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Il filo rosso tra “vecchio” e “nuovo” femminismo

Riflessioni in vista dell'8 marzo

Correva l’anno 1917, quando a San Pietroburgo, l’8 marzo, migliaia di donne si riversarono nelle strade della capitale russa chiedendo a gran voce la cessazione della guerra. Un episodio destinato a sovvertire l’ordine storico degli eventi. Innanzitutto perché rappresentò l’incipit della famosa Rivoluzione russa di febbraio, che irrompe nel Palazzo di inverno e sancisce il crollo del regime zarista. Ma non di meno perché dopo qualche anno, precisamente nel 1921, quell’8 marzo diventa la “giornata mondiale dell’operaia”. In Italia bisognerà aspettare l’anno seguente, il 1922, per assistere alla celebrazione della ricorrenza, su iniziativa del PCI.

 

È in questi anni, ma in parte anche prima, che iniziano le prime lotte delle donne finalizzate a garantirsi un posto nella società e non solo nel focolare di casa. Mi viene in mente il movimento americano delle suffragette che nel 1920 riesce a consegnare alle donne statunitensi il diritto di voto. Ma anche il 68’ italiano, che vede molte donne in prima linea a chiedere la parità di genere e un’inversione di rotta nella comune mentalità, che vedeva ancora la donna esclusivamente madre e casalinga. Si inizia a parlare di femminismo, di pari opportunità, di diritti. Ma cosa è cambiato da quel 1917?

 

I movimenti femministi nascono per affermare l’emancipazione della donna, la quale non vuole più essere ridotta ad una condizione di subordinazione rispetto all’uomo. Oggi, possiamo dire che, in tal senso, qualche passo in avanti è stato compiuto, ma forte è stata anche la regressione.

 

Assistiamo nel ventunesimo secolo ad un nuovo femminismo, che però, paradossalmente, sembra porre quesiti e ingaggiare battaglie, molto simili a quelle passate. La dicotomia più attuale è sicuramente quella madre/lavoratrice. La sfida più grande appare, infatti, in questo momento l’armonizzazione fra carriera e maternità.

 

In uno Stato, quale l’Italia, dove giusto in questi giorni si parla di minimo storico in tema di nascite, non ci si può non interrogare sul perché si fanno sempre meno figli. Non ci serve di certo il Fertility Day per ricordarci che l’orologio biologico prima o poi si scarica. Ciò di cui invece necessitiamo sono politiche sociali, di welfare, che tutelino la donna madre e lavoratrice. A nulla servono, altrimenti, le lotte portate avanti in questi anni. L’Italia, sotto questo punto di vista, ha molta strada da fare. Le donne italiane sono ancora costrette a dover scegliere se essere madri o lavoratrici. Fa addirittura scalpore la notizia di un imprenditore che decide di assumere una donna al nono mese di gravidanza, quando ciò dovrebbe rientrare in assoluti canoni di normalità.

 

La società vede tuttora la donna come un bell’oggetto, da usare e di cui, spesso, abusare. Anche dai media traspare l’immagine di un corpo femminile alla mercé di tutti, fuorché della donna stessa. E non di aiuto sono stati i recenti scandali, politici e non, che hanno mostrato come la donna spesso, e purtroppo a volte anche consapevolmente, si riduce a semplice accessorio dell’uomo.

 

Ad un’attenta analisi, però, non sfugge nemmeno l’ambito economico. Giusto qualche giorno fa, “La Stampa” pubblica un articolo intitolato “Quanto costa la tassa rosa”. Esiste, cioè una forte disparità di costo fra i beni ad uso esclusivo femminile e quelli ad uso esclusivo maschile. L’esempio, più che calzante, riportato all’interno dell’articolo, riguarda gli assorbenti femminili, bene indispensabile che però, in maniera del tutto assurda, viene tassato con aliquota IVA del 22%, equiparandolo, dunque, ad un bene di lusso. Si parla di una vera e propria “pink tax”, e il tutto è ancora più aggravato se si pensa che gli stipendi percepiti dalle donne sono tendenzialmente più bassi rispetto a quelli del sesso opposto.

 

A tutto questo bisognerebbe pensare quando, l’8 marzo, riceviamo auguri e mimose. Chiederci se è vero che abbiamo raggiunto la nostra libertà ed emancipazione, tanto agognate, o se non c’è del fittizio. Forse è ora di sollevare il velo di Maya e scoprire cosa la realtà nasconde.

 

“Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità. Sarebbe necessario introdurre una educazione sessuale anche nelle scuole medie in modo che il problema sessuale non sia un tabù ma venga prospettato con una certa serietà e sicurezza.”  Questo è ciò che si chiedeva in un giornale studentesco del ’66 e questo è ciò, che probabilmente, ancora oggi chiedono le donne, e i vari movimenti femministi. E come chiosa finale voglio porre l’accento sul fatto che l’articolo appena riportato recava la firma, oltre che di una donna, anche di due uomini. Mi interessa sottolinearlo perché quando si analizza il femminismo attuale spesso non si fa cenno al suo carattere eccessivamente estremista degli ultimi anni. Il femminismo, come ho voluto far emergere in queste righe, ha senso nella misura in cui vuole rompere i paradigmi culturali, troppo retrogradi e insensati, e conquistare diritti sacrosanti. Non deve però guardare sempre all’uomo come al nemico, sebbene in taluni casi è l’uomo stesso a porsi in queste vesti. Le lotte, infatti, non dovrebbero essere di genere, bensì di classe.

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