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Giovani e Politica

Apatia e Disinteresse

di: FedericoAmalfa,

2 marzo 2017

Categorie: Idee a sinistra, La Sinistra

Partiamo da un dato di fatto: oggi, più che ieri, gli adolescenti, ma più in generale tutti i giovani, sono, in linea di massima, completamente apatici rispetto alla politica e, spesso, anche rispetto alle tematiche sociali. È uso nel nostro paese più che altrove, imputare la responsabilità di questa disaffezione ed apatia di massa ad una sorta di “mostro cattivo” figlio delle tecnologie del terzo millennio.

Volendo analizzare il problema con visione storica, però, mi permetto di ipotizzare che le cause della formazione e dello sviluppo di questo imponente fenomeno sociale siano da ricercare nella fine del radicamento partititico sul territorio, abbandonato negli ultimi decenni per andare incontro al partito liquido che, inevitabilmente, ha portato alla deriva leaderistica della politica che ha, dunque, trasformato in comitati elettorali permanenti le sezioni ed i circoli.

Spesso noto da parte delle generazioni che, in questa fase storica, si trovano ini posti di responsabilità, all’interno dei partiti e delle istituzioni, un’archiviazione del problema come secondario o, per lo meno, come non primario. Credo, però, che questa analisi sia errata ed inaccettabile, soprattutto da parte delle forze di sinistra che, per vocazione (o anche solo per denominazione), dovrebbero preoccuparsi del progresso, specialmente, della società. Diventa dunque fondamentale ragionare nell’ottica futura. Può mai una classe politica, o anche solo una sinistra, degna di questo nome non pensare che se gli studenti di oggi sono lontani dalla politica, disinteressati alle istituzioni, la classe dirigente di domani (si parla di 15/20 anni più o meno) sarà disinteressata a partecipare al funzionamento dello stato e la democrazia sarà, per forza di cose, più debole.

Forse, il vero problema è che chi, oggi, è classe dirigente si trova fisicamente de ideologicamente lontano dalla realtà, dai territori e dalle scuole. Da rappresentante d’istituto mi ritrovo una volta al mese a tenere un’assemblea d’istituto e riscontro, ogni volta più intensamente, un’apatia di fondo, un disinteresse inconcepibile per chi, in qualche misura, fa politica. In uno con i miei colleghi ho provato ad istaurare dibattiti su tematiche di un certo spessore, come i totalitarismi, come la libertà o, per essere più concreti, come la morte di Giulio Regeni ed il “suicidio di Lavagna”. Sono, sinceramente, rimasto quasi “traumatizzato” dal feedback praticamente assente. Non uno dei miei compagni ha voluto fare un intervento, non uno dei miei compagni ha voluto esprimere un pensiero, non uno dei miei compagni è sembrato essere toccato dagli argomenti. Cosa mi resta in sostanza di questa esperienza? Semplice, la convinzione che se non si cominciasse, in tempi brevi, a riavvicinare la politica ai ragazzi il futuro non potrà che essere nero, in quanto il sol dell’avvenir non sorge da solo.

In conclusione, l’argine a questa deriva apolitica della società si trova, secondo me, nel ritorno alla politica con la “P” maiuscola. Ritornare a fare politica sui territori parlando di proposte e senza fossilizzarsi sui cartelli elettorali. L’argine è trasformare le sedi di partito, dove ancora (r)esistono, in luoghi di incontro ed aggregazione dove dar vita a comunità di idee, storie, esperienze, ma anche affetti e umanità. L’argine è dare risposte, di sinistra, alle domande che gli studenti si pongono. Ad esempio: perché uno studente disabile ha un’insegnante di sostegno per 18 ore e, nelle restanti 13/17 ore settimanali, è costretto o ad avere un’assistente o a stare a casa, perché, in sostanza, nel settimo paese più industrializzato al mondo gli studenti con handicap hanno ancora un’istruzione monca quando sono stati assunti svariati insegnanti assegnati al “potenziamento” che, spesso, però trascorrono le loro giornate in sala professori o al limite a supplire all’assenza di docenti interni, poiché alle scuole insieme agli insegnati di potenziamento non sono stati inviati fondi per i progetti? Per quale ragione miei coetanei, nati in Italia, che hanno frequentato, e frequentano, scuole italiane come me, che parlano in italiano e, spesso, anche in dialetto meglio di me non hanno la cittadinanza? A che cosa servono le duecento ore di alternanza scuola-lavoro nei licei, imposte con la legge 107 del 13 luglio 2015, più nota come “buona scuola”, se non, in alcuni casi, a sfruttare del lavoro non retribuito?

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