodelli le nostre vite, il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con l’ambiente che ci circonda. Che ripensi una crescita che non potrà che essere qualitativa, provando ad innovare con l’attenzione alla qualità di ciò che si produce, alla riproducibilità delle risorse e all’ambiente, che costituiscono altrimenti i limiti alla crescita quantitativa.
Per tutto questo serve un governo democratico dell’economia che, come scriveva Enrico Berlinguer, fornisca un chiaro e nuovo quadro di riferimento, assicuri cioè che “si lavora e si produce non più secondo la logica capitalista (la logica dell’accumulazione per l’accumulazione, della produzione fine a se stessa), ma si produce e si lavora per soddisfare i grandi bisogni dell’uomo, i grandi bisogni della collettività.”

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giulio di donato

Romano. Militante di base. A Sinistra, in direzione ostinata e contraria.

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