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Per dirci cose vecchie con il vestito nuovo

analisi post voto

Solitamente ci si prendeva qualche giorno ti tempo prima di affrontare una lettura analitica dei risultati elettorali. Ciò permetteva di recuperare la lucidità persa per la delusione o, per i più fortunati, la gioia. Ma ora i tempi sono dettati dai social, dagli scroll delle bacheche, e quindi eccoci qui.
La prima considerazione è che queste elezioni ci consegnano un’Italia segnata dal bipolarismo, che comprende il centrodestra e il Movimento 5 Stelle. Del tutto assente la sinistra, o centrosinistra, o i progressisti o come si vuole. Si parlava di un ipotetico quarto polo, e ci troviamo senza nemmeno il terzo.
All’interno del Centrodestra la situazione è più o meno questa: FDI che raccoglie la tradizione della destra sociale si attesta intorno al 4,5, Forza Italia, partito degli imprenditori e di chi ha quel tipo di aspirazioni retrocede a secondo partito, la Lega di Salvini, che senza timore di smentita, può essere definito l’anima di massa del centro destra, che raccoglie le istanze interclassiste di protesta, diventa il primo partito del proprio campo.
Il M5S, raccogliendo anch’esso dai maldipancia generalizzati, dei “ricchi” come dei “poveri”, diventa il primo partito.
Il PD più LEU più le formazioni della sinistra radicale raccolgono, sommate, a mala pena un quarto dei consensi.
Con questo dato, non ce la si può sbrigare parlando di errori tattici, di nomi che non tirano, di candidature non azzeccate. Sarebbe troppo semplice e troppo inutile, relegarsi al ruolo di scontenti, individuare uno, due, tre, cento capri espiatori, dissociarsi e mondarsi le vesti. Poi, il fatto che non sia abbastanza, non vuol dire che non vada fatto.
Ma non sarebbe sufficiente nemmeno, ipotizzare errori strategici, quali alleanze, scelte di campo, autonomie et similia. In tutte le salse, da soli, in compagnia, identitari, con falci, la sinistra continua a essere vicina al “non pervenuto”.
L’errore, o meglio gli errori, sono ontologici, insiti nell’essenza stessa dei soggetti che popolano il campo diffuso della sinistra.
L’autoreferenzialità, l’autosufficienza, la convinzione che ci si possa adagiare su una storia, su un immaginario, su una simbologia. Sono forse questi i motivi di questo tracollo storico.
C’è chi si è nascosto dietro una presunta responsabilità, e coperto da questo mantra ha ignorato il proprio popolo, e specularmente c’è chi si è nascosto dietro la propria storia, le proprie radici, ignorando anch’esso le paure e le insicurezze del proprio elettorato.
In uno scenario del genere non serve perdere tempo a ipotizzare formule, alchimie. Il Partito Democratico, LeU, la sinistra diffusa, i corpi sindacali, le associazioni, occorre che tutti costoro si fermino a ripensare se stessi. Occorre che tutti si mettano a disposizione, osando per una volta, per dio. Senza pensare alle conseguenze, che, di calcoli, stiamo morendo tutti. Senza dare più per scontato nulla, a partire dalle proprie organizzazioni. Dobbiamo reinventarci un vocabolario per parlare a questa Italia che cambia, dobbiamo reinventarci un lessico, una sintassi. Dobbiamo trovare il coraggio di superare noi stessi, di andare oltre le nostre sicurezze. Dobbiamo trovare le parole per dirci sì cose vecchie, ma con il vestito nuovo. Un vestito laburista, moderno, che ci veda tutti coinvolti, finalmente, in un unico grande partito.

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