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Perché Porte Aperte il 24 a Roma, perché Velletri il 24 e il 25

Perché sabato 24 saremo in piazza Santa Maria Liberatrice a Roma? Perché abbiamo aderito a Porte Aperte?
Perché dobbiamo ammettere una cosa: negli ultimi mesi non abbiamo funzionato come avremmo dovuto. Abbiamo fatto l’assemblea del Quirino, creando tante aspettative, sollecitando tante speranze. Poi, al posto del congresso di Sinistra italiana, abbiamo fatto Cosmopolitica, infilandoci in una lunghissima fase precongressuale. Un tunnel, praticamente, che chissà quando finisce. In mezzo la gestione pattizia a tutti livelli e un processo di adesione farraginoso e che, non casualmente, procede a rilento.
Ora siamo bloccati, in attesa del referendum. Un’attesa snervante che ci blocca ancora di più, come giustamente molti compagni arrabbiati e delusi ci fanno notare.
Porte Aperte è un sasso lanciato nello stagno, un modo per uscire finalmente dall’apatia e rimetterci in cammino, ritornando a fare politica.
In un’unica direzione: verso la riconnessione della politica con la vita reale. Con la nostra, innanzitutto, perché non possiamo morire di politicismo, di posizionamento, di appartenenze, di microappartenenze.
Ma soprattutto con la vita reale di chi dovremmo coinvolgere nel nostro progetto di cambiamento. Precari, lavoratori dipendenti, autonomi, studenti, pensionati, disoccupati, creativi. Donne, uomini, bambini. Il dramma vero della sinistra italiana negli ultimi vent’anni (di quella moderata e di quella radicale) sta tutto qui: nel vivere a dieci metri di distanza dalla vita reale, dai problemi quotidiani, dalla sofferenza, dal bisogno, dalle incertezze, dalle sofferenze e dai sogni della gente semplice. Che non ha yacht o conti criptati all’estero. Che suda per andare in vacanza una settimana, che conosce il valore del lavoro, dei soldi, dei sacrifici. Quel popolo minuto che si può fare classe, si può fare storia, potrebbe prendere in mano il proprio destino e cambiare tutto. E che invece sta lì, a votare il meno peggio o a non votare. E comunque, anche loro, specularmente, a dieci metri di distanza (di sicurezza!) da chi parla ma non dice niente, da chi abbaia alla luna ma non sa (più) mordere.
Il 24 in piazza dirò che dobbiamo lottare con le unghie e con i denti per fermare la revisione costituzionale imposta da Renzi. Perché cambia la seconda parte della Costituzione per svuotare di senso la prima. Perché dà più potere al governo e ne toglie ai cittadini. Perché non elimina il Senato ma sostituisce gli eletti con i nominati. Perché fa più confusione, crea ulteriori livelli di conflitti di competenza tra Stato e Regioni, tra Camera e Senato.
Il 24 in piazza dirò che bisogna ripartire da una proposta chiara e forte che intrecci il lavoro, il salario e il reddito. Un piano per il lavoro di qualità promosso dallo Stato: lavoro minimo garantito, perché senza non sei cittadino, sei privato della tua dignità e dei tuoi diritti. E poi salario minimo orario, diminuzione dell’orario di lavoro e reddito minimo garantito. Proposte semplici, chiare, che non si perdono nel vento ma che rispondono a bisogni: concreti, drammatici, diffusi.
Partire dai temi, dalle cose da fare e poi alzare lo sguardo. Immaginare una sinistra che finalmente governa, cambia, trasforma. Che esce dall’angolino dei rancori e delle invidie, dall’angolino della testimonianza e dell’inutile diritto di tribuna. Che chiude il pc, mette per qualche ora offline i social network e prova a capire il mondo. Perché la lotta nel Rojava curdo contro il terrorismo dei tagliagole e la pratica di un confederalismo democratico laico, socialista, ecologista e femminista parla a noi. Alla passione di chi non si arrende e scopre di avere fratelli e sorelle anche lontano da qui.
Per questo apriamo le porte e le finestre, per provare a fare girare aria pulita, a ossigenare il cervello. Con idee, valori, entusiasmo e un’ansia di cambiamento che è l’unica speranza per uscire dalla palude e rimettere in carreggiata la nostra macchina. Anzi: il nostro treno di pendolari. Ne ha bisogno il Paese, non qualcuno di noi.

ps: nel tardo pomeriggio del 24 e nella mattinata del 25 saremo invece a Velletri, per proseguire il lavoro iniziato a Vasto il mese scorso con l’assemblea di Esse “Punto e a capo!”. Sinistra italiana e la sinistra italiana hanno bisogno, insieme, di idee e di progetti.

Simone Oggionni

http://www.reblab.it

Sono nato nel 1984 a Treviglio, un centro operaio e contadino della bassa padana tra Bergamo e Milano. Ho imparato dalla mia famiglia il valore della giustizia e dell’eguaglianza, il senso del rispetto verso ciò che è di tutti. Ho respirato da qui quella tensione etica che mi ha costretto a fare politica. A scuola e all’Università ho imparato la grandezza della Storia e come essa si possa incarnare nella vita dei singoli, delle classi e dei movimenti di massa. A Genova nel luglio 2001 ho capito che la nostra generazione non poteva sottrarsi al compito di riscattare un futuro pignorato e messo in mora. Per questo, dopo aver ricoperto per anni l'incarico di portavoce nazionale dei Giovani Comunisti e avere fatto parte da indipendente della segreteria nazionale di Sel, ho accettato la sfida di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, per costruire un nuovo soggetto politico della Sinistra, convinto che l’organizzazione collettiva sia ancora lo strumento più adeguato per cambiare il mondo.

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