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Il populismo vince se la sinistra rimane senza popolo

Il centrosinistra non esiste più

Il centrosinistra, inteso come campo unitario di tutte le forze democratiche e progressiste, contendibile ad ogni livello con lo strumento delle primarie, non esiste più.
Non da oggi, ma dall’autunno del 2011.
Da quando la nascita del governo Monti (e se vogliamo la rottura della piazza del 15 ottobre) ne decretò la fine.

E in quel momento non si chiuse solamente una stagione di alleanze fra PD, SEL e qualche lista civica.
Quanto piuttosto una fase politica scandita da mobilitazioni sociali straordinarie. Dalla battaglia della FIOM a Pomigliano alle scuole e alle università occupate contro la riforma Gelmini, da Se non ora quando alla prima manifestazione dei precari con Il nostro tempo è adesso, dallo sciopero generale della CGIL alla storica vittoria dei referendum contro il nucleare e per l’acqua pubblica.

Mobilitazione sociali che, pur fra mille contraddizioni, trovavano nel centrosinistra, e nella sinistra in particolare (mai più misurata così alta nei sondaggi), un’opzione credibile di rappresentanza politica.
Non è un caso che, dopo quel passaggio, a fronte di nostri limiti soggettivi, in un anno il M5S sia balzato dal 5 al 25% dei consensi.

Ecco, il centrosinistra non è finito per colpa di Renzi.
È piuttosto Renzi che ha potuto prevalere (nel PD e nel paese) proprio perché il centrosinistra era finito, prima di potersi misurare con l’appuntamento elettorale e la prova del governo.

Il punto è come ci rapportiamo a questa fotografia dell’esistente.
Chi accompagna la certificazione della fine del centrosinistra con frasi scarlatte e richiami alla purezza della “vera sinistra” temo non colga il punto.
Fino ad oggi, purtroppo, la fine di quella stagione ha prodotto, nel nostro popolo, o assuefazione al renzismo o regressione ai populismi.

La lettera di alcuni giorni fa di Pisapia, Doria e Zedda pone un tema rispetto alle amministrazioni locali: sarebbe sbagliato consegnare alle destre, a Grillo o al renzismo il governo di città che possono rimanere ancorate ai valori e agli indirizzi programmatici di alleanze di centro-sinistra.
Che non va inteso come formula astratta ma, dove ve ne siano le condizioni, come concrete politiche sui servizi pubblici, sul sociale, sulla cura del territorio, sull’apertura di inediti spazi democratici etc.

E questo per una ragione forse anche banale: l’idea di caratterizzarsi a tutti i livelli e a priori come forza di opposizione (alle istituzioni in quanto tali, non alle politiche che esprimono determinati governi) può funzionare sul breve periodo per il M5S, sicuramente non può funzionare per un’opzione di sinistra.
Perché non si può voler mantenere la frattura destra-sinistra e contemporaneamente inseguire i grillini su quella basso-alto. Non funziona, il “gentismo” non ammette le due cose insieme.

Questo basta, come fanno i Sindaci, per proporre un salto, da determinate e circoscritte realtà locali al nazionale, riproponendo di fatto il centrosinistra per le elezioni politiche?
È evidente di no, ed è evidente la fragilità e l’inconsistenza di una simile tesi.

Come abbiamo sempre detto, le politiche di questo governo sono parte del problema e non della soluzione. E Renzi fa oggi con Alfano e Verdini buona parte di quello contro cui si battevano nel 2011 il PD, SEL e molti movimenti sociali.
Non basterebbero i cento sindaci migliori d’Italia, per cambiare questo dato.
E le oneste dichiarazioni di Nardella, che teorizza di superare lo schema destra-sinistra in nome del Partito della Nazione, ne sono la prova.

Ma proprio per questo sta a noi, alla Sinistra Italiana, mettere in campo un’impresa politica che sia all’altezza della sfida che abbiamo di fronte: creare nuovi legami, nuova fiducia e nuova mobilitazione, in un variegato popolo della sinistra e del centrosinistra, che negli ultimi anni, in un paese più impoverito e più incazzato, si è disperso fra l’illusione della rottamazione di Renzi, la semplicità delle risposte di Grillo o l’apatia dell’astensione.

Se questo è l’obiettivo, un soggetto di ciò che è stata la “sinistra radicale” negli ultimi vent’anni, sarebbe semplicemente inservibile e incomprensibile.

L’asticella sta molto più in alto: nella capacità di scrivere una storia nuova.
Di produrre un’elaborazione politico-culturale comune che aggiorni le categorie con cui leggiamo il mondo.
Di immergerci nella società, per scoprire com’è cambiata e costruire le risposte che la politica, anche nelle istituzioni, deve dare. Per recuperare un vincolo di popolo con un blocco sociale tutto da ricostruire, dalle fabbriche ai coworking, dalle università alle periferie dove la perdita di senso si traduce in intolleranza, disillusione, violenza.
Di pensare a una nuova forma partito, che sappia coniugare radicamento e pratiche attrattive e accoglienti per i generi e le generazioni, selezione dei gruppi dirigenti e sintesi delle migliori culture politiche della vicenda repubblicana.

È difficile? Moltissimo!
Ma d’altronde pensavamo davvero che vent’anni di demonizzazione della politica e dei partiti, di egemonia del pensiero unico neoliberista, capace di sfondare ampiamente anche nel nostro campo, potessero passare in modo indolore?
Che potessimo cancellare con uno schiocco di dita conseguenze profonde, radicate e strutturali?

Il solco indicato da Sinistra Italiana, sul piano della cultura politica, è quello giusto.
È tempo di smetterla con le alchimie politiciste, gli accordi pattizi e il rifugiarsi in soluzioni che non si vogliono misurare con la complessità dei processi reali.

Adesso c’è da fare il Partito, di questo si tratta, e sta a tutte e tutti noi.

Piena sovranità a chi deciderà di aderire e consapevolezza del compito che abbiamo davanti.
Non rimettere insieme cocci che non interessano a nessuno, ma ridare una ragione di speranza, di entusiasmo e di impegno a milioni di donne e uomini.

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