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La sinistra ‘playlist’

Dall'archivio di EsseBlog

bandiera

di: Alessandro Gilioli,

25 febbraio 2016

Categorie: Archivio

Conoscete Steven Johnson e la sua teoria sul ‘peer progressivism’? Probabilmente no, ma non è perché siete ignoranti voi: è che da noi il dibattito politico l’ha snobbato e del suo ultimo libro hanno parlato giusto due o tre studiosi del web. Così come hanno avuto scarsa cittadinanza le tesi di Ha Joon Chang, docente a Cambridge, pubblicato dal Saggiatore. O le crude analisi di Thomas Piketty sull’economia nel nostro secolo.

Peccato, perché – certo – queste sono solo teorie tra le tante, e come tali soggette a falsificazione, ma forse potrebbero contribuire parecchio a far uscire la sinistra italiana dal complesso di inferiorità di cui soffre dagli anni Ottanta e che ha portato a quello che vediamo adesso: con un Partito democratico sempre più tiepido, annacquato, centrista, fondamentalmente inutile (se non dannoso) per qualsiasi prospettiva di cambiamento in meglio del Paese, in termini di diritti civili e sociali.

Complesso di inferiorità, si diceva. Certo: altro che ‘dominio culturale’. Complesso di inferiorità iniziato dopo il fallimento del compromesso storico. Negli anni successivi a quella sconfitta epocale, il Partito comunista non è stato più capace di proporre un modello di modernità diverso da quello nascente al tempo – Craxi, per intenderci: ma anche Berlusconi e le sue tivù – e a quell’inganno ha risposto nel più autolesionista dei modi: con l’emulazione.

Già: tutto quello che è successo poi è stato inseguire e imitare la sedicente modernità della destra. Incapace di proporre un modello alternativo, la sinistra si è culturalmente accomunata al suo avversario. Così, anche quando ha vinto, ha perso.

Quello che è accaduto ancora dopo – da Monti fino alle larghe intese – è stato solo il corollario di questo processo di emulazione e subordinazione.

Ci sono voluti trent’anni perché la truffa si disvelasse: c’è voluta la crisi dei derivati per far scoppiare la bolla del thatcherismo, abbiamo dovuto vedere il fallimento concreto e doloroso del pensiero unico per accorgerci che ci eravamo allontanati un po’ troppo da una società decentemente giusta – e quindi non potevamo più ipotizzare di vivere in una società ancora decentemente collaborativa.

Nel frattempo però è cambiato tutto: non solo perché le fasce alla base della piramide sociale si sono allontanate anni luce da quelle più alte, ma anche perché le prime si sono gradualmente popolate di precari, flessibili, schiavi cognitivi e della grande distribuzione, sfruttati nelle forme più diverse e ormai troppo atomizzati e sfiduciati per costruire qualsivoglia ipotesi di emancipazione collettiva. Mentre le strutture tradizionali – sindacato, ‘sinistra’ storica – restavano chiusi nella riserva indiana di garantiti e pensionati, tramontando con loro (ah lo sapete? All’ultimo comizio della Cgil in piazza San Giovanni il ragazzo del bar mi ha detto: «Scusi, sa a che ora finisce la festa degli anziani?»).

Quindi, non c’è più la sinistra?

Balle, naturalmente. Se provate a buttare in giro alcuni temi limpidamente e geneticamente di sinistra, scoprirete che godono dell’appoggio di fette di cittadinanza che sfiorano e a volte superano la maggioranza assoluta dei consensi: reddito minimo per i precari e disoccupati, acqua pubblica, istruzione pubblica, sanità pubblica, tagli alle spese militari, tutela del suolo anziché grandi opere, biotestamento, uguali diritti per gli omosessuali, integrazione dei migranti, lotta all’economia speculativa, riduzione degli eccessi sperequativi dei redditi e così via.

Ma prendono sempre più piede, specie tra i nuovi adulti, anche modelli nuovi e più umanisti dell’esistere individuale e collettivo, che privilegiano la qualità della vita quotidiana rispetto al mantra di produzione e consumo a cui siamo stati educati come ‘senza alternative possibili’. In fondo, l’eredità più ingombrante che ci ha lasciato la Thatcher è proprio l’idea che il denaro sia il motore della politica, cioè del vivere insieme. Ecco, quella è la destra. Noi siamo il contrario.

Quello che manca, nell’Italia del 2013, semmai è un ‘partito’ che di queste istanze multiformi si faccia organicamente portatore: ma questa è appunto storia vecchia, quella che si è raccontata poco sopra.

Per ora, siamo alla sinistra ‘playlist’.

Visto il fallimento di quella sistematica, non è poi detto che sia una disgrazia.

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