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domenica votiamo no, da donne e uomini liberi

Intervista a Simone Oggionni

di: Associazione Esse,

1 Dic 2016

Categorie: Italia, Politica Interna

Anticipiamo per gentile concessione del giornale unoetre.it di Frosinone un’intervista a Simone Oggionni, della segreteria nazionale di Sel, che sarà on line domattina.

 

 

Quali sono le ragioni per cui Renzi , Boschi e verdini hanno promosso e proposto la riforma? Il quesito la promuove come uno snellimento, un risparmio, una semplificazione. Sembrano parole d’ordine difficilmente eludibili, dato il clima che pesa sull’elettorato italiano da ormai qualche decennio.
Questa è la proposta di revisione costituzionale firmata da Renzi, Boschi e Verdini. Ci sarebbe stata anche la firma di Berlusconi, che Renzi scelse da subito come interlocutore privilegiato, se nel frattempo non fosse saltato il patto del Nazareno, di cui oggi nessuno si ricorda più.
Semplificazione, risparmio, snellimento, dice Renzi. In realtà nessuno di questi obiettivi viene raggiunto.
Non ci sarà semplificazione. Il procedimento legislativo sarà più complesso, come dimostra il nuovo articolo 70, che porta da uno a tredici gli iter possibili, demanda ai presidenti delle due Camere il compito di risolvere eventuali controversie e consente a entrambe le Camere di richiamare le leggi non di propria competenza. Non si supera il bicameralismo paritario, lo si rende più confuso e più farraginoso. E quando sento dire che con questa riforma le leggi saranno più veloci sorrido, seppure amaramente. Per la legge salvabanche, per il Jobs Act e per cancellare l’articolo 18, per la buona scuola, per la legge Fornero sulle pensioni sono bastati dai 15 ai 40 giorni. Evidentemente quando si vogliono fare le leggi per tutelare e garantire gli interessi di certi poteri e di certi amici, il bicameralismo paritario non è poi questo grande impedimento. Quando invece si discute della legge sul caporalato proposta dalla Cgil, passa un anno e mezzo.
Non ci sarà risparmio, perché la Ragioneria dello Stato dimostra che il taglio del numero dei senatori ridurrà i costi di neppure 50 milioni di euro ogni anno, a fronte del fatto che lo stesso Senato potrà, tramite il proprio regolamento interno, definire nuovi rimborsi spesa (alberghi, ristoranti, treni e aerei) che ad oggi è impossibile quantificare. Se al governo fosse interessato il risparmio sarebbe potuto intervenire proponendo, per esempio, il taglio dello stipendio dei parlamentari. E non ci sarà, infine, alcuno snellimento. Le Province rimangono come enti di secondo livello, scompare soltanto il diritto dei cittadini di votarne i rappresentanti. Le Regioni mantengono competenze decisive, come quella che concerne la gestione dei servizi sanitari. Lo Stato rimane quello, con un Senato un po’ più contratto e composto da consiglieri regionali nominati nei consigli regionali. Il ceto politico locale che si autotutela e autopromuove, distribuendo al suo interno incarichi e guarentigie, a partire dall’immunità parlamentare.
Piuttosto il vero obiettivo di questo progetto di revisione costituzionale è un altro e basta leggere la relazione introduttiva della proposta (non quindi documenti oscuri o segreti) per capirla: rafforzare l’esecutivo a discapito degli altri poteri dello Stato e degli altri attori della democrazia. Si rafforza il governo contro i cittadini (triplicano le firme necessarie per presentare proposte di legge di iniziativa popolare), contro il Parlamento (obbligato dal governo con il voto a data certa a chiudere la discussione in 70 giorni), contro gli Enti Locali (con la clausola di supremazia, vero arbitrio che zittirà le Regioni e i Comuni su qualunque legge che il governo – a suo insindacabile giudizio – ritenesse di interesse strategico e nazionale), persino contro il presidente della Repubblica (che non avrà più il potere di sciogliere il Senato e che, grazie agli effetti dell’attuale legge elettorale, potrà essere messo in stato d’accusa da un solo partito).
E questa logica ferrea – rafforzare l’esecutivo e indebolire il protagonismo dei cittadini e il ruolo degli Enti Locali – è precisamente ciò che da anni chiedono le grandi banche d’affari al nostro governo per rendere la nostra democrazia più funzionale alle regole del mercato e della finanza, cioè agli interessi del grande capitale finanziario. Basta leggere i documenti pubblici di analisi e di indirizzo, a partire dal famigerato documento del maggio 2013 della Jp Morgan e dalle prese di posizione della Morgan Stanley.

 

 

Chi o cosa si sta davvero confrontando in questa campagna referendaria? Due schieramenti o due idee di Italia?
Io penso si stiano confrontando tante cose diverse e sarebbe sbagliato intellettualmente rappresentare in maniera manichea la realtà, anche perché è vero – ha perfettamente ragione Renzi – che il fronte del NO è composito ed eterogeneo e senza dubbio le nostre ragioni, le nostre argomentazioni, non sono le stesse di Grillo, Salvini o Meloni.
Ma è normale che sia così, dato che il 4 dicembre siamo chiamati a esprimerci nel merito della proposta di revisione costituzionale e non su altro. Quindi è normale che convergano nelle urne molti NO diversi, come accadde nel 2006 quando – in pochi lo hanno ricordato a Matteo Renzi – tutto il centrosinistra, Renzi compreso, votò insieme a Pino Rauti contro la proposta di riforma di Silvio Berlusconi.
Piuttosto mi sembra che il fronte del sì sia granitico e omogeneo, perché è formato da persone che sono al governo insieme, che vogliono continuare a starci e che questa nuova Costituzione l’hanno scritta insieme. Si chiamano, appunto, Alfano, Lorenzin, Renzi, Boschi, Verdini, Elsa Fornero. Loro un’idea precisa della Costituzione e del Paese ce l’hanno. Ed è quella che ho giudicato prima. E’ un’idea oligarchica, che guarda con fastidio ai pesi e ai contrappesi della Costituzione (principi fondativi di ogni Stato di diritto moderno), alla partecipazione dei cittadini, al ruolo e alla dignità del Parlamento.
Noi – dall’altra parte – abbiamo una visione molto diversa. Parlo di noi, appunto, non di Grillo, Salvini o Meloni. La nostra visione è che la Costituzione va applicata, dato che sin qui è stata disattesa. E che al contempo si può e si deve migliorare e aggiornare, in punti circostanziati e condivisi e senza stravolgerne lo spirito complessivo. È quello che ci indica l’articolo 138 e che il governo non ha voluto fare, preferendo forzare la mano e imporre al Paese, che oggi è ancora più diviso di quanto non fosse prima, una riforma che non funziona.

 

 

A chi ci risponde che chi vota NO si mette con Salvini, Grillo e Berlusconi. Quale risposta dare da una Sinistra che torni credibile?
Ho già risposto. La nostra convergenza con costoro finisce il 4 dicembre, perché per noi il voto del 4 dicembre ha il significato che dovrebbe avere per tutti, compresi i sostenitori del sì: un voto nel merito della proposta Boschi-Renzi, non altro. Ma non siamo certo noi ad avere parlato per quattro mesi di qualsiasi cosa purché non fosse il merito: di cambiamento, di velocità, di sbloccare il Paese, di Renzi che deve rimanere, del caos che ci sarebbe se vincesse il no. Dell’uscita dall’euro, della tempesta finanziaria, del governo tecnico. Sarebbe ora di piantarla. Renzi si sta assumendo la responsabilità gravissima di scaricare sulla Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, le sue debolezze, le sue ansie da prestazione, le sue contraddizioni. Non è serio, questo terrorismo psicologico che proviene dai banchi del governo non è degno di un Paese civile, di una democrazia matura.

 

 

Nell’accozzaglia Sinistra Italiana sembra non comparire mai: l’elettore dimentica che da quella parte ci sono forze di Sinistra, c’è l’Anpi, l’Arci…tutti a comporre un No che condivide che cosa?
Lei ha ragione. C’è tanta sinistra nel NO, anche se è più comodo parlare di Grillo o di Salvini. C’è l’Associazione Nazionale dei Partigiani, c’è la Cgil, c’è l’Arci, c’è un tessuto straordinario di associazioni, comitati, cittadinanza attiva e democratica. E si badi bene: noi, la sinistra italiana, non abbiamo il torcicollo né siamo conservatori. Siamo più riformatori di Renzi. Semplicemente vogliamo cambiare e riformare nella direzione opposta, salvaguardando il senso politico, morale, civile della Costituzione del 1948. Se davvero si fosse inaugurato in Parlamento e nel Paese un confronto nel merito delle proposte (e non intorno al plebiscito su Renzi) sarebbero emerse proposte chiari, semplici, condivise, utili a superare i limiti e gli errori. Diminuzione bilanciata del numero dei parlamentari senza toccare il diritto di voto; attribuzione alla sola Camera dei deputati della possibilità di esprimere il voto di fiducia; superamento della navetta parlamentare attraverso il ricorso al principio legislativo – vigente negli Stati Uniti – del testo prevalente; costituzionalizzazione della Conferenza Stato-Regioni.
Non credete a chi vi dice che non c’erano alternative e che se non passa questa proposta il Paese rimarrà bloccato per trent’anni. Un’alternativa c’è sempre, in politica come nella vita. Calamandrei valorizzava della Costituzione il fatto che contenesse un principio di speranza: la speranza di un Paese intero che si ribellava al fascismo e alla guerra e voleva risollevarsi, lo faceva rimboccandosi le maniche, guardando in avanti. Questo progetto di riforma afferma invece il principio della rassegnazione: state buoni, non osate alzare lo sguardo, pretendere di contare, di dire, di affermare la possibilità di un’alternativa. Noi invece quella possibilità la vogliamo affermare, osiamo dirla. Per questo il 4 dicembre votiamo NO, a testa alta e con la schiena dritta.

Associazione Esse

http://www.esseblog.it

Esse è una comunità di passioni che raccoglie tante compagne e tanti compagni che hanno un sogno. Contribuire sia sul piano teorico che su quello pratico-politico a ridare alla parola Sinistra il senso che ha perduto.

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