Esse - una comunità di Passioni

una donna di questa Italia

Dov’eri fino ad oggi? Che facevi? Di che cosa ti preoccupavi?

Non eri oziosa. Non lo sei mai stata. Non eri insensibile. Nemmeno questo sei mai stata. Anzi soffrivi, ti arrabbiavi, ti esponevi, ti arrabattavi, ci provavi. Ma a fare cosa? La risposta è banale: semplicemente a vivere. Semplicemente a educare i tuoi figli. Semplicemente a fare il tuo lavoro. Sola. Questo è il punto. Sola.

E ti chiedevi chi ti avrebbe potuto aiutare. Ti domandavi dove e come trovare sostegno. Con chi parlare.

Ma poi dopo queste lagne insulse ti sentivi un verme: tu lavori, ti dicevi. Tu hai una casa. Tu paghi un mutuo. Paghi la spesa. Vestiti. Scarpe. E anche cinema. Allenamento dei tuoi figli. Libri di scuola. Più o meno tutto ciò che ti serve. E allora che vai cercando? Perché non ti basta? Perché ti lamenti? Perché non sei felice?

Se provi ad allargare il tuo orizzonte piccolo piccolo vedi il dolore vero, altro che il tuo! C’è gente che sta male, ma male sul serio. Gente che soffre e che urla di notte e di giorno. Gente in fin di vita su anonimi letti d’ospedale. Gente per la strada che ti chiede qualche spicciolo. Donne anziane che racimolano monetine e non riescono neppure a contarle per quanto sono piccine. Uomini che fanno la fila davanti a te con poche cose tra le braccia, giusto l’indispensabile. Che comprano qualche dolcetto perché poi vanno a riprendere i nipoti all’uscita di scuola. Donne frettolose. Donne sciupate.

E poi c’è la gente che preferiamo non vedere, che lasciamo ai margini. No, non ci permettiamo nemmeno di volgere loro un’occhiata: e se poi ci inducessero al pianto? Se non ne sopportassimo la vista? E’ un rischio troppo grosso, non ce lo permettiamo. Molto meglio far finta di niente, tirare dritto. Tanto loro sono quelli dell’altra parte del mondo, qualsiasi sia il nostro.

E dimentichiamo.

E non facciamo niente. Solo parlare e parlare, ma non facciamo niente.

Di fronte alla malattia, alla fragilità umana, a occhi di bambini che piangono, a uomini che disperano di dare sollievo a quelle lacrime; di fronte alla morte; chi di noi borghesi, in fondo, piccoli piccoli, ha il diritto di lamentarsi? Chi di noi ha il diritto di dirsi “sto male”?

Ma io rivendico quel diritto! Io voglio potermi lagnare, voglio volere di più. E non dimenticando la sofferenza materiale di un mondo iniquo, anzi! Il dolore e la fatica devono lottare col dolore tutto occidentale della solitudine, del silenzio, dell’assenza, del deserto emotivo: perché sono la stessa lotta! Tutte e due le sofferenze hanno lo stesso colpevole: la subalternità, in qualsiasi modo declinata. La subalternità di tutti coloro che non hanno speranza, che non hanno nemmeno più desideri, non hanno la forza se non di tirare avanti.

Se dovessi fare una gerarchia dello schifo che sento, ci metterei intanto l’inganno di quelli di casa nostra. Di tutti quelli che spendono per chi già possiede; che proteggono interessi consolidati, che mantengono privilegi, che non osano sfidare chi egemonizza tutta la nostra vita; chi ci lascia indifesi, chi non si preoccupa più degli ultimi e nemmeno dei penultimi. Chi gioca sulla pelle di chi è già provato, debole, senza forze perché stremato di fatica, quella del lavoro e quella di ogni santo giorno in cui deve farcela, in cui deve sostenere casa e famiglia, figli che crescono, nonni che muoiono. Chi non fa che dare a chi ha già e ha talmente tanto che mette in scacco ogni voce che critichi, che dissenta, che ponga il problema di un arresto, di un’alternativa.

E poi ci metterei i corrotti. Quelli si macchiano della tracotanza della furbizia al servizio dell’uso puro e semplice dell’essere umano: usano la buona fede, la credulità, l’ingenuità. Ma sanno anche usare la competenza, l’attenzione, la bravura: sanno come volgerle al loro nascosto e iniquo interesse. Usano la legge; si servono del bisogno; fanno leva sull’ambizione; deridono i “puri”, li gettano via dopo averli spremuti. Ottengono qualunque cosa. Estorcono. Deformano. Non c’è legge se è così deturpata. Non c’è tutela. Non c’è giustizia. Ci sono solo animali affamati, ma di una fame che non ha più niente di naturale: bramosia, ingordigia, pivieri che evacuano non appena hanno i visceri riempiti.

Questi sono i miei nemici, non gli unici, ma sono nemici.

E tra i privilegi ci sono i posizionamenti.

Tra i corrotti ci sono quelli che fingono democrazia.

Non voglio un Paese così: non voglio fare finta!

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