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La Spagna di Podemos

Podemos, la nuova sinistra spagnola

di: giulio di donato,

2 marzo 2016

Categorie: Archivio

Come mai nella Spagna che ci raccontano in ripresa prende piede un fenomeno politico di aperta rottura come Podemos? Ma cos’è Podemos e come viene alla luce? Quali le ragioni della sua sorprendente affermazione?

A queste domande provano a rispondere Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena con il loro ultimo lavoro “Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra”, per le edizioni Alegre. Un viaggio godibilissimo e appassionante nel laboratorio politico spagnolo alla scoperta del fenomeno Podemos e delle ragioni del suo improvviso successo.

Per iniziare gli autori smascherano l’inganno della propaganda mainstream che ci racconta una Spagna oggi in crescita quando invece la realtà è ben altra: tassi di disoccupazione record con aumento della povertà e delle disuguaglianze sociali. Certo, la cura da cavallo imposta dalla troika ha portato un qualche miglioramento nei dati relativi al deficit, ma allo stesso tempo ha provocato un disastro sociale che viene dissimulato attraverso un’interpretazione miope e interessata dei dati economici.

Il libro ci parla della Spagna degli ultimi anni ma è come se parlasse anche del nostro paese, perché il copione è per gran parte lo stesso: scoppia la crisi, le banche vicine al fallimento vengono soccorse dallo Stato con ulteriore aggravio del proprio debito pubblico; sotto ricatto dello spread i vari governi, socialista prima conservatore poi, realizzano quel mix di austerità e neoliberismo raccomandato dalla tecnocrazia europea introducendo nuove misure di precarizzazione, comprimendo salari e tutele, aumentando l’età pensionabile e annunciando nuove privatizzazioni.

Quelle stesse fallimentari ricette imposte a tutti i paesi del sud-europa che hanno aggravato le condizioni di vita delle classi popolari, senza che nessuno degli obiettivi che i governanti della Ue si proponevano venisse veramente raggiunto. Null’altro che un mezzo al servizio di un capitalismo stagnante e in grave crisi per ristrutturarsi a danno di salari, diritti e di quel poco che resta di pubblico.PODEMOS-alegre

A fare da infelice contorno ad un quadro così delineato, livelli di corruzione e di illegalità diffusa che in Spagna diventano sempre più insopportabili e insostenibili e che vedono coinvolte, seppur con responsabilità e peso diversi, la maggior parte delle forze politiche, tanto di destra quanto di sinistra, e le grandi organizzazioni sindacali tradizionali.

Contro una classe politica corrotta, complice e subalterna si scaglia il discredito e l’indignazione di buona parte del popolo spagnolo, che non resta a guardare. La reazione della piazza è forte e robusta: qui gli autori si addentrano in una coinvolgente retrospettiva sulle giornate di mobilitazioni del 2011 ad opera dei cosiddetti Indignados, con le loro inedite ma efficaci

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“Noi siamo il 99 per cento”, gridavano gli Indignados nelle piazze. Quel 99 per cento che ha perso nella scala dei redditi contro l’1 per cento che invece ha preso tutto e ha dettato legge (leggi nefaste a giudicare poi dal loro effetto nell’economia reale). Individuando nella cattiva distribuzione del reddito che vede una minoranza sottilissima di popolazione concentrare su di sé un intollerabile livello di ricchezza, di privilegi e di potere a danno della stragrande maggioranza delle persone una delle ragioni principali della crisi. Si leva una protesta sia contro il sistema economico che ora ricomincia a essere chiamato “capitalismo”, e che viene portato sul banco degli accusati e sottoposto a critica radicale, sia contro la classe politico-sindacale da cui non ci si sente più rappresentati. Stavolta senza appesantimenti ideologici: si parla semplicemente a nome e per conto del 99 % contro l’1% dei profittatori, reclamando una “vera democrazia” e una radicale redistribuzione della ricchezza per un altro modello di sviluppo più giusto e solidale, sostenibile dal punto di vista sociale ed ecologico.

E’ sull’onda di quelle giornate che viene alla luce Podemsos che ufficialmente nasce nel 2013 e dopo un inaspettato successo alle europee del maggio scorso risulta oggi, stando a quanto suggeriscono gli ultimi sondaggi, la prima forza politica del paese. Una forza antisistema che si oppone tanto alla casta di una politica corrotta e complice quanto alla casta delle grandi oligarchie economico-finanziarie da cui tutto dipende.

Certo, Podemos non è la trasposizione diretta degli indignados, anche se il linguaggio e le parole d’ordine sono le stesse; dopotutto è chiaro che quelle giornate hanno creato un tessuto favorevole e offerto la spinta giusta per un’operazione politica di tal genere, che ha tratto alimento dai fermenti seminati durante quella significativa stagione di lotte.

A ben guardare molte sono le comunanze con il nostro più recente passato: governi di centrosinistra e di centrodestra che portano avanti una stessa agenda economica, una generale sfiducia e ostilità verso partiti, sindacati e istituzioni, una stessa carica antisistema che ha travolto, qui come in Spagna, anche le forze della sinistra tradizionale e le stesse organizzazioni sindacali. La reazione a tutto questo è stato l’irrompere sulla scena politica di una nuova forza politica di aperta rottura con il sistema politico-economico-sindacale dominante: in Italia il M5S, in Spagna Podemos. Unica differenza: in Italia le mobilitazioni di piazza hanno avuto molta meno consistenza e continuità, ma resta da chiedersi come sarebbe andata se il nostro 15 ottobre 2011 fosse andato per il verso giusto.

D’obbligo per gli autori fare, a questo punto, un parallelo fra Podemos e il M5S.

Diverse sono le affinità: esprimono entrambi un profondo malcontento verso il sistema attuale e “una volontà di cambiamento radicale che passa attraverso l’ingresso massiccio delle persone nella scena politica”, combinando l’utilizzo di internet con un nuovo modo di fare politica attraverso la consultazione via web degli iscritti, seppur in forme assai diverse (Podemos si affida per quanto riguarda il proprio sito ad una società esterna e sfrutta le potenzialità del web coerentemente con i tratti di una forza che si dice orizzontale, trasparente e democratica, ben poco a vedere con le distorsioni e i ripiegamenti attorno alla diarchia Grillo-Casaleggio).

Ma sono ancora di più le differenze: Podemos è figlio del movimento degli Indignados ed è chiaro il legame con i movimenti di lotta che negli ultimi anni hanno infiammato le piazze spagnole. I suoi fondatori hanno partecipato, chi più chi meno, alle piazze degli Indignados e provengono tutti dal variegato mondo della sinistra radicale.

Così come il M5S, anche Podemos vuole sfuggire alla dicotomia destra-sinistra, ma solo per non essere messi in relazione con la “sinistra” degli ultimi anni che ha dato una così “cattiva prova di sé” e che dunque “può e deve essere chiamata in un altro modo”, per colpa degli “attuali rappresentanti che ne hanno distorto il significato.” Un ragionamento che coinvolge la sinistra in ogni sua componente, moderata o radicale che sia, complice e subalterna l’una, marginale e ininfluente l’altra: entrambe in ogni caso incapaci di incidere positivamente sulle condizioni di vita e di sofferenza delle persone e di intercettare il malessere e il disagio sociale crescenti.

Null’altro, dunque, che un’audace operazione di marketing politico per la quale la parola “sinistra” oggi limita la “capacità di penetrazione di un messaggio” e “marginalizza il consenso”.

L’idea – questa la felice interpretazione degli autori – “è che le risposte alla crisi siano di “buonsenso” che confinare nel recinto della sinistra sarebbe perdente. Da qui il richiamo continuo ai concetti di “popolo” e “cittadinanza” (..) Se davvero la lotta è del 99 per centro contro l’uno , perché non ambire a rappresentare gli interessi del 99 per cento; perché non ambire a quel consenso? Una semplificazione dentro alla marea di contraddizioni che il 99 per centro esprime, eppure la nuova “egemonia culturale” la immaginano così: di facile traduzione, di facile fruizione, così da capovolgere il discorso pubblico e mettere in “minoranza egemonica” il partito di Wall street.”

Una sorta di “populismo di sinistra” che mette al centro le dicotomie “basso contro alto”, “cittadini contro casta”, “oligarchia contro democrazia”, puntando ad “unire tutti i soggetti colpiti dalle caste, dall’alto” e ad allargare quanto più possibile il proprio consenso. Con un approccio fortemente pragmatico: “se il mercato della politica è diventato uno scaffale di un centro commerciale, dove la scelta del prodotto da parte dei consumatori (elettori) avviene più per sensazione o per l’immagine della confezione, allora tanto vale inserire i contenuti in un contenitore attraente. Nuovo. Pulito. Dinamico. Accessibile a tutti.”

Una strategia che risulta vincente: Podemos oggi è il primo partito spagnolo, guadagnando consensi anche dentro l’elettorato conservatore.

Insomma, rimettere al centro i cittadini, i loro bisogni, “la nozione del “basso” che lotta contro “l’alto”, contro la casta politica e finanziaria”, e togliere di mezzo “la cattiva fama che la parola in sinistra si è fatta in Spagna (e non solo), riuscendo così a parlare a tutto il popolo. Fatta esclusione, appunto, della famigerata “casta”, corrotta e ingorda. Questa la sfida di Podemos.

Come in ogni populismo, c’è bisogno di un leader, un trascinatore, un capopopolo. Che in questo caso corrisponde al nome di Pablo Iglesias.

Di professione docente universitario con un passato nella gioventù comunista e una tesi di laurea sul tema dei disobbedienti nostrani, Pablo Iglesias rappresenta una componente fondamentale del successo di Podemos. Giovane, carismatico, con doti da grande comunicatore, si è fatto conoscere al grande pubblico nelle vesti di castigatore dei politici e delle loro ruberie. Anche se è di sinistra, cerca sempre di non posizionarsi ideologicamente, figurando come uno che dice cose giuste e di buon senso. Il suo campo privilegiato di lotta sono le tv, il cui peso viene riconosciuto come ancora fondamentale nel determinare l’opinione pubblica. Perché se vuoi raggiungere il popolo – raccontano in Spagna – devi utilizzare al meglio il mezzo televisivo che in Spagna non è screditato come in Italia.

Il programma di Podemos resta in ogni caso rigorosamente di sinistra, senza alcun tipo di ambiguità (diversamente dai 5 stelle che su diverse questioni – vedi il tema dei migranti – virano decisamente a destra) e la collocazione all’interno del Gue non lascia spazio a fraintendimenti. Le parole d’ordine sono il recupero della sovranità (revisione dei trattati internazionali, da Maastricht in poi, per un altro modello di Europa, disobbedienza al fiscal compact, rinegoziazione del debito, riforma della Bce e sforamento del vincolo del 3 per cento, abbandono dell’austerity) e la riconquista dei diritti sociali (nuovo piano di investimenti, difesa e potenziamento del welfare, rilancio di politiche espansive e di redistribuzione del reddito e del lavoro, abrogazione delle misure che hanno precarizzato il mondo del lavoro, patrimoniale e nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia iberica). Per un riformismo audace e progressivo che non dimentica certo la questione morale e il tema dell’etica pubblica (centrali sono i temi della lotta ad evasione e corruzione, della riduzione dei costi e dei privilegi della politica, ecc.), senza che questo comporti cedimenti ad un facile qualunquismo (esempio ne è la difesa che fa Podemos del finanziamento pubblico ai partiti, sebbene ricondotto a criteri della massima sobrietà e trasparenza, a garanzia dell’indipendenza e autonomia della politica dal potere economico).

Non mancano elementi di possibile criticità: in una fase così fluida e mobile il rischio sempre incombente è quello di sgonfiarsi con la stessa velocità con cui ci si è affermati. Restano poi aperti alcuni nodi: tra questi, la necessità di trovare una giusta sintesi fra un lavoro prevalentemente centrato sulla rete e sui media con le forme classiche della partecipazione politica (circoli, riunioni e assemblee territoriali). Finora la dialettica fra attivismo via web e le pratiche di militanza tradizionali ha visto privilegiare la prima opzione. E il modello è quello del partito leggero che riesce a destreggiarsi abilmente nel mondo dei vecchi e nuovi media.

Manca quindi quel processo di radicamento e insediamento sociale che ha invece caratterizzato l’esperienza di Syriza in Grecia, anche se non mancano i legami e le relazioni con le diverse realtà di lotta spagnola.

Syriza resta in ogni caso un riferimento imprescindibile anche per la nuova sinistra spagnola. Diversamente da Podemos, Syriza non ha problemi a definirsi di sinistra, anche perché in Grecia le forze della sinistra cosiddetta radicale erano e sono meno screditate che in Spagna o Italia, e si sono distinte negli anni della crisi per un forte protagonismo all’interno delle lotte sociali e per un straordinario e generosissimo sforzo di radicamento “in basso”. Ne deriva che l’elettorato a cui si rivolgono è in parte diverso: mentre Syriza è cresciuta prosciugando il bacino elettorale del Pasok e catturando voti nell’ambito dell’astensionismo e nel campo della sinistra radicale, Podemos raccoglie consensi anche nel voto conservatore. Molti tratti però sono gli stessi: una stessa vocazione maggioritaria e la scelta di affidarsi a due volti giovani, espressione di una generazione nuova e brillante che ha offerto un’immagine diversa e convincente della sinistra. E sono pronti a lottare assieme per cambiare il volto di questa Europa e contrastare le politiche della Troika.

A partire da questo breve parallelo con la sinistra greca, quali lezioni trarre per la malmessa sinistra nostrana?

Ci sia consentito ora ricavare le seguenti indicazioni, ben consapevoli della particolarità di un contesto – il nostro – dove il bisogno di rottura e di cambiamento è stato finora assorbito prima da Grillo poi da Renzi, e non c’è stato un livello di conflitto sociale del pari che in Spagna o in Grecia:

–        Unità delle forze di sinistra per l’alternativa al renzismo e al neoliberismo a partire dalla necessità di un rinnovamento e di un ricambio generazionale delle propria classe dirigente. Per ricostruire la sinistra bisogna andare oltre la sinistra esistente, operando un punto di rottura con tutta la sua storia recente;

–        Fare affidamento su meccanismi veri di democrazia interna, anche per mezzo di un abile e sapiente utilizzo della rete sul modello Podemos, per definire una linea e una strategia politica condivisa e una struttura di direzione;

–        Combinare uso del web con la necessaria articolazione in circoli e assemblee territoriali, ricercando una sintesi positiva fra le vecchie e le nuove forme di partecipazione politica;

–        L’urgenza di intraprendere uno sforzo generoso di radicamento e insediamento sociale, in basso, nei territori, in rapporto con i bisogni delle persone, per provare a intercettare quei pezzi di società in sofferenza che oggi ci sfuggono e che rischiamo di abbandonare ai centurioni delle destre sociali. Assumendo un protagonismo all’interno dei conflitti, lavorando nelle lotte e per le lotte, e su quei temi e quelle questioni che qualificano una forza di sinistra;

–        Una soggettività aperta e inclusiva con una forte vocazione maggioritaria che ambisca a conquistare il consenso della maggior parte delle persone, senza disperdere la giusta radicalità nella proposta politica che la nuova situazione storico-politica richiede (un tempo si sarebbe parlato di forza politica assieme di lotta e di governo). Facendo proprio un linguaggio semplice e diretto che rimanda ad un cambiamento insieme possibile, necessario e radicale;

–        Una forza che sia necessariamente di rottura dei vincoli e del quadro delle compatibilità date che oggi inchiodano e immobilizzano la politica.

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giulio di donato

Romano. Militante di base. A Sinistra, in direzione ostinata e contraria.

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