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Il Senato non rappresenterebbe un bel niente

Vittorio Bonanni intervista Massimo Gallo

Già magistrato e senatore della Repubblica, attualmente giudice presso la Cassazione, Domenico Gallo è tra gli esponenti di spicco del Comitato per il no al referendum costituzionale che dovrebbe approvare o meno le riforme del governo Renzi. A lui abbiamo chiesto di commentare l’iniziativa di circa 180 tra giuristi e costituzionalisti, tra questi Franco Bassanini, Salvatore Vassallo, Tiziano Treu ed altri, che sono usciti alla scoperto sostenendo la riforma di Renzi.
D. Dottor Gallo, cominciamo con il primo punto esposto dai firmatari di questo “manifesto per il sì”, dove si valuta positivamente l’introduzione, con il nuovo Senato, di “un modello di rappresentanza delle istituzioni locali” un po’ come succede in Germania. Che cosa ne pensa?

R. C’è scritto che “il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali”. In realtà non rappresenterà un bel niente perché in effetti chi sarà realmente rappresentato sarà il ceto politico delle istituzioni territoriali perché la loro autonomia è stata fortemente ridotta. Nel modello tedesco, nel “Bundesrat” per intenderci, sono invece realmente rappresentate le istituzioni territoriali, dove appunto chi fa parte della seconda camera va con il mandato di esprimere l’orientamento e la volontà di quelle istituzioni. Ma non è il nostro caso.

 

D. Siamo dunque di fronte ad una riforma che ricentralizza…..
R. Molti poteri infatti ritornano nelle mani dello Stato centrale.

 

D. A questo proposito che cosa pensa delle modifiche apportate al Titolo V?

R. Indubbiamente la riforma del 2001 conteneva numerosi errori i quali ora vengono parzialmente corretti, mentre se ne fanno altri più gravi. Perché in pratica le Regioni soprattutto vengono private di ogni possibilità di intervento nel governo del territorio con il rischio che passino operazioni sulla testa della popolazione. Parliamo di trivelle, grandi opere, condoni edilizi, magari realizzati anche in territori di interesse paesaggistico strategico, situazioni di grande rilevanza per i territori nelle quali le Regioni non potranno dire la loro. Quel poco di autonomia che viene lasciata è sottoposta ad un pericolo continuo perché su proposta del governo lo Stato può intervenire in materie non riservate alla sua legislazione esclusiva, quindi anche in materie regionali anche “quando lo richieda …. la tutela dell’interesse nazionale”. Un concetto, quest’ultimo, giuridicamente inafferrabile.

 

D. Nel secondo punto sottolineato dai sostenitori della riforma Renzi, si dice che il Senato avrà, in alcuni casi, ancora il potere di intervenire evitando “eventuali colpi di mano alla maggioranza ma lasciando comunque alla Camera l’ultima parola”. Potrà insomma in qualche caso continuare a giocare un certo ruolo sottolineando la presenza, rispetto ai procedimenti legislativi di “due modelli principali a seconda che si tratti di revisioni costituzionali o di leggi di attuazione dei congegni di raccordo tra Stato e autonomie”. Qual è la sua valutazione?

R. Il problema vero è che le procedure indicate sono tanto diverse che si parla addirittura di sette od otto procedimenti legislativi differenti. E questo crea una grande confusione, un gran caos nelle fonti di produzione del diritto e io mi chiedo come si possa approvare per esempio una legge mille proroghe con queste modalità. Altro che semplificazione dunque!

 

D. Nel quarto punto i sostenitori del sì sottolineano come vengano messi dei limiti alla decretazione d’urgenza introdotti nell’articolo 77 della Costituzione. Che valutazione dà di questo punto?

R. E’ probabile che ci sarà un diminuito ricorso ai decreti legge ma perché in pratica tutta la legislazione ordinaria viene assimilata ai decreti legge nel momento in cui viene introdotto l’obbligo per il Parlamento di approvare le leggi che interessano il governo nella data fissa dei 70 giorni.

 

D. Un altro punto riguarda ancora il rafforzamento, sempre secondo i sostenitori del sì, degli istituti di democrazia diretta, come il referendum….

R. Non c’è nessun rafforzamento di questi istituti, anzi avviene il contrario. Perché innanzitutto per la legge di iniziativa popolare il plafond viene aumentato tre volte. Per quanto riguarda i referendum l’unica norma che poteva essere utile era quella di abbassare il quorum basandolo sui votanti e non sugli aventi diritto al voto, perché la gente vota sempre di meno. Invece questo non è stato fatto, è stata introdotta una novità senza senso, ovvero quella di aumentare ad 800mila il numero delle firme, apparentemente abbassando il quorum.

 

D. Eppure, almeno a prima vista, sembra un aggiustamento sensato…

R. No perché dobbiamo tenere presente che non ci sono più i grandi partiti di massa ad organizzare queste iniziative. Viviamo in una società sempre più liquida che renderà sempre più complicato raggiungere quell’obiettivo.

 

D. Per quanto riguarda invece la cancellazione del Cnel, che rilevanza ha una scelta di questo tipo?

R. Dico che non c’era bisogno di cambiare 48 articoli per eliminare il Cnel. Il quale rappresenta una questione assolutamente secondaria nell’economia della riforma. L’unica ragione è quella di vendere al pubblico il taglio della politica, del numero dei parlamentari e dei costi.

 

D. Nell’ultimo punto si parla di riduzione dei costi della politica con 200 parlamentari in meno, un tetto alle indennità dei consiglieri regionali e via dicendo. Ma c’è chi contesta che questo si poteva fare senza creare un Senato non eletto…

R. Innanzitutto la questione dei limiti all’indennità dei consiglieri regionali non necessitava di una riforma costituzionale. Si poteva benissimo mettere in una legge ordinaria. E’ in realtà un modo per gettare polvere negli occhi.

 

D. Loro sostengono anche che “il testo non sarebbe, né potrebbe essere altrimenti, privo di difetti e discrasie ma non ci sono scelte gravemente sbagliate”. Per esempio rispetto al tipo di governo l’Italia resterebbe comunque una repubblica parlamentare.

R. E infatti la vera riforma è quella elettorale.

 

D. Ovvero?

R. Se si sceglie un sistema elettorale che distorce fortemente la volontà degli elettori non si possono avere due camere elettive. Perché in una camera ci può essere una maggioranza e in un’altra ce ne può essere una diversa. Questa ipotesi avrebbe garantito l’ingovernabilità più assoluta. Mi pare comunque che nel documento dei 180 alla fine loro lo ammettono. Perché dicono al punto uno che il rapporto fiduciario rimane in capo alla sola Camera dei deputati risolvendo così i problemi derivanti da sistemi elettorali diversi. Loro riconoscono per l’appunto che con diversi sistemi non potrebbe funzionare questa riforma. Non potrebbe funzionare più il bicameralismo. Quindi il problema è che andava eliminato un ramo del Parlamento (il Senato) perché altrimenti non avrebbe funzionato quel modello di democrazia dell’investitura che poi rappresenta la causa e l’origine di questa riforma. Insomma l’oggetto della riforma costituzionale è quello di adeguare le istituzioni a questo modello di democrazia dell’investitura.

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