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KENSINGTON GARDENS : QUAL È IL MIO POSTO NEL MONDO ?

Una recensione su un testo teatrale di drammatica attualità

di: antonio mazzuca,

2 Mar 2016

Categorie: Arte, Cultura, Eventi

Applauditissimo al Sala Uno Teatro, va in scena fino al 6 marzo, KENSINGTON GARDENS, terzo lavoro di Giancarlo Nicoletti, drammaturgo e regista dagli spunti sempre originali o coraggiosamente audaci, come abbiamo già avuto modo di apprezzare nei precedenti lavori: FESTA DELLA REPUBBLICA e SALVO BUON FINE.
L’opera parte da un contesto straniante: siamo nell’Inghilterra dei giorni nostri, a Londra un gruppo di italiani è rinchiuso in una villa nel centro del giardino di Kensington; al di là delle mura, il Governo inglese, dominato da un partito xenofobo ha deciso di espellere dal paese tutti i cittadini non britannici. In attesa di decidere cosa fare, il gruppetto, che gode di un permesso diplomatico, condivide i giorni fra cene, bevute, qualche spettacolo improvvisato, molta musica e fin troppe disquisizioni sulla Musica (la maggior parte degli amici sono artisti e musicisti) e tanti confronti e scontri familiari e sentimentali via via crescenti. Li vedremo tutti cambiare e crescere nel tempo, non tutti con un esito felice, come spesso la vita impone.

KENSINGTON GARDENS rappresenta l’ultimo atto della “Trilogia del Contemporaneo” e merita il plauso del pubblico per la capacità di mettere in scena in modo non banale i disagi di una generazione intera, frastornata e in cerca di una definizione, impaurita di crescere e posta in un mondo che la minaccia e la schiaccia, un mondo da cui si può solo fuggire o rifulgere di luce propria o della vanagloria concessa dal mondo dello spettacolo. Una missione comunque non facile.

A differenza di FESTA DELLA REPUBBLICA e SALVO BUON FINE, due lavori colmi di azione scenica, dove la regia si divertiva a sovrapporre gli avvenimenti stessi presentandoli contemporaneamente sul palco, qui quel curioso spunto registico sparisce: il Teatro Sala Uno restituisce una scena fissa con una certa profondità, l’interno di un appartamento dove i personaggi sono già in scena al momento di sedersi, quasi si invadesse la loro privacy, o peggio, li si spiasse da dietro una telecamera di un famigerato reality.
L’uso delle luci è diffuso, si predilige porre l’attenzione su un dialogo/duello alla volta, di solito intorno ad un tavolo.
Da segnalare, una certa lentezza della parte centrale del primo atto, estremamente descrittivo e verboso nei dialoghi, caratteristica ricorrente nelle opere di Nicoletti, che aderisce ad un dettato sempre elegante ma estremamente articolato nelle parole e nelle frasi.
Buona la recitazione di tutti, ottima però quella di alcuni, soprattutto Annalisa Cucchiara, che catalizza la maggior parte degli spunti comici e che dimostra non solo voce, frutto dell’esperienza in lavori precedenti, ma anche grande spigliatezza e presenza scenica. Le si contrappone una Valentina Perrella nei panni di un personaggio scomodo ed in bilico fra sarcasmo e confusione emotiva, riuscito sì, ma volutamente oscuro e in tal modo reso, quasi amabilmente fuori luogo rispetto alla colorata (anche “vocalmente”) combriccola di artisti in cui viene calata.
Alessandro Giova, che in SALVO BUON FINE ricopriva il ruolo comico, qui assume i caratteri dell’uomo medio in cui, però, meglio si riassumono le contraddizioni tra il riso e la tensione drammatica di un personaggio non amato, tradito e vagamente deriso. Eppure…è il personaggio che compiere la più bella e seria trasformazione caratteriale, nel tempo. Giova accompagna la sua stessa trasformazione con pazienza e bravura, passando credibilmente da inetto uomo “sveviano” con quegli occhialetti da intellettuale frustrato e incompreso nelle sue aspirazioni, a convinto nazionalista consapevole del proprio destino, dalla voce più stentorea e sicura nelle ultime scene. Un cambiamento caratteriale che scatta quando l’attore scopre di essere stato tradito ma si trova costretto a cantare, in modo stonato e disperato, un rovesciamento in chiave comica che ha la potenza scenica delle dita lanciate brutalmente su di un pianoforte.

A differenza dei lavori precedenti, la forza di KENSINGTON GARDENS non è nello sviluppo dell’azione, quanto piuttosto nel delicatissimo equilibrio fra la tensione drammatica in cui versano alcuni personaggi e la tensione al riso e alla battuta ironica, riuscita a colpi di frasette ironiche rilanciate da un tavolo all’altro e silenzi taglienti e urlanti più della musica e delle parole stesse.
Gli intermezzi musicali e le esibizioni canore fanno da cassa di risonanza emotiva alle emozioni dei personaggi (non è un caso che, proprio all’inizio, si canti vibratamente l’inno libertario “Girls Just Want to Have Fun” di Cyndi Lauper). La musica amplifica quella frustrazione nell’agire (vorrebbero uscire ma non possono), e quel fastidioso sensore di essere impossibilitati a di cambiare non solo le circostanze (sentono gli spari ma restano inermi) ma anche quei caratteri della propria vita e delle proprie scelte, che proprio non tornano (un matrimonio ormai finito, una storia d’amore che non decolla).
Il tutto restando immersi in una palude che è “istituzionale” ed “esistenziale” al tempo stesso, e che induce la gran parte dei personaggi a chiedersi quale sia il loro scopo, quale sia il proprio posto nel mondo, vista la provvisorietà della condizione di reclusi involontari e quel ciondolare emotivo da una parte all’altra di sedie e divanetti della casa, un rifugio quest’ultimo, ed insieme un insopportabile palco sul quale sono tutti esposti, tutti costretti a confrontarsi, loro malgrado.

L’opera richiama poi (come espressamente riportato nelle note di regia) alcuni caratteri del teatro di Checov, piuttosto riconoscibili: la presenza di un gruppo di persone che costituisce un corpo unico di frustrazioni ed esasperazioni, una situazione di costrizione fisica in un contesto spaziale delimitato (come nella villa de “Il gabbiano”) o in occasioni di festa/esibizioni, la quotidianità disarmante e apparentemente “inattiva” in cui sono immersi i personaggi.
Coerentemente coi caratteri di alcuni personaggi di Checov, le anime messe in scena vorrebbero agire, vivere, ma sono allo stesso tempo frenate e ciò ne costituisce il nucleo drammatico fondamentale e, come già in SALVO BUON FINE, ognuno di loro finisce per rappresentare un microcosmo emozionale di nevrosi e paura, un ritratto di emigrati lontani e per nulla nostalgici della Madre Patria vista con distacco e acredine, convinti come sono che fama e successo siano lontani da lì (dove non hanno posto).
Curioso, ma neanche poi tanto, che gli stessi personaggi, alla fine trovino la loro realizzazione proprio nei confini nostrani piuttosto che all’Estero, quasi in contraddizione con la tensione esterofila che domina fin dalle prime battute.

Ciò che emerge dall’opera di Nicoletti, e non parlo solo di KENSINGTON quanto anche dei suoi lavori precedenti, è questa continua urgenza di autodefinizione dei personaggi e di una generazione tutta per estensione, che si scontra con una sensazione di disadattamento crescente rispetto al contesto socio-politico in cui vive ( in SALVO BUON FINE si trattava di un’alienazione sociale del Diverso omosessuale, mentre in FESTA DELLA REPUBBLICA ci si muove in un contesto di alienazione politica in un contesto esorbitatamene corrotto) cui si risponde con rabbia,qui trattenuta, ironia e disappunto raccolto negli occhi rassegnati di Valentina Perrella.

Ma in KENSINGTON si riassume forse meglio, rispetto alle precedenti opere, quella sensazione di spaurita consapevolezza di “non avere un posto nel mondo” né qualcosa che ci definisca appieno. Meglio allora tacere del tutto o cantare a squarcia gola,e lasciare che le emozioni ci portino ad una lenta implosione, lasciare che il tempo faccia il suo corso così da ricostruire qualcosa di nuovo, un nuovo “Io” libero dai condizionamenti e libero di cantare una Musica in cui potersi appieno riconoscere.

(testo originale in Gufetto – l’altro magazine  http://www.gufetto.press/index.php?page=visualizza_articolo&id=626  )

 

antonio mazzuca

Critico teatrale

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