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Come la forchetta

L'Umanista n. 8

-Il mio amico dice che destra e sinistra in politica sono uguali, non c’è nessuna distinzione

-Tu che gli hai risposto?

-Niente, non saprei cosa dire. Sono concetti difficili, nel senso che non è facile fare degli esempi di sinistra guardando e ascoltando i politici di sinistra.
Un po’ più semplice è afferrare cosa dicono a destra, però spesso quelli che dicono di essere di sinistra, ripetono le stesse cose che sento da destra. Quindi non capisco molto.
Secondo te, perché succede questo?

-Vedi, c’è una convinzione diffusa fra i politici italiani di sinistra secondo cui l’Italia è un Paese di destra, quindi cercano tutti di farsi belli dicendo cose di destra o quasi, per non spaventare, dicono loro, l’elettorato moderato.
Secondo me sbagliano perché così si deludono gli elettori di sinistra. Io penso che nel Paese ci sia una sostanziale parità fra chi si “sente” di destra e chi di sinistra e forse basterebbe una energica spinta a sinistra per affermarsi, anche se di poco. Per dare coraggio a chi fa fatica a scegliere.
Qualche volta è successo: due volte con Prodi, ma sia nel ’96 sia nel 2006 c’era di mezzo Berlusconi che motivava molti a votargli contro e, negli anni ’60 e ’70, se andavi a sommare i voti di Pci, Psi e altre formazioni più piccole erano più numerosi di quelli della Dc e soprattutto di quelli dei partiti di destra, diciamo quasi in parità con il centro-destra. Fra l’altro non si può certo dire che la Dc fosse di destra.
Solo che la sinistra è più divisa della destra-centro-destra e spesso ha disperso i voti e ancora più spesso, la mancanza di chiarezza degli esponenti di sinistra nel dichiarare la propria identità e i progetti, allontana infastiditi molti elettori che invece vorrebbero più trasparenza. È come se a sinistra, fra gli alti esponenti dei partiti, ci sia una specie di timidezza, un atteggiamento provinciale e borghese che porta a non voler irritare chi detiene il potere produttivo e finanziario . Direi che sia una particolare paura di arrivare allo “scontro finale”. Questa cosa non è del tutto ingiustificata perché nell’immediato secondo dopoguerra i partiti di centro e di destra fecero di tutto, con aiuti stranieri, per non fare votare gli italiani a sinistra. Per paura che finissimo nella sfera dell’Unione Sovietica, e in seguito è successo ancora, praticamente fino alla fine degli anni ’80.
Anche Berlusconi negli ultimi vent’anni non ha fatto altro che agitare demagogicamente lo spauracchio “comunista” per convincere la gente a votare il suo partito che si presentava soprattutto come muro anticomunista a difesa della libertà.

-Però oggi non è più così, quindi cosa spinge a commettere lo stesso errore?

-Sempre l’identico atteggiamento di timida soggezione . Una specie di “vergogna” a definirsi radicali, per non apparire sovversivi o strambi. È più una questione sociale e psicologica, piuttosto che politica. Tuttavia gli effetti sono fortemente politici. E allora ogni tanto salta fuori un qualche “movimento” fondato da personaggi che non conoscono questa soggezione di apparire “populisti” e attirano a sé moltissimi cittadini scontenti che si sfogano in un consenso di rabbia irrazionale e impulsiva, aderendovi con speranza, e questa cosa della speranza è molto importante, di ricevere finalmente un qualche beneficio, soprattutto personale. In questi tempi ha successo il Movimento 5 Stelle che, appunto, bada bene a non definirsi né di destra né di sinistra e attacca tutti, per attirare chiunque nella sua rete.

-Quindi, alla fine vince chi non distingue fra destra e sinistra?

– Il rischio c’è. A suo modo anche la Dc faceva questo giochetto, e ha governato l’Italia per quarant’anni di seguito. Ma la differenza fra destra e sinistra, nei valori e negli ideali c’è, e andrebbe sottolineata con energia.
Si può dire che il principio fondamentale della destra è che gli umani sono subordinati a leggi naturali indiscutibili e che queste devono essere lasciate libere di operare. Prima fra tutte le leggi naturali: le persone sono diverse e, nella teoria della destra, le differenze vanno mantenute e stimolate perché sono il motore della società e del benessere. Quindi chi ha forza fisica e intellettuale ce la fa, chi non ha queste doti, rimane indietro. Lo si può aiutare con la benevolenza, ma non di più. Da questo principio, deriva tutto il resto e quindi anche la necessità, per la destra, che i soggetti più deboli rimangano isolati, non si organizzino per chiedere più di quello che viene loro bonariamente concesso dai forti perché se ciò avvenisse, si rischierebbe di minare la solidità delle fondamenta dell’ordine sociale e cadere tutti nella povertà e nel degrado.
A sinistra invece si pensa che gli umani sono tutti uguali e proprio in quanto sottomessi a brutali leggi naturali, queste leggi fisiche vadano corrette dall’intervento delle leggi e delle regole che le società devono darsi per stabilire e realizzare i principi di eguaglianza e giustizia che in natura non ci sono e che, mancando, determinano la sofferenza e la miseria di molti a vantaggio di pochi. Queste norme e queste leggi da stabilire se non sono naturali, sono quindi artificiali e della collettività, perciò dello Stato.
Ecco che lo Stato deve essere potente e trasparente, per imporsi sulla legge naturale del più forte e costringere le istintive pulsioni di prevaricazione dei singoli entro i limiti della giustizia.
Senza però, questo è condiviso da decenni in tutta la sinistra democratica europea, sacrificare le libertà fondamentali dell’individuo e l’identità profonda dei singoli: unica per ciascuno, insostituibile e inviolabile.
Sulla base di questo, il primo ambito della sinistra in cui i deboli vanno difesi sia come gruppo sociale sia come persone, è quello del lavoro, perché la vita e il benessere si ricavano dal lavoro che, lasciato alla legge naturale, porta i forti a sfruttare i deboli.
Il secondo è quello della scuola, perché per capire fino in fondo la propria condizione ed ambire ad uscirne, non solo grazie alle leggi ma anche per impegno e merito personale, ci vogliono gli strumenti dell’istruzione e della formazione egualitaria pubblica, di qualità e accessibile a tutti.
Vedi, in una chiacchierata come la nostra, fatta così sul marciapiedi, bastano queste due cose per capire la differenza fra destra e sinistra. E da quello che i politici dicono e fanno riguardo a queste due cose fondamentali, si capisce da che parte stanno veramente.

È un po’ come quando apparecchiamo la tavola. Ci sono delle regole: il cucchiaio e il coltello li mettiamo a destra del piatto perché si usano con la destra. Se le mettessimo a sinistra, con la mano destra dovremmo sorvolare il piatto per prenderli, o farli passare dalla mano sinistra alla destra continuamente.
Sarebbe una forzatura; una cosa complicata.
È un po’ come una legge naturale assecondata dalla regola, a parte per i mancini: cucchiaio e coltello li mettiamo a destra perché si usano con la mano destra.
La forchetta, invece, da sola si usa con la destra ; ma va impugnata con la sinistra quando tagliamo con il coltello. Per questo quando apparecchiamo la tavola va messa a sinistra del piatto. Pronta per collaborare. Quando ci serve da sola, la impugniamo con la mano destra. Sorvoliamo il piatto per un solo bisogno.
Tutto il movimento, durante il pasto, risulta armonico. Completo.

La stessa cosa vale per la forza bruta che, lasciata a destra fa quello che le conviene e per cui esiste in natura.
Messa a sinistra, invece, soffre un po’, ma collabora ad una funzione fondamentale: dividere ciò che non può essere usato per intero.
Come vuole la sinistra in politica.
Come fa la forchetta.

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