Esse - una comunità di Passioni

La Riforma dei comuni italiani

Fusioni ed Unioni dei comuni, la nuova sfida degli enti locali

I piccoli comuni d’Italia, con i loro municipi sparsi fra i più bei borghi del nostro paese, stanno progressivamente andando a svuotarsi, di risorse e (soprattutto) di persone.

I nostri giovani se ne stanno andando mentre i più anziani, sempre più frequentemente, bussano alla porta dei sindaci in cerca di soluzioni per i loro disagi.
Per far fronte a queste situazioni, le amministrazioni pubbliche non riescono a far fronte delle pressanti e giustificate richieste dei propri cittadini. I limiti sono oggettivi ed evidenti: una classe politica generalmente scadente, improvvisata; dotata di scarsa capacità progettuale, di organici sovraccaricati e in un regime di ristrettezze economiche.
Le risorse destinate agli enti locali sono sempre più povere, spostando il baricentro dell’iniziativa politica verso gli “enti intermedi” (in modo particolare le Regioni). In questo scenario si colloca il caotico riordino istituzionale avviato dalla L. 56/2014 (nota Legge Delrio) che annulla il ruolo delle province e attribuisce maggiore importanza alle Unioni dei comuni ed incoraggia le fusioni.
Le unioni si configurano come enti “scricchiolanti”, idealmente poggianti sulle strutture dei comuni e sulla volontà politica dei sindaci. Le “colonne portanti” dell’ente dovrebbero affidarsi quindi alle interpretazioni politiche e ad una difficile opera di mediazione fra le diverse autonomie. Spesso, queste strutture producono immobilità.
Fermo restando che una costituzionalizzazione delle unioni e maggiore attenzione da parte dei partiti, potrebbero far funzionare i servizi associati in questi “super comuni”, l’urgenza imposta dai tempi della politica, costringe gli amministratori più lungimiranti a spingere verso le fusioni. Lungimiranza nei confronti delle tendenze: Il dibattito sulle fusioni è tendenzialmente recente e di strettissima attualità, sostenuto (con diverse sensibilità di carattere territoriale) da tutte le opposizioni, stimolato e patrocinato dalla variegata area di governo. Addirittura, lo scorso 16 gennaio, il gruppo parlamentare PD ha presentato una proposta di legge (ddl 3420/2016), chiedendo la fusione di tutti i comuni sotto i 5.000 abitanti, individuata come soglia ideale da studi statistici. Addirittura, l’Istituto di Programmazione Ecnomica della Regione Toscana, azzarda una ipotesi ancor più radicale parlando di dimensioni enormi (20 – 30 mila abitanti).
Mescolati assieme gli ingredienti (le spinte verso le fusioni) non sempre si produce una buona pietanza. Se teniamo conto solo degli studi IRPET ed i liquidi con i quali gli accorpamenti vengono finanziati, vorrebbe dire che basterebbero le prefetture a garantire il corretto funzionamento dell’apparato pubblico. Intanto la presenza di buoni amministratori non promuove i comuni unici senza ponderazioni e punti interrogativi: il nuovo comune può garantire una equilibrata rappresentanza politica? I comuni possono garantire ovunque i servizi di prossimità? Le periferie possono vedersi garantite adeguati investimenti?
Rimangono quindi quelle domande alle quali solo la politica può rispondere. Sta nei partiti dunque la regìa del futuro degli enti locali, anzi, si può dire che stia soprattutto a sinistra. Infatti il Partito Democratico, l’unico partito  stabilmente insediato nelle istituzioni, conduce la partita in questo senso e lo si vede dagli effetti concreti del dibattito, dal momento che questo partito governa buona parte degli enti interessati e spesso in amministrazioni di centrosinistra “modello Unione“. Difatti, escludendo le fusioni di piccolissimi comuni dell’area alpina, gli effetti appaiono più vivaci nelle regioni rosse centro-settentrionali, laddove le amministrazioni più progressiste sono radicate in maniera stanziale.
Lo scenario che a questo punto ci si pone, generalmente rimane nella divaricazione radicale dei nostri giudizi: o assenso al progetto di riforma o assoluta contrarietà per dinamiche di opposizione.
Se escludiamo i modelli dei “numeri standard” dei comuni (come nel ddl sopracitato), nei confronti delle quali anche molte associazioni di comuni alzano le barricate (UNCEM in testa), oppure progetti megalomani (come viene proposto per l’entroterra pisano), gli accorpamenti potrebbero significare un nuovo percorso ove la sinistra può inserirsi da protagonista. Pena l’isolamento o, nella peggiore delle ipotesi, l’amministrazione di comuni finanziariamente ingestibili.

Giulio Baldassarri

Studente, capogruppo di maggioranza per il Comune di Piteglio (PT) dal 2014 al 2017. Membro del consiglio comunale di San Marcello Piteglio (PT).

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