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Ma Ingrao voleva semplicemente la Luna?

Per una democrazia radicale e di massa. Il comunismo critico di Pietro Ingrao

di: mattia.gambilonghi,

27 settembre 2016

Categorie: Filosofia Politica, Idee a sinistra

In quell’eccezionale taccuino di appunti e riflessioni sull’esperienza del movimento comunista internazionale (ma soprattutto italiano) che è il Sarto di Ulm, Lucio Magri additava come falsa e superficiale l’immagine, impostasi nel corso della Seconda Repubblica, che vorrebbe Pietro Ingrao nulla più che un poeta sognatore ed utopista, buono magari ad acchiappare nuvole e a scaldare i cuori, ma assolutamente inadatto alla crudezza della politica e delle sue logiche.

Un’opinione, quella di Magri, che trova assolutamente concorde chi scrive. Ai fini della ricostruzione della figura del dirigente politico scomparso in questa domenica di fine settembre, risulta largamente insufficiente quella “pratica del dubbio” rivendicata dallo stesso comunista lenolese come momento imprescindibile della sua riflessione e divenuta oramai il suo tratto principale presso l’opinione pubblica. Il rischio è infatti quello di generalizzare e sovrastimare un elemento della sua figura – quello dell’eresia – relegando così Ingrao al ruolo di “profeta disarmato” e condannando all’oblio la sua amplissima e feconda attività di ricerca sui problemi del socialismo e della democrazia di massa nei paesi a capitalismo avanzato.

Già a partire dagli anni Sessanta, ma in maniera più decisa nel corso di quei Settanta che vedranno il PCI raggiungere l’apice del suo consenso elettorale e del suo radicamento sociale, Ingrao si afferma infatti come uno dei dirigenti maggiormente impegnati nell’attività di elaborazione e divulgazione del progetto di società e di riforma dello Stato avanzato dal PCI alla società italiana. Un’attività che in quegli anni sarà anche di strenua difesa rispetto all’offensiva lanciata ai comunisti italiani sul piano ideologico e della cultura politica dalla rivista Mondoperaio e da un socialismo italiano ormai prossimo a sposare gli assunti principali e le ragioni teoriche della controrivoluzione neoliberale.

 

Ingrao e il PCI. Una concezione espansiva del socialismo e della democrazia

 

Il cuore della querelle che viene così ad aprirsi tra comunisti e socialisti va rintracciato nel modello, nella concezione della democrazia fatta propria da un PCI oramai alle soglie del governo, una concezione della democrazia messa in dubbio e ritenuta insufficiente dall’interlocutore socialista e, nello specifico, da un Norberto Bobbio eletto a campione del filone socialista-liberale di ascendenza rosselliana. Quest’ultimo fonda infatti la sua polemica nei confronti della tradizione comunista sull’impossibilità stessa di rintracciare all’interno del nucleo marxista una compiuta teoria dello Stato, e dunque di delineare un’alternativa a quella democrazia rappresentativa che il marxismo aveva sottoposto a dura critica.

Pur riconoscendo i limiti e i ritardi  accumulati dalla tradizione marxista rispetto all’elaborazione di una compiuta teoria dei meccanismi di funzionamento di una democrazia socialista e delle democrazie di transizione – problema questo legato a doppio filo all’insufficienza euristica della tradizionale lettura marxiana (e poi leniniana) dello Stato e dei suoi apparati, vuoto solo parzialmente colmato dalle riflessioni gramsciane – i comunisti italiani e la loro intelligencija ritengono però fallace e non produttivo teoricamente l’approccio modellistico adoperato e fatto proprio da Bobbio. Un simile approccio infatti, oltre ad eternare, ipostatizzandola, la democrazia parlamentare rappresentativa «come canone della democrazia tout-court»[1], rischia di produrre un discorso sulle differenti forme di Stato viziato di astrattismo.

Viene insomma affermata la necessità di non scindere, contrapponendoli, il momento della «progettazione procedurale ed istituzionale» dalla necessità di immergere «i problemi dell’organizzazione e dello sviluppo della democrazia»[2] nella concretezza dei processi storici. E questo perché, al contrario del formalismo e del proceduralismo di matrice kelseniana incarnato da Bobbio e dalla sua teoria, la concezione della democrazia espressa da Ingrao e dal PCI si vuole (in quanto “socialista”) sostanziale ed ancorata alle forme e ai luoghi del processo produttivo[3] («nocciolo della tradizione “ordinovista”», quell’unità tra produzione e politica[4]). Facendo riecheggiare le tesi del Marx della Questione ebraica, Ingrao rimprovera a Bobbio di riuscire a «parificare padrone e operaio nelle procedure» solamente prescindendo dalla «loro collocazione nel meccanismo produttivo» ed unificando le due figure nella astratta categoria del cittadino, quando è invece chiara e lampante ai suoi occhi l’azione distorsiva delle procedure che presiedono ai meccanismi di formazione della volontà collettiva  messa in atto da quei “poteri privati” che avocano a sé – a danno degli «organi rappresentativi» – le «grandi decisioni economiche»[5].

Affinché la democrazia possa assumere la natura «sovversiva» che lo stesso Bobbio sembra riconoscergli, a parere di Ingrao vanno sviluppate appieno quelle potenzialità che renderebbero la stessa incompatibile con le logiche gerarchiche, privatistiche e corporative «insite nel meccanismo capitalistico», risolvendo positivamente la sua «incompiutezza»[6]. Si tratta dunque di abbattere lo steccato tra politica ed economia – o meglio, di rideclinare questo abbattimento in forme differenti da quelle definite e realizzate dal capitalismo monopolistico e dalle tecniche keynesiane –, di espandere la democrazia rappresentativa «oltre i limiti tradizionali della democrazia liberale»[7], di delineare una «emancipazione politica a più dimensioni»[8] che assegni alla democrazia rappresentativa una prospettiva radicalmente innovativa rispetto alle funzioni fino a quel momento riconosciutegli dal liberalismo storico. Non basta, come quest’ultimo, opporsi al dispotismo politico, se poi il dispotismo economico è guardato con indifferenza: la stessa partecipazione popolare all’organizzazione politica dello Stato ne esce mutilata e gravemente limitata, se l’organizzazione economica non diviene luogo e oggetto di questa attività partecipativa[9].

É per questo che l’assunzione del parlamentarismo rappresentativo ad unica e possibile forma della democrazia politica viene rigettata con forza, in quanto ideologica ed anacronistica, dal PCI e dai suoi intellettuali: è la stessa evoluzione dei sistemi a capitalismo maturo e della democrazia repubblicana a mettere in luce l’impossibilità di conseguire una piena ed effettiva ricomposizione politica del corpo sociale per il solo tramite delle istituzioni rappresentative. É piuttosto nella loro riclassificazione ad opera di quella che viene definita “democrazia di base”, che questa capacità ricompositiva può essere trovata, indicando in una «democrazia mista», in un «intreccio di democrazia delegata con varie forme di democrazia diretta»[10], quella particolare configurazione della democrazia politica in grado, da un lato, di evitare un inasprimento della frantumazione corporativa in atto nella società italiana, e dall’altro di avviare un processo di transizione verso una formazione sociale alternativa al capitalismo ed in grado di ricomporre la scissione fra cittadino e produttore.

Agli istituti e alle forme della democrazia dei produttori viene quindi riconosciuta non tanto una valenza settoriale e corporativa, di arretramento rispetto all’universalizzazione e all’eguagliamento formale realizzati con la rappresentanza parlamentare, quanto piuttosto un «carattere espansivo», in grado di approfondire la dimensione rappresentativa sostanziandola e concretizzandola[11]. Non si tratta di superare l’astrattezza della società moderna e la parificazione formale in essa compiuta dal diritto attraverso un semplice ritorno al «rapporto di integrazione-subordinare dell’individuo al gruppo (famiglia, clan, classe)» proprio della società feudale; ma, piuttosto, di rifondare una struttura ed un legame comunitario capace di integrare un «individuo radicalmente emancipato dal gruppo (e quindi cresciuto a soggetto e persona) e il gruppo disintegrato»[12], tenendo insieme e rapportando in maniera feconda individualità e socialità. Non, dunque, «riedizione di status ascrittivi» di stampo corporativo, ma il «riconoscimento della socialità della condizione individuale»[13].

La “democrazia del socialismo” – concezione «allargata» della democrazia – essendo lo strumento tramite cui si realizza una riappropriazione della politica da parte delle masse, riqualifica e fornisce nuova linfa alla dimensione rappresentativa, pluralizzandone le forme ed immettendo l’intervento politico delle masse nel campo della produzione (riconnettendole con i mezzi ed i fini di questa) e della riproduzione sociale. Ciò a cui si mira è, in sintesi, la ridefinizione del sistema politico in un  meccanismo veicolare in grado di integrare positivamente una «società civile separata» e atomizzata, così da rovesciare la «spirale elettori-eletti-governo-burocrazia» e da rideclinare la partecipazione diversamente da un groviglio di domande emergenti in «formazione sparsa». Il tutto,  per il tramite di un «articolato meccanismo di controlli politici sui contenuti delle decisioni»[14]. É la stessa libertà individuale ad essere ridefinita, all’interno di questo quadro: non più negativa o «concorrentista», bensì positiva ed «incorporata […] alla progressiva socializzazione degli individui»[15].

Un’attenzione, quella mostrata dai comunisti italiani nei confronti delle «forme politiche» e della loro «riclassificazione» ai fini di un processo di transizione, che, malgrado l’assimilazione della strategia eurocomunista al riformismo socialista tradizionale compiuta in quegli anni da Massimo Salvadori, pone l’elaborazione strategica del PCI aldilà tanto del leninismo – e della strategia di «doppio potere»[16] che lo contraddistingue, ossia la sostituzione/contrapposizione tra uno schema democratico-rappresentativo ed un modello invece di carattere consiliarista-direttista – quanto di quella tradizione socialdemocratica che affonda le sue radici nella figura di  Karl Kautsky, segnata invece dall’assunzione del parlamentarismo a modello eterno ed immutabile della dinamica democratica[17].

 

Un moderno Principe per una democrazia organizzata

 

All’interno di questa “concezione allargata della democrazia” occupa un posto di rilievo lo strumento partitico, essendo «una determinata nozione del partito di massa […] parte integrante»[18] di una tale concezione. A questo proposito va sottolineato come l’appunto mosso da Bobbio circa la prevalenza, nell’ambito delle teorizzazioni del marxismo e del movimento comunista, della tematica del “partito” su quella dello “Stato”, seppur non privo di un fondo di verità, sia comunque frutto della profonda distanza fra gli interlocutori sul piano della cultura politica. Come infatti sottolineato da Ingrao, in una società di massa quello del partito costituisce «un punto essenziale per dare ordine e organicità alla dialettica democratica ed uscire da una delega a “specialisti”»[19].

L’impronta kelseniana del pensiero di Bobbio sembra invece declinata in modo tale da assorbire e far proprio solo l’aspetto procedurale delle teorie del giurista praghese, tralasciando al contrario l’importanza assegnata dallo stesso allo strumento partitico (da lui definito «organo costituzionale dello Stato») ai fini del corretto funzionamento delle democrazie nell’era della società di massa[20]– elemento, questo, ben presente al contrario al Togliatti costituente[21]. É chiaro perciò come Bobbio si faccia portatore di una concezione atomistica della rappresentanza politica, attenta esclusivamente al momento procedurale, a fronte di un’idea della rappresentanza politica (come quella fatta propria dal PCI) incentrata sull’attività di mediazione e di sintesi politica dei corpi intermedi. Una concezione della rappresentanza che risente fortemente dell’impianto costituzionale e della sua filosofia, in base alle quale i corpi intermedi fuoriescono dall’approccio meramente garantistico proprio della tradizione liberale, configurandosi al contrario come canali di una partecipazione politica che vada oltre le semplici scadenze elettorali.

La sovranità del cittadino è così declinata non più in una prospettiva grettamente individualistica, ma in senso sociale e cooperativo, accostando alla sovranità uti singulus, che lo vede semplice membro del corpo elettorale, una sovranità uti socius, che lo inserisce nella dinamica associativa propria del partito politico (o del sindacato)[22].  Ma che è, in fondo, anche il portato principale dell’idea togliattiana di “democrazia progressiva”, in base alla quale la costruzione di un blocco storico ad egemonia operaia presuppone necessariamente l’intreccio fecondo tra lo sviluppo della conflittualità sociale da un lato, e l’attività di politicizzazione di queste lotte ad un livello «generale e nazionale»[23]svolta dal partito politico della classe operaia, dall’altro. Un intreccio capace di disseminare «poteri dentro la società», articolando e complicando «le forme di contrattazione politica e sociale, e quindi [i] rapporti tra Stato e masse»[24] e le forme di rappresentanza che li mediano concretamente.

L’individualismo atomistico proprio del liberalismo classico appare insomma ai comunisti italiani del tutto inefficace per affrontare i problemi di sintesi e di ricomposizione sociale che le società di capitalismo maturo pongono alle forze politiche, essendo queste ultime attraversate da quella che Ingrao definirà una «lotta di frontiera fra democrazia e corporativismo»[25]. Il “moderno Principe”, il partito della classe operaia, è chiamato ad un’ardua operazione di ricomposizione e sintesi politica, e ciò principalmente in ragione delle caratteristiche che l’analisi del PCI riconosce al capitalismo maturo, ossia a quel “capitalismo regolato statalmente” uscito dalla profonda ristrutturazione degli anni Trenta e segnato da una profonda ambivalenza.

 

L’analisi del capitalismo regolato

 

Da un lato, infatti, il capitalismo regolato rappresenterebbe una nuova e più razionale declinazione del meccanismo di accumulazione capitalistico, in grado non solo di arginare e contenere le tendenze recessive dell’economia «con misure tese all’espansione dei consumi»[26], ma anche di incrementare la produttività attraverso «l’espansione dei metodi tayloristici»[27] e di ridefinire il concetto stesso di cittadinanza attraverso la creazione di un’estesa «rete dei servizi sociali». Dall’altro lato però, le modalità con cui la nuova morfologia assunta dalle economie capitalistiche ha storicamente risposto ai bisogni sociali provvedendo alla loro soddisfazione, andrebbero secondo i comunisti italiani nella direzione di una segmentazione, di una frantumazione corporativa dei soggetti e delle figure sociali portatori di questi bisogni, producendo una «mediazione tra la pura logica della valorizzazione del capitale e le domande – i valori d’uso – che emergevano dalla società»[28].

É la stessa conformazione, il ruolo assunto dai corpi intermedi (partiti e sindacati) nella prima metà del secolo – non più partiti d’opinione notabilari, ma «costellazioni politico-sociali», «punto di riferimento di un’intera trama di organismi sociali, culturali, assistenziali, corporativi, in alcuni casi anche religiosi»[29] – a spingere in questa direzione, nella direzione cioè di un nuovo rapporto dei ceti subalterni (e non) con lo Stato e i suoi apparati. Un rapporto che «i gruppi capitalistici dominanti», nella lettura comunista, avrebbero cercato di cavalcare e di volgere a proprio favore, gestendo il protagonismo delle masse attraverso una «dilatazione di organismi corporativi», evitando «che queste masse in movimento si aggregassero attorno ad una nuova ipotesi produttiva, ad un nuovo principio di coesione della società», e limitandosi dunque alla concessione di «aree di “autonomia” subalterna»[30].

Sta qui, per Ingrao e per il PCI, il nocciolo dello Stato assistenziale, e nello specifico dell’assistenzialismo democristiano: in una metodologia di mediazione delle spinte e delle domande sociali volta ad isolarle e frammentarle, al fine di evitare qualsiasi processo di coagulazione che possa dotarle di una dimensione pienamente politica. Ma è proprio in ragione di questa contraddittorietà di spinte e di tendenze, di questa «lotta di frontiera tra corporativizzazione e democrazia», che lo schema e la ratio dello Stato assistenziale entrano in crisi: dinnanzi ad una «crescita dell’autonomia delle masse», dinnanzi al tentativo di ricondurre alla globalità le loro rivendicazioni particolari – nel quadro di un blocco storico alternativo – finiscono inevitabilmente per aprirsi «disfunzioni e contraddizioni interne allo Stato»[31], dando luogo ad un vero e proprio inceppo.

Da fattore ordinante, da «valvola di sfogo», il corporativismo assistenziale  finisce dunque per connotarsi come «fattore scardinante»[32] la struttura sociale. Non a caso l’esperienza del Welfare State verrà definita nel dibattito interno al partito come di un «conflitto di valori»[33] entro il quale non può che risultare inevitabile un cortocircuito, fiscale e politico, tra le spinte e le logiche di fondo che vengono ad intrecciarsi. I consumi sociali erogati e garantiti dai regimi di Welfare State avrebbero  rivelato un’essenza non «sostitutiva della natura individualistica e privatistica dei consumi»[34], bensì aggiuntiva e correttiva, e a fronte, insomma, di un’espansione delle forme di sostegno statale al reddito e ai bisogni sociali, «il processo di accumulazione restava affidato alla logica di interessi privati»[35].

Ad essere messa sotto accusa è quindi sia l’incapacità dei meccanismi di mediazione propri dei sistemi politici del capitalismo avanzato di soddisfare bisogni e domande sociali al di fuori da logiche particolaristiche e settoriali, che l’incapacità di gestire, successivamente, il groviglio caotico di rivendicazioni e pretese che la logica di assistenzialismo corporativo finisce inevitabilmente per generare ed alimentare. É qui che risiede, a parere dei comunisti italiani e della loro intelligencija, la ragione principale della crisi del Welfare State, e non, come vorrebbero i teorici neoliberali dell’ingovernabilità, Luhmann e Huntington, in un eccesso di domande sociali da ridurre e comprimere. É piuttosto, nella visione del PCI, alla metodologia di selezione di queste domande che bisogna guardare, individuando nel dispiegamento e nella valorizzazione dell’attività dei partiti di massa e delle assemblee elettive la chiave di volta per coordinare e ricondurre a sintesi la pluralità delle domande che si dipartono dal corpo sociale. L’idea (o, più correttamente, l’obiettivo) di una «ricomposizione unitaria della società italiana», talmente centrale nella cultura politica del PCI da influenzare in quegli anni tanto il suo discorso pubblico, tanto la sua strategia (si pensi alla politica di Compromesso storico), quanto la sua concreta progettualità riformatrice.  É solo nel quadro di una logica ricompositiva, solo fornendo globalità e politicità ai bisogni collettivi, sottoponendoli all’attività ordinatrice del «programma» e del «controllo collettivo e sociale» e fuori, dunque, da schemi di erogazione particolaristica, che i consumi sociali caratterizzanti lo Stato sociale possono assumere una «carica riformatrice», divenendo «elementi di reale modificazione del meccanismo capitalistico» e supporto a modalità di «organizzazione della vita collettiva»[36] gestite socialmente.

 

Per una ricomposizione “dal basso”: l’organicismo endogeno di Ingrao

 

A fronte, dunque, di una cultura politica – come quella del PCI – profondamente impregnata di tensioni organistiche e di aspirazioni ricompositive, la declinazione ingraiana va nel senso di “organicismo endogeno”[37], teso cioè a veicolare la riaggregazione del corpo sociale solo secondariamente sul piano delle mediazione politica generale, dando al contrario prevalenza e priorità – nel quadro di quella che verrà definita la “rete delle assemblee elettive” – alla dinamica democratica che come un flusso ascensionale si diparte dal processo produttivo (e dagli organismi di potere operaio in esso incardinati) e dalle restanti forme di democrazia di base (consigli di quartiere, comuni, Regioni).

Essendo questa concezione frutto non tanto di una riflessione isolata, quanto piuttosto – come emerge chiaramente dalla pluralità delle fonti chiamate in causa – espressione dell’elaborazione di un autentico intellettuale collettivo, Pietro Ingrao può essere considerato come l’esponente maggiormente rappresentativo di questa particolare declinazione della tradizione comunista italiana. E ciò, principalmente, in ragione dell’unitarietà fra teoria e prassi, fra pensiero ed azione, con cui nella sua esperienza militante affronta le tematiche della riforma dello politica e della rifondazione della democrazia, cercando di fornire ad esse non solo una dimensione speculativa e di elaborazione (intensificatasi durante la sua attività di direzione del Centro per la riforma dello Stato), ma anche una concreta proiezione politica nel corso del suo triennio di presidenza della Camera dei deputati.

 

[1]    G. Vacca, Quale democrazia? Problemi della democrazia di transizione, De Donato, 1977, p. 70

[2]    Ibid.,

[3]    P. Ingrao, Risposta a Bobbio: democrazia di massa, in Masse e potere, Editori Riuniti, 1977, p. 232

[4]    G. Vacca, Vecchio e nuovo nella formazione della coscienza socialista. Il socialismo oltre il piano e il mercato, in Quale democrazia cit., p. 46

[5]    P. Ingrao, Risposta a Bobbio cit., p. 224

[6]    Ibid., pp. 226-227

[7]    F. Galgano, Le istituzioni dell’economia di transizione, Editori Riuniti, 1978, p. 32

[8]    G. Vacca, La democrazia del socialismo. Questioni di metodo, in Quale democrazia cit., p. 64

[9]    F. Galgano, Le istituzioni dell’economia cit., p. 36

[10]  G. Vacca, La democrazia del socialismo cit., p. 60

[11]  Ibid., pp. 61-63

[12]  U. Cerroni, Formalità e socialità cit., p. 261

[13]  M. Prospero, Il costituzionalismo e il lavoro, Democrazia e diritto, 2008, n.2, p. 137

[14]  U. Cerroni, La democrazia come problema della società di massa, in U. Cerroni, Teoria della società di massa cit., pp. 240-241

[15]  G. Vacca, La democrazia del socialismo cit  p. 66

[16]  N. Poulantzas, L’etat, le pouvoir, le socialisme, Puf, 1978

[17]  G. Vacca, Kautsky e noi, in Quale democrazia cit., pp. 291-299

[18]  P. Ingrao, Per una ricerca sul partito politico di massa, in AA.VV., Il partito politico e la crisi dello Stato sociale cit., p. 13

[19]  P. Ingrao, Risposta a Bobbio cit., p. 234

[20]  M. Prospero, Elogio della mediazione, Democrazia e diritto, Franco Angeli, 2009, n. 3-4 , p. 393-394

[21]  Ibid., p. 393n

[22]  F. Galgano, Le istituzioni dell’economia cit., p. 56

[23]  P. Ingrao, Per una ricerca sul partito politico di massa cit., p. 13

[24]  Ibid., p. 12

[25]  R. Ledda (a cura di), P. Ingrao, Crisi e terza via, Editori Riuniti, 1978

[26]  Ibid., p. 31

[27]  P. Ingrao, Società complessa e istituti politici della trasformazione, in F. Crespi (a cura di), I nodi dell’autogestione. Crisi politica, sindacato, trasformazioni sociali, De Donato, 1981, p. 23

[28]  Ibid., p. 76

[29]  Ibid., p. 36

[30]  Ibid., p. 45

[31]  Ibid., p. 81

[32]  B. Trentin, Econonia e politica nelle lotte operaie dell’ultimo decennio, in B. Trentin, Da sfruttati a produttori. Lotte operaie e sviluppo capitalistico dal miracolo economico alla crisi, De Donato, 1977, p, XXIII

[33]  A. Tortorella, Conflitto di valori entro il Welfare State, Critica marxista, 1983, n. 1

[34]  G. Chiarante, Crisi dello Stato assistenziale e cultura politica della sinistra, Critica marxista, 1978, n. 6, p. 9

[35]  Materiali e proposte per un programma di politica economico-sociale e di governo dell’economia, PCI (a cura di), 1982, p. 3

[36]   G. Chiarante, Crisi dello Stato assistenziale e cultura politica della sinistra cit, p. 11

[37]   A. De Angelis, I comunisti e il partito. Dal “partito nuovo” alla svolta dell’89, Carocci, 2002, p. 180

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