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Brexit, quattro mesi dopo

Analisi delle conseguenze a breve (e lungo) termine della Brexit sulla Gran Bretagna

di: Tommaso Bruni,

25 ottobre 2016

Categorie: Europa, Politica Estera

La Brexit non è ancora avvenuta. Al momento, la Gran Bretagna è ancora nell’Unione Europea.

Quelli che dicono che “la Brexit non ha danneggiato l’economia britannica” solo perché le cose non sono andate male da quel punto di vista dal 23 giugno a oggi, non capiscono che le conseguenze economiche della Brexit si manifesteranno principalmente dopo che i trattati dell’Unione Europea avranno cessato di essere vigenti in Gran Bretagna, il che non succederà prima dei mesi iniziali del 2019.

Inoltre, costoro trascurano la recente caduta della sterlina rispetto a dollaro USA ed euro. Ma nonostante la Brexit non sia ancora arrivata, molte cose son cambiate su quest’isola scettrata dai giorni del referendum. David Cameron è stato sostituito da Theresa May come primo ministro. Il governo May contiene tre sostenitori della Brexit  (B. Johnson, D. Davis, L. Fox) in posizioni chiave e May stessa si è presa pubblicamente l’impegno di attivare l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che fa partire i due anni di trattativa di uscita dalla UE, entro e non oltre il 31 marzo 2017.

La scelta che ora si pone al governo britannico è se la Gran Bretagna voglia negoziare in modo tale da restare un membro del mercato comune europeo e dell’unione doganale europea (“Brexit morbida”) oppure no (“Brexit dura”). C’è consenso fra i leader europei (A. Merkel, F. Hollande, M. Renzi, J.-C. Juncker, D. Tusk, etc.) che la Gran Bretagna non potrà restare nel mercato comune a meno che non paghi dei contributi al bilancio dell’Unione e accetti sia il principio di libera circolazione dei lavoratori europei sia la giurisdizione della corte di giustizia europea sita a Lussemburgo.

A Birmingham, durante la riunione annuale del partito conservatore (“Tory”) a inizio ottobre, May ha detto che la sua priorità è di limitare l’immigrazione a meno di 100000 persone all’anno (ora siamo a 300000 e rotti) e di liberarsi della giurisdizione della corte di giustizia europea. Ciò è stato interpretato dai leader della UE come un segnale che alla Gran Bretagna interessa poco restare nel mercato comune. Le banche internazionali attualmente domiciliate a Londra hanno interpretato le parole di May in modo analogo: pochi giorni fa, il capo dell’associazione bancaria britannica ha avvertito che le maggiori banche internazionali sposteranno almeno alcune delle loro attività fuori dalla capitale britannica nei primi mesi del 2017 – molto prima della data in cui i trattati della UE perderanno valore legale in Gran Bretagna. Le banche non possono permettersi la potenziale perdita del “passaporto europeo” che permette loro di operare in tutta la UE e apriranno sedi dentro la UE per poter continuare a fare affari con il mercato comune, forte di mezzo miliardo di consumatori dotati di ingenti risorse.

Quest’interpretazione della posizione del governo May è stata rafforzata dalle inaudite dichiarazioni del ministro dell’interno britannico, Amber Rudd (per inciso, era per restare nella UE durante la campagna referendaria). Rudd ha detto che le aziende britanniche sarebbero state costrette da una futura legge a dichiarare quanti stranieri impieghino, in modo da essere umiliate e svergognate qualora non impiegassero abbastanza lavoratori locali, cioè britannici. In seguito Rudd si è rimangiata queste dichiarazioni, ma le sue parole a Birmingham danno una chiara immagine di come la strategia politica dei Tories sia cambiata dopo le dimissioni di Cameron.

I Tories ora fanno i loro meglio per occupare lo spazio politico dello UKIP – il partito indipendentista del Regno Unito di Nigel Farage – e stanno adottando un tono apertamente populista e razzista. Se il governo britannico a guida Tory continua su questa rotta, la collisione con la UE sarà quasi certa, con danni molto seri per l’economia britannica. Il Tesoro britannico ha stimato che, in caso di uscita dal mercato comune, la Gran Bretagna perderà circa 7,5 punti percentuali di prodotto interno lordo (PIL) in 15 anni, il che significa mezzo punto di PIL all’anno per 15 anni. In altre parole, 15 anni di recessione. La classe lavoratrice britannica, che ha votato in buona parte per la Brexit, sarebbe la principale vittima di questa recessione.

In aggiunta a potenziali pressioni che banchieri e imprenditori possono fare nei confronti del partito conservatore, un altro ostacolo alla strategia della “Brexit dura” può venire da una causa in tribunale che sarà decisa nei prossimi giorni. I tribunali devono decidere se il governo britannico possa attivare o meno l’articolo 50 senza un voto del parlamento britannico. Se un voto parlamentare fosse richiesto, le due camere avrebbero un potere di veto sulla Brexit.

Al momento, la Gran Bretagna pare essere indirizzata verso il masochismo economico e l’instabilità politica, dato che una “Brexit dura” genererebbe problemi politici gravi con la Scozia e (a maggior ragione) in Nord Irlanda, dove il confine di terra fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda potrebbe ritornare ad essere un “confine duro” (con dogana e regolare controllo dei documenti).

Pare di assistere al declino di una nazione, del tutto autoprodotto e senza cause esterne. Come scrisse il poeta gallese Dylan Thomas: “La mano che firmò l’incartamento abbatté una città”. Ma in questo caso non di una sola mano si parla, ma di milioni.

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