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FACCIAMO COME IN PORTOGALLO !

Pragmatismo e rinnovamento : due parole d’ordine per il nuovo partito della sinistra italiana

“C’era la promessa che avremmo iniziato una discussione sul debito immediatamente dopo la prima revisione (del terzo programma di salvataggio) e che avremmo raggiunto un accordo prima di Natale. Però non avremo un accordo perché la Spagna celebra le sue elezioni e non vogliono appoggiare la gente sbagliata”. Sono le parole pronunciate da Euclid Tsakalotos, il ministro delle finanze greco, in una conferenza tenuta  ieri sera alla London School of Economics. Sono parole gravissime, che ci parlano del grave deficit democratico in cui versa l’Unione Europea e le sue istituzioni di governo. Ma non si può certo dire che stupiscano.

In questo ultimo anno abbiamo assistito a interventi diretti, ad opera  degli stessi esponenti dei governi e delle istituzioni europee,  o indiretti, attraverso mezzi di comunicazione di massa completamente asserviti al pensiero unico neoliberista,  aventi come scopo primario quello di condizionare pesantemente il processo democratico, nella speranza di alterarlo.

Hanno iniziato a luglio con il referendum greco sulle politiche di austerità.
Chi non ricorda la vergognosa conferenza stampa con cui Juncker schierò l’intera commissione in difesa del si ? Oppure il nostro valoroso presidente del consiglio che balbettava in un tweet che i “greci avrebbero giocato un derby a favore dell’euro o della dracma “.
Hanno proseguito a settembre durante la campagna elettorale greca, diffondendo sondaggi falsi e amplificando la reale portata di una scissione. che dentro Syriza ha riguardato solo un gruppo sia pure qualificato di quadri, ma che era utile enfatizzare per fermare il loro vero nemico: il pugnace riformismo con cui Tsipras aveva lanciato dalla Grecia un messaggio di cambiamento e di speranza per l’intera Unione Europea.
Le ultime vicende portoghesi, poi, non fanno che confermare gli elementi di una strategia europea autoritaria e antidemocratica. Non solo i media di tutta Europa hanno tentato di falsificare i risultati elettorali del 4 ottobre, presentando il premier uscente Passos Coelho come il vincitore di elezioni, dove ha  invece perso la maggioranza e da ieri anche il governo. Ma il presidente della repubblica ha addirittura cercato con una manovra di dubbia costituzionalità di fermare la maggioranza alternativa che si era formata nel paese e in parlamento.
I loro giochi sono falliti e, a meno di ulteriori colpi di mano, i portoghesi si apprestano ad essere governati da un ampio fronte di sinistra che ha dichiarato guerra alle politiche di austerità e all’impoverimento del loro paese.

Ora ci stanno provando con la Spagna, correndo in difesa di Mariano Rajoi e del suo governo di  di servi e di corrotti.

Se questo è il quadro, sorge spontanea una domanda che ci riguarda direttamente e un dubbio che mi permetto di coltivare : dove è finita la tanto reclamizzata brigata Kalimera che partiva dall’Italia per dare il suo sostegno  a  Tsipras e alla lotta del governo e del popolo greco ? dove sono finiti gli appelli sul web e le manifestazioni  di solidarietà  in cui imparavamo a parlare il greco moderno gridando all’unisono il nostro Oxi ?
A qualcuno sarà sfuggito che lo stesso popolo  che ha votato contro le politiche di austerità europee, ha riconfermato a larga maggioranza la fiducia al governo che non aveva perso la propria dignità nella difficile trattativa che ha portato alla firma dolorosa del terzo memorandum di intesa.

Ma per loro si trattava di decidere su questioni che riguardano direttamente la loro vita, non di fare una professione di purezza ideologica , e stanno tuttora pagando duramente la loro scelta accettando i pesanti controlli sui capitali che limitano fortemente le attività economiche e la possibilità stessa di una ripresa. La loro lotta non è finita e proprio in questi giorni sta vivendo una nuova e drammatica fase.
Il dubbio è che la malattia di cui soffre parte della sinistra italiana sia un infantile e irriducibile estremismo .
A sinistra, tra intellettuali e giornalisti engagé  come  tra militanti di base e vecchi samurai instancabilmente a guardia dell’ultimo bidone in una sperduta sezione di provincia, in questi anni di cocente sconfitta e di assenza nella politica che conta, è stato di gran moda il gioco del  facciamo come.
Non importa quale fosse il modello prescelto, da  un facciamo come in Grecia  con Syriza  si è passati a  un facciamo come in Spagna con Podemos , mentre i più rivoluzionari e internazionalisti invitavano a fare come in Chiapas , in Bolivia o in Venezuela.  Senza dimenticare la corrente più al passo con i tempi, che impongono sobrietà e morigeratezza, e che quindi vuole fare come Pepe Mujica in Uruguay.
Ma prima che il gioco del facciamo come in Grecia o in Spagna passi di moda, o peggio venga sostituito dal gioco di chi vuole fare come l’Ulivo o, all’estremo opposto, di chi vuole fare come il PCI,  voglio giocare anche io.
E allora dico facciamo come in Portogallo.  La svolta portoghese è resa possibile da due elementi, il pragmatismo e il rinnovamento. Il pragmatismo con cui il glorioso partito comunista portoghese, nonostante la fama di rigido custode dell’ideologia di cui immeritatamente godeva, ha aperto le danze  e ha lanciato sin da subito la sfida ai socialisti  rendendosi disponibile per la formazione di un governo di coalizione. Il rinnovamento con cui il Bloco de Esquerda, in forte crisi di consenso dopo la sconfitta elettorale del 2011 e la morte del suo storico leader Miguel Portas l’anno successivo, si è affidato a nuovi e motivati gruppi dirigenti sotto la leadership collegiale di Catarina Martins, Mariana Mortagua e Marisa Matias.

A gennaio si terrà l’assemblea fondativa del nuovo partito della sinistra italiana.
Spero che nasca bene, buttando alle ortiche i messianismi e le utopie di ogni genere, e avvalendosi di gruppi dirigenti rinnovati che manifestino piena e convinta solidarietà ai governi amici di Grecia e domani di Portogallo  e con sano pragmatismo sappiano dare al nostro paese un’alternativa di governo.

Di questo abbiamo bisogno.

Alberto Rotondo

Vive a Catania. Attivista politico antirazzista, antisessista e antispecista. Si interessa di questioni economiche e di politica europea e internazionale.

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