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Dieci risposte dalla sinistra che verrà

Affrontiamo i nodi, rilanciamo la Sinistra nel Paese a partire dai contenuti

Su linkiesta.it Francesco Cancellato ha posto nelle settimane scorse dieci domande alla sinistra che verrà. La sua ipotesi iniziale è che la destra in questi anni abbia saputo dare risposte precise, incassando di conseguenza consensi e adesioni. La sinistra italiana invece è al palo, in difficoltà di fronte a queste (e altre) domande. Non ho la presunzione di invertire con questi pochi appunti la tendenza, ma sentendomi chiamato in causa provo a dare un modesto contributo.
Il fatto che Cancellato non abbia stimolato alcuna reazione, tranne questa, dimostra, forse, che il problema c’è tutto.

Siamo lavoratori o consumatori? 
Siamo (dovremmo essere) lavoratori. Quella che Rifkin chiama l’era dell’accesso (in contrapposizione all’era della proprietà, che avrebbe segnato l’epoca moderna fino al Novecento) non è un’era post-capitalistica. Bisogna essere chiari, a rischio di sembrare schematici: noi viviamo dentro un modo di produzione segnato per sua natura dalla contraddizione (e dal conflitto potenziale, ma questo è anche compito nostro) tra chi vende e chi acquista forza lavoro. Il fatto che il capitalismo si sia profondamente innovato non cambia la sostanza essenziale della questione. Pensare che il lavoratore potesse essere sostituito – in nome delle modificazioni  subite dal sistema economico – da altre figure (l’utente, il consumatore, l’individuo all’interno di nuove categorie collettive come la moltitudine) è stato l’errore compiuto in questi anni dalle sinistre, sia da quelle antagonistiche sia da quelle riformiste.
Invece, fino a che vivremo in questo regime economico rimarrà centrale il ruolo del lavoro. Certo: i processi produttivi sono cambiati moltissimo e gli stessi processi produttivi sono trasformati e, in una certa misura, marginalizzati dal ruolo della finanza e dell’economia virtuale. E, certo, tra le modificazioni più eclatanti vi è appunto l’affermazione della sharing economy, dell’e-commerce, e quindi di processi di disintermediazione che ridefiniscono il ruolo del lavoratore.
Ma il compito della sinistra è evitare di accogliere i processi come fossero ineluttabili e mantenere uno sguardo critico, sempre. Si tratta di processi contraddittori, perché da una parte migliorano la fruibilità di alcuni servizi ma dall’altra comprimono diritti, salari e posti di lavoro.
E, a monte, i modelli di sharing economy sovente si traducono in rental economy, nella quale le possibilità di noleggio e di accesso sono del tutto proporzionali alle possibilità di acquisto e di proprietà. La stessa economia della condivisione si sta negli ultimi anni trasformando in una macchina di estrazione del profitto da parte di grandi corporation. Michel Bauwens parla di net-archical capitalism, mettendo l’accento sul processo gerarchico di sfruttamento, dall’alto verso il basso, delle forme economiche sharing. Da Uber a Airbnb il mercato ha scoperto che le pratiche peer-to-peer sono estremamente produttive e capaci di generare profitti molto alti, approfittando anche della possibilità di utilizzare queste reti e le rispettive piattaforme per esternalizzare i rischi sui privati locatori-lavoratori e abbassare i costi di produzione. Talvolta, addirittura, oggetto della condivisione è la forza-lavoro in quanto tale: taskrabbit.com è per esempio un marketplace che fa incontrare domanda di servizi e offerta di lavoro al di fuori di qualsiasi contrattazione collettiva, addirittura in forme analoghe a quelle offerte dalle aste di eBay. Il venture capital di un sistema che ha polverizzato il mondo del lavoro viene investito per lucrare sulla possibilità, per disoccupati o inoccupati, di trovare piccoli lavori saltuari.
Il minimo che la Sinistra deve fare è pretendere una regolamentazione pubblica che consenta a queste sperimentazioni economiche di vivere all’interno dei contratti nazionali e della legislazione generale sul lavoro, garantendo un livello standard di salari e diritti.

Polmoni puliti o braccia impegnate? 
Penso che la Sinistra sia pronta a lasciarsi alle spalle questa contraddizione. Anche una moderna sinistra del lavoro, come io propongo. Il punto è che non può esserci sviluppo in questa fase storica e in questa parte del mondo senza una scelta di fondo verso un modello di conversione ecologica dell’industria e della stessa economia, rompendo la subalternità a una logica produttivista che, portata alle sue estreme conseguenze, risulta incompatibile con la salvaguardia della salute e dell’ambiente. Lo ha capito Papa Francesco che, con l’enciclica Laudato Si’, ha suggerito il terreno della conversione ecologica come terreno di ricerca sulla e della qualità, ecologica e umana, del lavoro e delle sue condizioni. Di cosa parliamo, concretamente? Per esempio di un’opera straordinaria di bonifica dei terreni inquinati e di riconversione degli impianti delle aziende inquinanti, modernizzando le strutture e i macchinari, scegliendo e settorializzando la produzione; e, ancora, di un piano decennale di studio del territorio nazionale e di cura e ricucitura della mappa dei dissesti idro-geologici.
Come si vede il tema non è la decrescita felice, l’immagine bucolica di un futuro de-industrializzato. Ma è l’investimento, in sé strategico proprio nella riattivazione della dinamica occupazionale, in un modello di sviluppo alternativo.
Può esistere, dopo trent’anni di dismissioni, una politica industriale seria che muova da quei settori che costituiranno gli snodi nevralgici del prossimo futuro: dalle telecomunicazioni ai trasporti veloci su rotaia, dalla cantieristica navale al rilancio dei grandi porti del Mediterraneo, dall’intelligenza artificiale all’efficientamento energetico e alle nuove opportunità di sfruttamento di fonti rinnovabili, dalla gestione dei big data al loro vasto utilizzo.
Ma è chiaro che questo è possibile a condizione che lo Stato torni a svolgere un ruolo centrale nell’economia nazionale, che torni a svolgere la funzione di programmatore, in grado di assumere controllo e responsabilità delle risorse disponibili, delle opportunità di sviluppo, della qualità e della creazione di nuovi posti di lavoro.

Stipendio o reddito di cittadinanza? 
L’obiettivo strategico a cui dobbiamo tendere è quello che ci indica la nostra Costituzione: il diritto al lavoro. Parlerei di lavoro di cittadinanza, di lavoro come elemento costitutivo del progetto di vita collettivo di una società democratica. Aggiungo: non di un lavoro purchessia, ma di un lavoro di qualità coerente con le aspettative e il percorso di studi di ciascuno. In quest’ottica è evidente che lo Stato   debba essere un attore fondamentale.
Questa impostazione esclude il reddito minimo garantito? No, esclude forme di reddito di esistenza elargite a pioggia a prescindere dalla condizione reddituale e patrimoniale del singolo. Ma non esclude (anzi: prevede e implica come elemento complementare) l’erogazione di una forma di reddito minimo garantito legato a politiche attive di reinserimento al lavoro. L’introduzione di un reddito minimo garantito è esso stesso indicativo di una politica di programmazione economica che interviene in un contesto drammatico segnato dalla discontinuità reddituale per settori crescenti di popolazione, soprattutto per le fasce di popolazione giovanile mai entrate stabilmente nel mondo del lavoro. Non penso quindi a un reddito incondizionato di base, che sarebbe del tutto coerente con una opzione di stato sociale che accetti l’accesso al processo produttivo solo quando è compatibile con l’efficienza e la necessità del mercato, ma a un reddito minimo garantito, collocato all’interno di una nuova idea di welfare che veda garantito, universalmente di base e a scalare in nome di un principio di progressività dei redditi, l’accesso ai servizi pubblici, alla formazione, alla mobilità, alla casa.

Eccellenze o evasori? 
Ovviamente un sistema sano non deve scegliere tra grande e piccola impresa. Esso crea, tende a creare, un equilibrio stabile che, da un lato, stringa un patto con alcune grandi aziende (pubbliche, partecipate o private ma orientate a interessi strategici nazionali) per una produzione competitiva e di qualità. E che, dall’altro, sostenga e segua passo per passo il sistema di piccole e medie imprese, a partire da quelle per le quali il collegamento con il sistema universitario e un investimento sistematico in innovazione e ricerca può produrre risultati sul medio periodo. Ma la precondizione perché ciò accada è che la Sinistra accetti fino in fondo la sfida del governo dei processi reali.
Fuori da ogni perifrasi: dobbiamo essere pronti a definire un sistema di interessi che contemperi esigenze diverse e disarticoli il blocco dell’impresa conquistando alle nostre ragioni vasti settori produttivi attraverso un patto tra le forze sane del Paese che sia serio, dettagliato, rigoroso e moderno. Governare il cambiamento non consente scorciatoie massimaliste. Impone, al contrario, grande fiducia nella capacità di dirigere egemonicamente un nuovo blocco storico.
Di quali settori stiamo parlando, concretamente? Guardiamo al nostro Paese e a quei settori produttivi che, pur dentro la crisi, non sono affondati. Guardiamo alla loro qualità, a ciò che li caratterizza in via peculiare, come emerge dai rapporti annuali di Unioncamere: si tratta di piccole imprese trasformate in imprese sociali, in grado di continuare a produrre praticamente in assenza di profitto; di attività produttive familiari e cooperative che continuano a generare ricchezza e a salvaguardare occupazione anche in presenza di una remunerazione insufficiente del fattore produttivo; della capacità, infine, di mantenere nicchie di produzione al riparo della competizione globale, attraverso un export di qualità. Si tratta di imprenditorialità diffusa, che spesso è in grado di produrre innovazione e che molto spesso vive al di fuori della logica della massimizzazione del profitto di breve periodo, riuscendo a diventare un punto di riferimento, non solo produttivo, del territorio, esprimendo rappresentanza di un insieme più vasto di interessi e, talvolta, addirittura una pratica di salvaguardia del bene comune. Perché non deve essere lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, a farsi carico di valorizzare questi modelli dentro una prospettiva nazionale e perché non deve essere la Sinistra a governare e indirizzare, in alleanza con questi poteri, lo sviluppo dell’economia reale?

Giovani o anziani? 
Mettere in competizione tra loro i giovani e gli anziani è uno dei meccanismi più odiosi di distorsione della realtà. Ed è ancora peggio quando da un lato si aizzano i figli senza lavoro contro i padri e dall’altro si aumenta l’età pensionabile di questi ultimi, creando un tappo allo stesso mercato del lavoro.
E non si dica che l’aumento dell’età pensionabile è obbligato dai deficit della previdenza pubblica. E’ sufficiente studiare nel dettaglio i singoli fondi pensionistici per accorgersi che il sistema previdenziale per i dipendenti del settore privato (operai e impiegati) è in attivo mentre, per esempio, la gestione dei dirigenti d’azienda è in disavanzo. Più che costringere a lavorare di più i dipendenti, allora, si tratterebbe di riequilibrare il rapporto tra i contributi erogati. Perché, a sistema vigente, c’è una grande maggioranza che versa molto più di quanto poi riceve negli anni della pensione e una piccola minoranza che versa molto di meno, in proporzione, di ciò che poi riceverà. Si tratta di un obiettivo di equilibrio delle finanze pubbliche, prima ancora che di equità sociale.
Piuttosto, bisognerebbe facilitare il pensionamento anticipato, consentire il pensionamento a chi ha 40 anni di anzianità contributiva oppure, per la pensione di anzianità, alle donne di 60 anni e agli uomini di 65.
Poi c’è il capitolo che riguarda i diritti. Non riesco a capire perché in nome dell’equiparazione tra diritti dei giovani e diritti degli anziani si debbano togliere ai primi i diritti che i secondi hanno conquistato. E’ un ragionamento folle che va  semplicemente rovesciato. Equiparare i diritti, per la Sinistra, vuol dire garantirli anche ai più giovani.

Debiti o sacrifici? 
Bisogna prima o poi trovare il coraggio di dirlo, sfidando apertamente il totem della riduzione del debito. Dove è scritto che il debito pubblico debba essere necessariamente ridotto nel breve periodo? Esso va nell’immediato stabilizzato, con disavanzi buoni e pianificati in valori d’uso sociali. Il che significa – come proponeva il governo Tsipras nella trattativa con la Troika – rinegoziare e ristrutturare il debito, differenziare i pagamenti, rinviare i pagamenti a quando crescerà l’occupazione. Il debito pubblico si può e si deve certo ridurre nel medio periodo ma non risparmiando sulla spesa sociale ma investendo, in infrastrutture, in ricerca, in formazione, nella ripubblicizzazione delle imprese strategiche nazionali – qui lo Stato nazionale può ancora svolgere una funzione progressiva – e in un piano europeo per l’occupazione e la riconversione ecologica della produzione finanziata con una Tobin tax.

Ultimi o penultimi? 
La storia di questi ultimi anni dovrebbe averci ricordato – giacché l’insegnamento è molto più antico – che la guerra tra i poveri la vincono sempre i ricchi.
E a nulla servono approcci leziosi, che non facciano i conti con il fatto che il fenomeno migratorio con cui ci stiamo confrontando non è una variabile irrilevante ma è il cuore, la realtà costituente di un mondo in trasformazione (sull’onda dell’allargamento globalizzato dei commerci e in conseguenza del moltiplicarsi in gran parte del pianeta di conflitti e guerre) e di un’Europa che mescola la propria natura con quella di ciò che è altro da sé. Siamo a un passaggio epocale e la Storia, nel cammino di decine di migliaia di migranti verso l’Europa, segna un punto di svolta che dobbiamo sapere interrogare. Non soltanto perché ne cambia la fisionomia, i connotati demografici e persino culturali, ma anche perché avviene nel cuore della sperimentazione di politiche di austerità che rischiano di determinare, nella crisi, sentimenti di odio esplosivi. In questo senso l’ipotesi di un’uscita a destra dalla crisi può coincidere con l’ipotesi di una gestione di estrema destra del fenomeno migratorio. Il nostro compito è impedire la saldatura tra le due destre, tecnocratica e xenofoba, e una guerra civile molecolare di entrambe contro la diversità, l’alterità, i migranti in carne e ossa. Per questo bisogna avanzare proposte chiare. La prima è il diritto di cittadinanza per tutti i nati in Italia e il potenziamento delle politiche per l’integrazione e l’interculturalità. Ciò significa che l’integrazione deve essere una risorsa per tutti, un arricchimento culturale, l’occasione di un’apertura mentale. Vanno integrate poi le nostre grandi città nella rete delle città-rifugio proposta dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, creando un registro nazionale dell’accoglienza che risponda alla domanda di civiltà che prorompe dalla crisi umanitaria in corso. Il buonismo però non c’entra nulla: l’illegalità deve pesare nello stesso modo a prescindere da chi la compie, né più né meno. Anche per far ciò, bisogna trattare tutti i soggetti del diritto come tali. E i migranti, come gli autoctoni, come lavoratori. Partendo da alcuni dati di fatto incontrovertibili: che il numero complessivo degli immigrati nel nostro Paese è contenuto (poco più di 5 milioni di persone, circa 300mila irregolari); che complessivamente essi sono un vantaggio economico per il nostro Paese (quasi un miliardo e mezzo all’anno di beneficio, cioè di differenza tra i contributi previdenziali e le tasse pagate dagli immigrati e la spesa pubblica per loro); e che non sono in concorrenza diretta con i lavoratori autoctoni sul mercato del lavoro, come ha recentemente riconosciuto anche la Banca d’Italia. Sperimentare progetti di ripopolamento dei piccoli Comuni attraverso un piano di recupero e di rilancio delle piccole attività manifatturiere e artigianali, turistiche e legate al settore eno-gastronomico è soltanto un’idea, che coniuga integrazione, opportunità di lavoro, turismo e sviluppo economico.

Privacy o sicurezza? 
Se internet è ormai la quarta dimensione della realtà, allora la sua governance va diretta o limitata in nome di una nuova forma di cittadinanza. Dobbiamo in altri termini iniziare ad abituarci al fatto che anche la rete è terreno di scontro, di conflitto e di mediazione tra poteri, individui, collettività, sovranità.
Torna a bomba il tema del pubblico. Non è accettabile che le grandi corporation acquisiscano dati privati e li utilizzano sul mercato virtuale (essendo essi dotati di un valore abnorme e facendone usi sempre più spesso eccentrici rispetto a quelli dichiarati) senza un intervento e un controllo pubblico. Il quale, sì, ha il diritto di limitare la privacy individuale per ragioni superiori di sicurezza. Ma è decisivo stabilire i confini. Altrimenti la rete diventa semplicemente l’ennesimo campo nel quale i grandi potentati puntano alla massima valorizzazione del capitale, utilizzando la vita, virtuale o meno, degli utenti come ulteriore strumento di valorizzazione.

Servizio pubblico o pubblico impiego? 
E’ evidente che il carrozzone clientelare conosciuto nella seconda metà del secolo scorso non può più funzionare. Il pubblico impiego è stato anche questo e bisogna avere il coraggio di dirlo: luogo delle inefficienze, delle raccomandazioni e delle clientele, dello spreco, dello sperpero e del privilegio.
Ma è stato, ed è, anche molto altro e raccontarlo soltanto nei termini sopra descritti è una operazione ideologica truffaldina. Se si ha a cuore il pubblico – e la Sinistra per le mille ragioni sin qui ricordate non può che avere a cuore un sistema pubblico – si deve allora intervenire per eliminare gli sprechi, le clientele, i privilegi, le inefficienze, le ingessature burocratiche che allontanano il settore pubblico dal cittadino.
Perché stiamo parlando di cose concretissime: dalla scuola al sistema sanitario. E i cittadini hanno il diritto a servizi all’altezza. Si può farlo prendendo di petto quella che Berlinguer denunciava come questione morale, che altro non era che il problema dell’occupazione da parte dei partiti dello Stato e delle sue ramificazioni. Concorsi trasparenti per i ruoli di comando e per le assunzioni di ogni categoria; e utilizzo capillare e intelligente della tecnologia per semplificare e alleggerire la burocrazia sono soltanto due delle priorità di un rilancio e di una modernizzazione del settore pubblico.
Ma tutto questo non può essere e non è in contraddizione con la salvaguardia dei posti di lavoro giacché, come dicevamo prima, lo Stato ha bisogno di un esercito di funzionari, dipendenti, collaboratori. Torniamo a parlare della cura del dissesto idrogeologico del territorio, per esempio?

Italia o Europa? 
Principio di realtà, sempre. In relazione con l’orizzonte e il sogno, se si riesce. Cos’è oggi l’Europa? Un incubo, nel quale si rischia la sospensione di Schengen, si innalzano muri e fili spinati; la patria delle piccole patrie, dell’Austria e della Slovenia, della Danimarca che autorizza il sequestro dei beni dei profughi, della Croazia e della Serbia che militarizzano le proprie frontiere, della Francia che riflette sulle leggi d’eccezione e sulla costruzione di un campo di prigionia. Non sorprende perché l’errore è genetico. È in Maastricht. È nell’avere delegato alla moneta unica il processo di costruzione di un barlume di sovranità politica continentale.
Però qui interviene la politica, che è appunto il sogno in relazione al principio di realtà. Non l’accettazione passiva della realtà. Non, quindi, la ritirata strategica in nome di un nuovo patriottismo (che è storicamente, nel nostro Continente, il volto più presentabile del nazionalismo), magari illudendoci che i rapporti di forza nel nostro Paese siano più favorevoli che su scala continentale.
E allora servono tre cose: un programma, una capacità di mobilitazione su scala europea, un nuovo partito europeo.
Un programma, innanzitutto. Che ponga il tema di una grande riforma dell’intera architettura costituzionale e istituzionale. A monte, il tema dei trattati, che oggi si reggono sul principio della competitività e su cui i popoli europei hanno il diritto di esprimersi, votando democraticamente e cambiandoli. E poi la riforma della Bce, che deve potere finanziare programmi di investimento pubblico, che deve essere prestatore in ultima istanza, per finanziare illimitatamente i disavanzi e per stampare moneta. La riforma del sistema bancario, in maniera tale da proibire i derivati finanziari speculativi – c’è una bolla che sta per scoppiare e che allungherà per molti anni la crisi cominciata nel 2008 – e da rendere pubbliche le agenzie di rating. Mettere mano all’architettura dell’Europa vuol dire cambiarne anche giuridicamente i fondamenti, vuol dire riformare il Parlamento Europeo, che oggi non ha alcun potere legislativo diretto, vuol dire ricostruire legittimità, sovranità e democrazia nel rapporto tra le istituzioni e i popoli, tra la Commissione e gli Stati.
Perché questi obiettivi non rimangano sulla carta bisogna lavorare – come già sta facendo il movimento sindacale – per generalizzare su scala europea i conflitti e le mobilitazioni, trovando parole unificanti, per esempio sul terreno salariale. È possibile per esempio porsi l’obiettivo di uno standard redistributivo europeo, che impedisca il dumping salariale e che induca i Paesi in surplus commerciale a fare crescere i salari, contribuendo a un riequilibrio nei conti con l’estero?
Ma tutto questo come si può pensare di metterlo in pratico senza lavorare alla costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra su scala europea? Non sulla base dell’intuizione rapsodica di qualche brillante economista ma con un progetto serio che unisca e riformi quel che esiste. Che non divida ma che metta insieme i Verdi e gli ecologisti e le sinistre d’alternativa, le diverse formazioni radicali con quelle esperienze interne al socialismo europeo che stanno finalmente rompendo con la logica delle grandi coalizioni e con il loro contenuto di neo-liberalismo e austerity.
Tutto questo si fa venendo meno alla funzione nazionale che ciascun soggetto deve svolgere? Si fa dimenticando il livello nazionale? Tutto il contrario. Si fa radicando in ogni Paese una forza politica in grado di affiancare il governo greco. Non criticandolo dall’angolo di prospettive politiche irrilevanti e anacronistiche. È quello che è accaduto in Portogallo. È quello che sarebbe potuto accadere in Spagna e non è accaduto anche a causa delle inadeguatezze e dei ritardi dei socialisti. I tempi della politica sono velocissimi, come quelli della Storia. Si tratta di non rimanere indietro, di fare a nostra volta la nostra parte. Costruendo un partito della Sinistra italiana in grado di governare con un programma radicale e di cambiare i rapporti di forza in Europa. Per un’Europa che, nel mondo, sia qualcosa di diverso dalla succursale militare degli Stati Uniti o l’avamposto di presunte guerre di civiltà. Per un’Europa che sia presidio di pace e di cooperazione in un mondo multipolare. Per un’Europa che, nella sua costituzione formale e materiale, sia compatibile con la nostra splendida Costituzione. Ecco, sarebbe un’esportazione di democrazia auspicabile.

Simone Oggionni

http://www.reblab.it

Sono nato nel 1984 a Treviglio, un centro operaio e contadino della bassa padana tra Bergamo e Milano. Ho imparato dalla mia famiglia il valore della giustizia e dell’eguaglianza, il senso del rispetto verso ciò che è di tutti. Ho respirato da qui quella tensione etica che mi ha costretto a fare politica. A scuola e all’Università ho imparato la grandezza della Storia e come essa si possa incarnare nella vita dei singoli, delle classi e dei movimenti di massa. A Genova nel luglio 2001 ho capito che la nostra generazione non poteva sottrarsi al compito di riscattare un futuro pignorato e messo in mora. Per questo, dopo aver ricoperto per anni l'incarico di portavoce nazionale dei Giovani Comunisti e avere fatto parte da indipendente della segreteria nazionale di Sel, ho accettato la sfida di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, per costruire un nuovo soggetto politico della Sinistra, convinto che l’organizzazione collettiva sia ancora lo strumento più adeguato per cambiare il mondo.

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