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Contro la guerra, per un nuovo multipolarismo

L'Italia ritrovi autonomia, sia cerniera e ponte non colonia Usa

La fragilità del mondo, della pace, della convivenza civile non è soltanto il titolo di queste ore. Lo è di questi tempi. Ma è evidente che nelle ultime ore qualcosa di clamoroso si stia verificando. Il primo ministro russo ha scritto parole che certificano l’abisso in cui rischiamo di sprofondare. Trump – scrive Medvedev – rischia di assumersi la responsabilità storica di un conflitto militare (military clash) con la Russia.
 
I bombardamenti non si preparano in 12 ore. Quelli decisi ed eseguiti nottetempo da Trump non sono la reazione al crimine di Idlib. I bombardamenti Usa sulla Siria si collocano all’interno di una strategia militare e politica che trova nell’utilizzo delle armi chimiche contro gli ospedali e i bambini di Idlib il pretesto perfetto.
 
La strategia è chiara per chiunque abbia l’onestà intellettuale di volerla vedere: gli Stati Uniti vogliono isolare la Russia, espellerla dalla Siria, che ospita l’ultima base militare russa nel Mar Mediterraneo. E indebolire l’Iran, offrendo più di una sponda a Israele, alla Turchia e all’Arabia Saudita. Quella Arabia Saudita che è responsabile di massacri inenarrabili nello Yemen di cui la comunità internazionale non parla. La stessa Turchia e la stessa Arabia Saudita che, direttamente e indirettamente, fanno affari con il terrorismo islamista, scambiando armi e petrolio. Per questo gli Stati Uniti vogliono rimuovere il regime di Assad. È da sei anni, non da ieri, che tentano di farlo, finanziando le milizie dei ribelli nelle cui file è cresciuto e si è radicalizzato il terrorismo islamista di Isis, Al Qaeda e Al Nusra. Contro il quale – giova ricordarlo – Assad e la Russia combattono invece chilometro dopo chilometro una battaglia di trincea necessaria.
 
In questo contesto si colloca il crimine abominevole di Idlib, rispetto al quale la comunità internazionale ha l’obbligo di indagare, ricostruire responsabilità e reagire. Ma, appunto, deve farlo la comunità internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, non devono farlo gli Stati Uniti d’America.
 
Le dichiarazioni di Alfano e Gentiloni, che hanno giudicato legittima e proporzionata nei modi e nei tempi l’azione militare di Trump, non sono gravi e irresponsabili soltanto perché la storia dimostra che la guerra non si batte con la guerra, che i massacri non si battono con le bombe. Lo sono perché legittimano ancora una volta il ruolo di gendarme mondiale degli Stati Uniti, il loro essere la polizia speciale dei conflitti internazionali. Chi lo ha deciso? Chi ha deciso che l’Europa e l’Italia debbano abdicare a una funzione diversa? Di ponte tra Oriente e Occidente, tra l’Europa continentale e il Mediterraneo. Di cerniera tra potenze mondiali e regionali vecchie e nuove. La Russia, la Cina, le grandi potenze regionali del Medio Oriente sono – per un principio di realtà che va acquisito se vogliamo fare politica e non rinchiuderci in una dimensione etica o persino moralistica – parte integrante di un nuovo equilibrio multipolare che va garantito. Disconoscerlo, lavorare per legittimare la convinzione statunitense di essere i padroni del mondo, significa attentare alla pace, accelerare il collasso, correre per davvero il rischio di un terzo conflitto mondiale.
 
Su questo punto non si può tergiversare. Non possiamo autocensurarci per paura che i nostri pensieri siano strumentalmente equivocati. Non siamo orfani del campismo né confondiamo Putin con Lenin. Né consideriamo la Siria di Assad un baluardo del vecchio socialismo panarabo.
 
Ma la nostra sinistra, italiana ed europea, se vuole avere ambizioni di governo, deve fare i conti con la realtà che esiste e pronunciare e praticare parole e azioni inequivocabili. Squarciando il velo di ipocrisia che vede l’Occidente legato a doppio filo alle monarchie sunnite del Golfo. Vietando il commercio di armi e sottoponendo a sanzioni (altro che sanzioni europee alla Russia!) chi disattenda il bando. Facendosi promotrice, tramite il governo italiano e l’Alto commissariato per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, della richiesta di una conferenza di pace che coinvolga Assad e l’opposizione e che sia convocata sotto l’egida dell’Onu e delle grandi potenze coinvolte nella polveriera mediorientale. Rimotivando e rimobilitando un fronte per la pace e contro la guerra che riempia le piazze sin nei prossimi giorni.
 
Anche l’opinione pubblica, il tessuto democratico delle società europee, può e deve prendere parola. È vero: abbiamo problemi drammatici che assediano le nostre società. Ma quando la sinistra perde la propria capacità di leggere il mondo, la propria vocazione strategica e internazionalista, vincono le destre più dure e più cattive. Vincono i muri, i fili spinati, i nazionalismi mai sopiti che abitano da sempre la pancia dell’Europa. E i nazionalismi portano alla guerra, sempre. È una consapevolezza amara e terribile, perché ci impone di “vincere contro la nostra storia” (Francois Mitterand). Purtroppo, non abbiamo alternative.

Simone Oggionni

http://www.reblab.it

Sono nato nel 1984 a Treviglio, un centro operaio e contadino della bassa padana tra Bergamo e Milano. Ho imparato dalla mia famiglia il valore della giustizia e dell’eguaglianza, il senso del rispetto verso ciò che è di tutti. Ho respirato da qui quella tensione etica che mi ha costretto a fare politica. A scuola e all’Università ho imparato la grandezza della Storia e come essa si possa incarnare nella vita dei singoli, delle classi e dei movimenti di massa. A Genova nel luglio 2001 ho capito che la nostra generazione non poteva sottrarsi al compito di riscattare un futuro pignorato e messo in mora. Per questo, dopo aver ricoperto per anni l'incarico di portavoce nazionale dei Giovani Comunisti e avere fatto parte da indipendente della segreteria nazionale di Sel, ho accettato la sfida di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, per costruire un nuovo soggetto politico della Sinistra, convinto che l’organizzazione collettiva sia ancora lo strumento più adeguato per cambiare il mondo.

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