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C’era una volta la cortina di ferro

Piccolo riassunto per capire cosa sta succedendo con la Russia - Parte 1

L’Italia invierà nei prossimi mesi un contingente di militari in Lettonia, ai confini con la Russia nell’ambito di una missione NATO.

Decisione discutibile che ricorda eventi storici di un passato non troppo lontano.

Sappiamo che alla fine della seconda guerra mondiale i confini dell’URSS corrispondevano con qualche eccezione (in particolare la Finlandia) a quelli dell’impero zarista prerivoluzionario, e che alla forma federalista dello stato corrispondeva di fatto un forte accentramento del potere nelle mani del partito unico e dei grandi organismi economici.

“Il fatto che si parli del declino e crollo della monarchia non significa che essa fosse destinata a declinare e a crollare secondo un passo spedito […]. Il fatto che la monarchia sia crollata non comporta necessariamente il fatto che ci sia stato declino”.
–Alan Sked.

Analogicamente, la questione del declino dei sistemi comunisti deve essere nettamente distinta da quella del loro crollo. Ci fu un processo di abdicazione del potere comunista esteuropeo nel 1989 e si verificò un vero e proprio crollo solo in un unico caso: l’Albania.

Il declino dei sistemi comunisti esteuropei della seconda metà degli anni ottanta fu determinato da fattori assai diversi tra loro. Ci fu innanzitutto una crisi del modello di sviluppo comunista che cominciò a maturare dalla metà degli anni settanta, dovuta alla sempre minore capacità di adattamento ai mutamenti dell’economia e della tecnologia. Un altro elemento cruciale fu il rallentamento delle opportunità di mobilità sociale nei sistemi comunisti: mentre il passaggio dalla condizione di contadino a quella di operaio o di impiegato era sostanzialmente riuscita, il passaggio successivo, a una posizione sociale più avanzata si rivelava sempre più complessa.

La crisi polacca del 1980-81 (legata alla comparsa del movimento sindacale di Solidarmosc) costituiva un segnale d’allarme per tutte le classi dirigenti comuniste, perché si rivelava la disaffezione non di ceti tradizionalmente ostili al comunismo, ma di una classe operaia che erra stata in gran parte creata dal comunismo stesso. Questo segnale fu recepito dallo stesso capo del KGB Jurij Andropov, che (nella riunione del Politbjuro del 10 dicembre 1981) si dichiarò contrario a un intervento militare in Polonia, accettando anche l’eventualità di una defezione della Polonia dal campo sovietico.

È in quest’ottica che devono essere viste le riforme economiche e politiche di Mikhail Gorbacev: la classe dirigente sovietica aveva deciso di riformare il sistema. In tale prospettiva gli Stati esteuropei del blocco sovietico costituivano da punto di vista economico un fardello dell’URSS, costretta a fornire materie prime e ad acquistare prodotti finiti di scarsa qualità a prezzi politici, per mantenere quei paesi nella propria orbita. Dal punto di vista politico gli Stati esteuropei erano un possibile elemento di freno (come lo avevano già rappresentato nel 1956, rispetto alle riforme di Chruscev). L’intento sovietico non era tanto quello di disfarsi totalmente degli stati “satelliti”, quanto quello di prendere le distanze da essi, ed eventualmente di installare al potere gruppi dirigenti di orientamento riformista affine a quello di Gorbacev.

Tale progetto politico ebbe conseguenze diverse nei singoli Stati dell’Europa orientale. In Polonia e in Ungheria erano già al potere gruppi dirigenti orientati in senso riformista, in Cecoslovacchia e in Germania orientale il progetto fu rifiutato in blocco dalla classe politica. La reazione sovietica consistette in sostanza nel privare entrambi questi regimi dell’uso di adeguati mezzi di repressione: fu questo il senso della “caduta del muro di Berlino”. La vicenda della fine del regime di Nicolae Ceausescu in Romania nel dicembre del 1989 costituì, invece, un capitolo a sé stante.

Le conseguenze del progetto gorbaceviano nei Balcani furono in buona parte diverse.

La federazione jugoslava non faceva più parte del blocco sovietico dal 1948, e questo significava che i mutamenti avvenuti in URSS incisero meno di quanto non avvenne in altri paesi. In quel momento la presenza di truppe sovietiche ebbe un effetto stabilizzante sul processo di transizione da regimi comunisti a regimi “postcomunisti”. Il problema dei Balcani consisteva nel fatto che, per una serie di congiunture storiche, truppe sovietiche erano presenti solo in Bulgaria. La mancanza di una forza esterna stabilizzante in Jugoslavia e in Albania non fu la causa delle successive crisi di questi due Stati, ma certamene un elemento che contribuì a tali crisi in modo decisivo.

Molto più gravi furono le rivendicazioni provenienti dalle repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), dove la perestrojka andava suscitando un forte desiderio di autonomia. I fronti nazionali che si costituirono in quelle repubbliche durante il 1987 e il 1988 avanzarono una serie di richieste che miravano a garantire il primato della lingua nazionale sul russo e della popolazione locale sulle forti comunità russe che vi si erano installate dopo la definitiva annessione, alla fine della seconda guerra mondiale.

Rivendicazioni di carattere nazionale, ma prevalentemente culturali, venivano nel frattempo avanzate anche in Ucraina, Bielorussia e Moldavia dove, in particolare, la popolazione di lingua romena chiedeva la soppressione dell’alfabeto cirillico e il ritorno di quello latino.

La fine dell’URSS si può identificare nel giorno in cui El’cin soppresse di fatto il partito comunista dell’Unione Sovietica.

Se il partito era lo Stato, la morte del partito, infatti, non poteva che accelerare bruscamente la disgregazione dello stato.

Dopo la Lituania e la Georgia, che si erano espresse in tal senso sin dal 1990, anche l’Estonia, la Lettonia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, l’Azerbaigian e l’Armenia con il plebiscito del 22 settembre 1991, proclamarono la loro indipendenza o la loro intenzione di sottoporre la questione al voto popolare.

L’indipendenza delle repubbliche del Baltico venne internazionalmente riconosciuta nel settembre del 1991 e quella dell’Ucraina sancita da un referendum a dicembre.

Il 12 dicembre il parlamento russo ratificò l’accordo di Minsk (negoziazione per una “Comunità” slava) e dichiarò decaduto il trattato del 30 dicembre 1922 con cui quattro repubbliche: Russia, Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia, avevano costituito l’URSS. Il 21 dicembre a Alma Ata i leader di altre otto repubbliche costituirono la comunità degli stati indipendenti.

Successivamente i paesi dell’Europa orientale si resero completamente autonomi e chiesero l’ingresso nella NATO e nell’Unione Europea.

Oggi come ieri, la “cortina di ferro” appare come una metafora di nuovo attuale.

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