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Dalla crisi al populismo

qualche appunto per vederci più chiaro

La caduta del muro di Berlino del 1989 ha spianato la strada al capitalismo e alla globalizzazione dei mercati, dei segni e delle notizie. Dopo un periodo di relativa prosperità, dal 2007 siamo entrati in una crisi economica/finanziaria irreversibile, ossia la più lunga della storia del capitalismo.
Anche il suo esito politico è disastroso: Brexit, default di nazioni come Grecia, Irlanda, Finlandia e le fatiche di importanti paesi come Italia, Spagna, Portogallo ed altri. Non credo sia la fine del sogno europeo ma poco ci manca.
Nel giro di un decennio, la crisi finanziaria ha stravolto il quadro politico europeo. In alcuni stati, tra cui l’Italia, sono sorti esecutivi tecnici di solidarietà nazionale. La ricetta prevede “lacrime e sangue” un po’ per tutti a partire dal lavoro, pensioni, sanità e cosi via. Governo Monti docet. Di conseguenza, la rappresentanza politica, di qualsiasi astrazione, si indebolisce sotto i colpi della macelleria sociale voluta dai creditori della Troika, BCE e fondo monetario. La politica è oramai relegata in un angolo e subisce passivamente lo sconvolgimento di entità astratte come l’oscillare dello spread, l’instabilità dei mercati e risulta costantemente sotto il tallone di imprecisati speculatori finanziari. Pesano come macigni i trattati di Maastricht e di Lisbona. In queste sedi si concretizzò l’unità monetaria dell’Europa sotto la guida della BCE (che precisiamo è una banca privata!), fiscal compact, pareggio di bilancio e così via.
Insomma, mancano gli strumenti politici per fare dell’Europa un reale stato federale che possa aggredire con strumenti opportuni e funzionali le problematiche dei singoli stati europei.
In questo interminabile clima stagnante proliferano nuove organizzazioni politiche, di chiara tendenza populista, ora orientati verso destra ora verso sinistra in relazione alla contingenza politica del momento . Dunque, sono organizzazioni camaleontiche che possono assumere aspetti sempre inediti pronti ad appagare le ansie e le paure, soprattutto, della povera gente.
Nell’immaginario populista la politica partitica è un avversario da combattere con tutte le proprie forze. I partiti vengono intesi, semplicemente, come sfruttatori del popolo e non come legittimi portatori di interessi sociali della propria base di riferimento. I populisti, invece, sostengono che per governare la cosa pubblica bastano onesta, saggezza, verginità politica e chi più ne ha più ne metta. Ma non sempre queste virtù fanno rima con capacità, esperienza, partecipazione, capacità di aggregazione e via discorrendo.
I populisti, in generale, hanno dei cavalli di battaglia infallibili che fanno sempre, o quasi, braccia sull’elettorato popolare:
1) Critica di tutte le istituzioni e organismi sovranazionali
2) Antiparlamentarismo;
3) Denigrazione, spesso personale, del concorrente politico;
4) Esaltazione del popolo e dei suoi leader carismatici spesso autoritari;
5) Terrorismo mediatico sugli attacchi terroristici (il selfie di Salvini a Bruxelles, subito dopo l’attentato terroristico, è da far accapponare la pelle!);
6) Democrazia diretta;
7) Denuncia dell’invasione degli stranieri.
Su quest’ultimo punto, come scrive opportunamente Marco Tarchi (per una volta siamo d’accordo con lui!), il populismo assomiglia, pur differenziandosene profondamente su altri aspetti, a quella della destra di matrice fascista: come nel fascismo, c’è l’idea che “noi” (intesi in questo caso come popolo italiano) abbiamo una priorità su “loro” (intesi come immigrati di qualsiasi provenienza sul suolo italiano). Fortunatamente, i populisti di ogni specie non credono nella superiorità della razza. Sotto altri aspetti, il populismo assume sembianze che virano verso sinistra, intesa quella radicale, come la critica delle èlite e la vocazione alla protesta, analisi sociale e critica all’austerità. Anche sulla questione riguardante l’attuazione della democrazia diretta abbiamo qualche appunto da fare. La democrazia diretta, dal nostro punto di vista, è inattuabile in questo contesto storico. Il disinteresse per la cosa pubblica è, purtroppo, talmente alto da farci sostenere, ancora una volta, la necessità del sistema della democrazia rappresentativa che resta, in ogni caso, un importante momento democratico.
Infine, il populismo si affida all’oratoria straordinaria di leader capaci, più con le parole che con i fatti, di trascinare, con frasi ad effetto, spesso ironiche o sbeffeggianti verso la classe dominante, il popolo.
La devastante onda populista ha influenzo l’agenda politica di alcuni partiti tradizioni soprattutto per quanto riguarda il regolamento dell’immigrazione, l’euroscetticismo e il contenimento dei costi della politica. In questo senso, l’esempio più emblematico è il partito della libertà austriaco. Questo partito, di chiara matrice liberale, con l’elezione del segretario Jorg Haider si è trasformato in un partito nazional-populista dai tratti xenofobi che ha sfiorato la guida del governo nelle elezioni nazionali del 2016. Situazioni analoghe si verificano nella Russia di Putin e nell’Ungheria di Orban. Anche in Francia la populista di estrema destra Marine Le Pen ha rischiato di “conquistare” l’Eliseo. Il pericolo è stato scongiurato ma il dato politico resta e pesa.
Come accennato poc’anzi, anche in Italia si sono affermati movimenti populisti di diversa natura e connotazione politica ora tendenti verso destra, per la loro vocazione “sfascia Europa” e “anti immigrazione” ora tendenti verso sinistra per la loro inclinazione giustizialista e sociale. Fra i populisti di destra annoveriamo la Lega Nord e, in parte, il M5S. Le due organizzazioni condividono la necessità di riformare i flussi migratori (i leghisti sono molto più radicali in questo senso) e di uscire dall’Europa. Fra i populisti di sinistra ricordiamo organizzazioni estinte o quasi, come L’Italia dei valori e La Rete.
Anche i maggiori partiti tradizionali italiani hanno tentato recentemente di placare la deriva populista finendo per assumerne alcuni connotati. Ci riferiamo all’esempio di Forza Italia 1.0 (mi riferisco alla prima fondazione del suddetto partito politico), guidata dall’imprenditore Silvio Berlusconi, che riuscì a frenare l’avanzata leghista di Bossi con una esilarante e mediaticissima campagna elettorale.
Oggi, il segretario del PD Matteo Renzi nel tentativo di arrestare l’avanzata del populismo grillino ha innescato una polemica contro i vincoli di bilancio imposti dall’Europa e, soprattutto, dalla Germania.
Dunque, viviamo un’epoca dominata dalla spettacolarizzazione della politica, dai proclami, dalle promesse, dai tweet e tante tante belle parole che non hanno seguito e, soprattutto, realizzazione pratica a partire dai “muri” che vorrebbe ergere Matteo Salvini contro l’inarrestabile ondata migratoria di questi ultimi anni o come la pretesa del Movimento 5 stelle di governare il paese in totale autonomia (autoritarismo allo stato puro, altro che democrazia diretta!) ripudiando ogni forma di collaborazione politica anche su punti apparentemente convergenti con altre forze politiche. La recente bocciatura dello “ius soli” da parte del M5S, legge sulla quale lo stato maggiore del movimento si era professato a favore ,è una testimonianza lampante. Oggi anche l’America ha avuto una svolta populista con l’elezione di Donald Trump con effetti politici sotto gli occhi di tutti: smantellamento sanità pubblica, rottura sull’accordo sull’ambiente, tensione internazionale. Il M5S e la Lega Nord espressero soddisfazione per l’elezione del milionario populista americano.
Con questo, abbiamo detto tutto.

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