Esse - una comunità di Passioni

Cara Sinistra ti scrivo

fra ciò che siamo stati e ciò che dovremmo essere

Negli ultimi anni, purtroppo, nel camminare nel luogo in cui sono nata, mi è capitato spesso di essere assalita da uno sconforto senza precedenti nell’assistere all’abbandono in cui versa la mia terra. Un abbandono non solo esteriore, ma soprattutto interiore, residente nell’animo umano. Quando tornavo a casa, quella stessa casa mi appariva come un luogo trascurato. Non poteva bastare chiudermi nella mia dimora e pensare di essere soddisfatta; ciò, perché essa non finiva e non finisce lungo una via schedata da un numero civico. La mia dimora è la mia città, la mia vita passa dalla mia città, la mia appartenenza passa dalla mia terra, dalla mia Patria. Ecco che, subito, ho capito che avrei dovuto fare un piccolo passo in avanti, spingermi oltre, confrontarmi con la gente e cercare di comprendere quali possono essere i motivi che conducono un essere umano a perdere ogni valore, a concepire tutto in modo relativo, a pensare che arriverà sempre qualcuno a risolvere i nostri problemi.

Per troppi anni ho sentito persone più grandi di me dire: “non possiamo fare niente”, “è la fine”, “non si cambierà mai”. Come se tutto fosse nelle mani di un destino che ci schernisce e prende a pugni la nostra quotidiana esistenza. Per troppi anni è mancata la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Perché, vedete, io penso che il partecipare alla vita pubblica non può esaurirsi con un’urna e una scheda elettorale, deve, al contrario, tramutarsi in un effettivo intervento di azione politica e sociale. E la democrazia non può essere figlia solo della maggioranza politica, ma deve essere il parto di una maggioranza valida e competente. Gli antichi greci, padri della democrazia, consideravano meritevole di rappresentare il cittadino, e sedere nei luoghi di potere, in cui si prendono le decisioni, non solo coloro che venivano eletti con tanti voti; certamente costoro avevano il diritto di governare, ma non godevano della “dignità” di governare se non avevano acquisito la stima del popolo, se non lo meritavano. Proprio la meritocrazia, questo arcano ormai sconosciuto, è stata soppressa dalla politica degli ultimi anni, a favore di tecniche di clientelismo che mandano avanti solo pochi eletti.

E allora penso che ci sia la necessità di un cambiamento, drastico. Bisogna dar vita ad un modello di democrazia fortemente inclusivo che svolga il compito di rappresentare in primis le classi sociali che si trovano ogni giorno più schiacciate da politiche che ormai rappresentano gli interessi di una porzione di società sempre più piccola e più ricca: una sorta di casta elitaria. Serve una forza politica che guardi con orgoglio, ma allo stesso tempo con occhio critico, al proprio passato, per comprendere i propri meriti ma soprattutto i propri errori e ripartire da lì, dai molteplici sbagli di cui la sinistra si è resa protagonista negli ultimi anni. Ricominciare da quello che rischia di essere un vero e proprio punto di non ritorno, ossia il momento in cui la sinistra ha smesso di parlare con le persone.

La sinistra che voglio immaginare un domani, e forse in tanti mi considererete un tantino utopistica e sognatrice (ben venga), è una forza politica che riconsideri il popolo come fonte primaria della sua azione, perché, da definizione, in democrazia, è il popolo che legittima un soggetto politico alla rappresentanza; una sinistra, dunque, che prenda per mano la propria gente e la aiuti a rialzarsi dalle troppe cadute subite. Una sinistra che sviluppi un forte legame con i territori, perché è lì che c’è la politica “di una volta”. Quella politica che viene praticata dai militanti, tra mille sacrifici, privandosi di quel poco tempo libero che si ha; la politica messa in atto solo ed esclusivamente per amore della propria comunità, perché si è spinti da un reale senso di dovere nei confronti dei propri concittadini. Inoltre, vorrei una sinistra che faccia innamorare anche i più giovani, facendo capire loro che è importante e straordinario essere parte attiva nel processo di costruzione del proprio futuro. Infine, desidero una sinistra progressista e pluralista (che non significa trasformista), che costruisca ponti e abbatta muri, che non discrimini nessuno, che non persegua un ideale di esasperato isolazionismo, aperta al confronto, perché è dalla discussione con idee diverse che prende avvio la crescita, che è sempre parte fondamentale di una forza politica.

Solo così facendo possiamo sperare di tornare ad avere una credibilità politica e di accogliere in seno al nostro percorso le tante persone che abbiamo, in molteplici fasi, perso per strada, e che risultano essere, tutte, risorse importanti e fondamentali del nostro iter costituente. È necessario, pertanto, riconquistare la fiducia di chi troppe volte ce l’ha accordata e poi se ne è pentito.

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