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Caro indeciso ti scrivo, così ti convinco un po’!

L'Umanista n°22

di: Riccardo Ceriani,

25 novembre 2016

Categorie: Politica Interna

Caro indeciso,

come te, in molti sulle bacheche Facebook e nelle rubriche delle lettere al giornale dei quotidiani, scrivono di avere incertezze riguardo il voto da dare al Referendum del 4 dicembre.

Sembra che più del 40%  di noi tutti elettori non andrà a votare e il 25% è molto indeciso. Io invece andrò al seggio e voterò NO.

Diciamo che se tu sei indeciso, i promotori della riforma costituzionale sono stati perlomeno incerti, ragion per cui sarà bene sbloccare il quadro per il vantaggio di tutti.
Due insicurezze che si incontrano, producono un risultato di precarietà al quadrato che solo la posizione risoluta di almeno uno degli attori in campo può risolvere.
Per i “riformanti” di questo giro ormai è tardi per riprendere il filo di una matassa che si è aggrovigliata nelle loro mani e che ci offrono così confezionata per passarci il compito di sbrogliarla.
Ma noi cittadini abbiamo ancora qualche giorno di tempo per tastare bene il nodo che abbiamo davanti, inseguirne il filo e rimandarlo al fuso che lo ha così grossolanamente ritorto.
A dire il vero, a seguirlo tutto questo filo, ci vorrebbe un tempo lungo che non abbiamo. Saltiamo quindi le parti che filano liscio, e concentriamoci su alcuni dei viluppi che rendono il gomitolo inestricabile.
Ci vuole comunque un po’ di pazienza.

Per le considerazioni che propongo, parto dalla denominazione della consultazione popolare in questione: “Referendum confermativo”.

Questa definizione è un abuso giornalistico e propagandistico, perché l’articolo 138 della Costituzione, quello che indica come si deve procedere per riformare la Carta, parla solo di referendum, senza qualifiche. Infatti lo spirito dell’articolo 138, senza specificarlo, fa intendere che in caso di proposta di riforma costituzionale, dovrebbero essere gli oppositori, eventualmente, a richiedere il referendum quando in Parlamento in seconda votazione non si raggiunga una maggioranza qualificata di almeno i due terzi dei componenti.
Quindi, casomai, sarebbe giusto chiamarlo “referendum oppositivo”.
Invece lo si chiama confermativo, ed è stato richiesto, paradossalmente, anche dai proponenti della riforma, i quali annunciarono, ambiguamente preveggenti, il ricorso al referendum già quando portarono in Parlamento la proposta.
Io penso  che il comitato del SÌ abbia richiesto il Referendum solo per sfruttare i rimborsi previsti per chi raccoglie 500 mila firme -un euro a firma che vengono pagati automaticamente, mentre per i referendum abrogativi il rimborso scatta solo al raggiungimento del quorum.
Così,  intanto hanno fatto propaganda per il SÌ nelle piazze d’Italia in primavera per molte settimane per la raccolta firme, e da lì hanno proseguito con la propaganda del SÌ i comitati e se la fanno, al momento giusto,  pagare dallo Stato.

Credo che questa sia una malizia, al pari di quella di avere formulato il quesito da mettere sulla scheda come un invito a votare SÌ, concepito a tavolino fin dall’inizio con un titolo dell’iniziativa funzionale al probabile referendum, perché è il titolo stesso della proposta di legge che poi si mette sulla scheda come interrogativo.
Mezzi leciti questi, ma mezzucci di fronte alla dignità di un popolo perché si tenta di orientare il voto con una domande a cui, di per sé, senza entrare nel merito, è difficile dire NO.

Così come è stato strumentale, da parte del Governo, cambiare i vertici Rai in tempo utile per la campagna referendaria e scegliere la data del voto il più in là possibile, al 4 dicembre, per dare tempo al SÌ di recuperare lo svantaggio, facendo leva anche sulle regalie inserite nell’annuncio- nell’annuncio, si badi bene, non nella legge approvata, perché si approverà dopo il 4 dicembre- della legge di bilancio per il 2017. Dicevamo “merito”: entriamoci insieme solo un po’, quel tanto che basta.
Leggo spesso, espressi da parte dei non sicuri, in particolare due dubbi: il primo che l’opposizione alla proposta di riforma sia in realtà un tiro al bersaglio contro Matteo Renzi; il secondo che l’attuale assetto istituzionale è una prigione che impedisce una libera, veloce e soddisfacente attività di legiferazione parlamentare che invece la riforma vuole rendere possibile.

Vediamo subito il secondo dubbio.
Il bicameralismo è una gabbia? È causa dell’impedimento a legiferare?
Direi di no. In Italia abbiamo settantacinquemila leggi attive (attive non vuol dire applicate e rispettate, purtroppo, e qualcuno calcola che siano molte di più), una enormità (in Francia sono 7 mila e in Gran Bretagna 3 mila. Tacito, 2 mila ani fa scriveva “corruptissima re pubblica plurimae leges”, se ci sono molte leggi è più facile che dilaghi la corruzione),  e le recenti riforme di alcuni importanti settori della vita pubblica varate dall’attuale governo sono state approvate da entrambe le Camere in tempi accettabilissimi per il governo e per chi ne ha tratto giovamento (pochi in questo ultimo caso, secondo la mia opinione).

Dal 1948 al 2007 sono state approvate dal parlamento più di 15 mila leggi: più di una in media per giorno lavorativo del lavoro vero.  Un numero cubico di leggi approvate ogni giorno,  se contiamo i giorni di effettiva attività delle Camere.
Si consideri anche che dal ’48 al ’92 ha stabilmente governato la Dc, anche se con maggioranze variabili e con l’avvicendarsi di 63 presidenti del consiglio ( di cui il penultimo, Enrico Letta, è stato  scalzato da Renzi, altrimenti sarebbero 62), per motivi di accordi e disaccordi interni ai partiti e alle coalizioni, ma non per l’assetto costituzionale ( e questo risponde a chi dice che la riforma porterebbe stabilità governativa). In questi 40 e passa anni il nostro Paese è passato da un’asfittica economia agricolo-latifondista-corporativa e “fasistissima” (conquista di un ventennio di ferrea stabilità) a quinta potenza industriale/economica del mondo intero. Alla faccia della instabilità che sarebbe un ostacolo. Se avessimo avuto una decina di governi, secondo il ragionamento dei riformanti, e se misurassimo tutto come fanno loro in termini economici, probabilmente oggi saremmo i califfi della Via Lattea e gireremmo fra le stelle in Enterprise.

Tornando ai tempi  di approvazione delle leggi, io penso che quando i tempi di convalida si allungano, non sia “colpa” del meccanismo della doppia ratifica, che di per sé è una garanzia di buon operato perché il Senato controlla quello che è stato fatto dalla Camera, che non è sempre eccezionale,  ma è per “colpa”, almeno dal 2006 ad oggi,  dell’ultima legge elettorale utilizzata, non a caso chiamata volgarmente “porcellum” dai suoi stessi grufolanti estensori, che da quando è stata introdotta in avanti ha prodotto maggioranze stabili alla Camera dei deputati con il premio calcolato su base nazionale, e maggioranze esigue (qualcuno dice “risicate”) al Senato, perché lì il premio è calcolato su base regionale, praticamente in dialetto locale regione per regione,   aprendo così alla necessità di formare ampie coalizioni per governare, cercando, da parte dei partiti,  continuamente compromessi, al ribasso,  per approvare le leggi in entrambe le assemblee.
È colpa del bicameralismo paritario? (qualcuno dice “perfetto”, forse perché non vuole farsi mancare la prerogativa papale della infallibilità).
NO: casomai è colpa della legge elettorale e soprattutto della “litigiosità” politica dei gruppi parlamentari, al proprio interno (le famose “correnti” che non corrono da nessuna parte) e all’interno delle coalizioni, tanto è vero che il governo Berlusconi del 2008 non ebbe nemmeno il problema della esigua maggioranza al Senato, ma ugualmente non “riuscì” a governare (grazie la cielo e alla bicamera caritatis)  a causa dei dissensi interni alla sua stessa coalizione.

È colpa anche del fatto che in Parlamento si lavora a tempo pieno solo un paio di giorni a settimana (di solito martedì e mercoledì perché il lunedì è giorno di arrivo da casa e il giovedì pomeriggio già vi fanno ritorno. Ma questo non si può dire-insieme al fatto che i parlamentari guadagnano troppo- perché ti accusano subito di populismo e antipolitica, quando a me sembra invece buon senso e dignità!

Pertanto mi faccio e faccio qualche domanda a cui cerco di dare risposta: la riforma costituzionale in questione, semplifica l’iter legislativo previsto, per consentire finalmente una rapida approvazione delle leggi?
Secondo me no, anzi lo complica, introducendo svariate fattispecie di percorsi di convalida su cui i due presidenti di Camera e Senato potranno avere opinioni differenti in termini di competenza di una sola camera o di entrambe, bloccando così l’iter delle leggi in attesa dell’esito di eventuali ricorsi alla Corte costituzionale (basta leggere il nuovo articolo 70 per rendersi conto che è un ginepraio diversamente interpretabile).

Era necessario cambiare l’assetto e le funzioni del Senato per semplificare le cose?
No, sarebbe stato sufficiente cambiare la legge elettorale (certo non con l’italicum) e poi intervenire con modifiche costituzionali ulteriormente semplificatorie, come la riduzione del numero di parlamentari e, secondo me, il vincolo di mandato perché questo impedirebbe l’abituale e storico trasformismo, cioè migrazione da un gruppo parlamentare ad un altro, dei nostri deputati e senatori.

Sto dimenticando qualcosa?
Sì, la composizione del nuovo Senato: con la riforma avremmo 74 consiglieri regionali più 21 sindaci che dovrebbero fare anche i senatori. Con quali competenze? Con quale disponibilità di tempo? Per occuparsi di rapporti fra Stato e Unione Europea? Per modificare eventualmente la legge elettorale? Per modificare eventualmente la Costituzione? Variando fra loro durante la legislatura perché il mandato di senatore dipenderebbe dalla data di elezione a sindaco o consigliere regionale, che è diversa Regione da Regione e Comune da Comune. Votati da chi? Scelti con quale logica? Soprattutto i sindaci: come e da chi verrebbero scelti i candidati senatori e poi votati da chi? Sembra dai consigli regionali. Dico “sembra” perché non è ben specificato nel testo della riforma.
Dicono i riformanti che questo Senato si riunirebbe solo una volta al mese, quindi senza sottrarre tempo alle funzioni in regione e comuni. Poi non spiegano come si fa in una sola riunione al mese ad esaminare tutti i provvedimenti della Camera che la riforma dice essere esaminabili anche dal Senato entro dieci giorni dall’approvazione dei deputati. A meno che i nuovi senatori non si chiamino Mandrake e Superman.

Mi sembra che non ci sia coerenza in tutto questo (ma ci sarebbe molto altro ancora, come le Regioni a statuto speciale che diventerebbero specialissime sine die in uno Stato centrale che la riforma vorrebbe rafforzare).

Si può accettare una proposta di riforma costituzionale che nelle intenzioni semplifica, ma di fatto e a detta di molti esperti e molti politici,  invece rende tutto più complesso? Più “incerto”?
No: anche se ci sono alcuni aspetti condivisibili come la rimodulazione del titolo V, la soppressione del CNEL, l’abolizione dei rimborsi elettorali regionali per i partiti, la riduzione del numero dei senatori, basta un solo punto debolissimo e molto importante come la riforma del Senato, per respingere tutto il pacchetto.

La Costituzione, prima che giuridico, è uno strumento di convivenza delicato, ed è di tutti.
Se si cambia, si deve fare con delicatezza e con il consenso, se non di tutti, almeno della maggioranza di moltissimi in Parlamento (“maggioranza qualificata”, come recita l’articolo 138 della Costituzione) e che il Presidente del Consiglio recentemente ha preso a chiamare “accozzaglia”.

Qui, invece, con questa proposta di riforma di ben 47 articoli,  si sono usati il piccone e la pala per smantellare l’esistente e molta approssimazione per impiantare le novità, con l’approvazione della sola “maggioranza assoluta”, che, in questa circostanza, corrisponde alla maggioranza che regge il governo e il governo stesso ne è stato promotore.
Se vince il sì, si apre un precedente pericolosissimo, perché in futuro ogni governo si sentirà autorizzato a riformare profondamente la Costituzione secondo i suoi bisogni e gusti.
E questo produrrebbe il massimo della instabilità, non già politica, ma addirittura istituzionale!

Questa riforma, quindi,  non è “MEGLIO CHE NIENTE”, come dicono alcuni dei sostenitori del SÌ.
Semplicemente, è “PEGGIO DELL’ESISTENTE”, come ha ben sintetizzato il professor Gianfranco Pasquino.

Meglio, quindi,  votare NO al Referendum del 4 dicembre, per scacciare ogni incertezza, e rifare tutto per bene in altra occasione, perché sappiamo tutti che una riforma ben fatta è necessaria, così come una buona legge elettorale che assicuri la rappresentatività senza che la rappresentanza diventi confusione.

L’Italia e la vita, in ogni caso, non finiranno o non rinasceranno il 5 dicembre 2016.
Chi voterà NO lo farà per difendere la Costituzione, non per quello che essa è, il che sarebbe già un buon motivo, ma per quello che diventerebbe con la riforma Renzi-Boschi, la quale si chiama così, Renzi-Boschi, caro indeciso, per volontà dei proponenti, e non dei comitati del NO e sono stati loro ad affermare che in caso di vittoria del NO lasceranno i ruoli e le cariche che ricoprono attualmente.

Se il prevalere del NO trascinerà con sé anche i destini personali dei proponenti Renzi e Boschi, avverrà perché lo hanno voluto loro stessi.

Forse, anche perché, una volta di più in questo Paese, si sarà tentato di approvare l’ennesima legge “ad personam”.
E questo risponde al dubbio sul tiro al bersaglio verso Matteo Renzi.

Con sincera amicizia,
L’Umanista

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