Esse - una comunità di Passioni

La sinistra e lo scontro generazionale

Ricostruire i legami non reciderli

Vorrei sollecitare la vostra riflessione con un immagine: quella di Troia in fiamme. Un’immagine che scaturisce dalle parole del presidente Grasso durante la presentazione del simbolo: Grasso parlava del colore amaranto e della sua scelta, che è stata compiuta con la consapevolezza che nell’antica Roma quel colore rappresentava protezione.
Una città soggiogata, nei cui vicoli un confuso Enea prende in spalla il padre Anchise e per mano il piccolo Julio. E’ un affresco potente che evoca da millenni il desiderio dell’uomo di fratellanza e di libertà. Ma non solo; è anche un potente antidoto alla barbarie e un’indicazione politica: la solidarietà sociale, in tempi di crisi profonda, è l’unica risposta possibile, quella istintiva.
 
Veniamo da anni difficili, in cui invece di promuovere l’incontro tra generazioni e l’inclusione, è stato detto al pargolo Julio che doveva odiare il nonno Anchise, perché lui la sua pensione, nonostante fosse uno dei pilastri che reggevano, e reggono la struttura sociale italiana, l’ha avuta molto prima di quando l’avrà, se mai l’avrà, il piccolo.
 
È stato detto ad Enea che doveva ritenersi fortunato, perché il suo posto di lavoro a tempo indeterminato e le sue tutele, strappate così faticosamente da suo padre, erano un peso eccessivo da sobbarcarsi per lo stato, mentre fuori l’incendio finanziario divampava. E in nome del futuro delle nuove generazioni gli è stato tolto l’articolo 18, si è alzata l’età pensionistica fino ai 67 anni, si è compresso, fino a rendere il lavoro povero, il potere d’acquisto.
E a Julio, sulle cui spalle ricade la colpa dell’ultimo nato, dell’eterno cadetto, dei sacrifici chiesti al padre è ritornato un lavoro ontologicamente precario, un’esistenza vissuta in estremo e periglioso equilibrio, magari preda di un algoritmo iper-moderno che nasconde uno sfruttamento antico: quello del lavoro a chiamata, quello del lavoro a cottimo.
 
È stato preso il sogno di Enea, di Anchise e di Julio ed è stato spezzato in un campo libico.
Alle cure e alle attenzioni di Didone è stato sostituito un carceriere senza nome che agisce al di fuori di qualsiasi norma e trattato internazionale: da tempo chiediamo che quei campi siano gestiti da personale qualificato appartenente a organizzazioni internazionali, all’ONU. E su questo siamo stati condannati dalla comunità internazionale, noi, popolo di navigatori.
 
E per quelli che all’odissea mediterranea sopravvivono, per quelli che tra innumerevoli riescono a trovare sulle nostre sponde riparo dalla tempesta, e magari si costruiscono un futuro e generano a loro volta dei figli, diciamo che questi figli non sono di diritto italiani. Diciamo a quegli 800mila bambini che studiano, crescono e giocano qui che sono figli di un dio minore, che i loro penati non li proteggono abbastanza.
 
Non siamo qui per ripicca, per vendetta o per un velleitario senso di rivalsa. Siamo qui per dare le risposte che finora sono state negate, pronti a dialogare con tutti per invertire la rotta, col Pd ma non solo.
Sono profondamente d’accordo col presidente Grasso quando dice che ricostruire la sinistra significa ricostruire il paese: significa riconnettere le generazioni, ricostruire i legami sociali, promuovere la solidarietà umana per difendersi dall’arrivo della barbarie.
 
Significa ristabilire un vincolo di popolo con chi è stato escluso dalla modernità, rinsaldare un legame sentimentale che è stato sciolto troppo frettolosamente e con troppa arroganza.
 
Per questo abbiamo deciso di salpare su questo vascello di uomini e donne liberi nell’eguaglianza ed uguali nella libertà.

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