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La storia di J.

Storie di ordinaria precarietà 3

J. è un ragazzo semplice, forse troppo ingenuo per questo mondo. Ha vissuto una vita abbastanza agiata, ha frequentato le migliori scuole, ha una famiglia che lo ama.
Il mondo per lui è fatto di brave persone che si aiutano reciprocamente, senza sotterfugi o menzogne. Se esistessero più persone come J. nella nostra società, vivremmo indubbiamente in un posto migliore.

Avviatosi ormai verso la fine del suo percorso accademico, J. decide di buttarsi nel mondo del lavoro e tenta un tirocinio a Bruxelles per completare i propri studi. Grazie ad un colpo di fortuna e dopo numerosi tentativi, ottiene finalmente uno stage. Il lavoro è poco chiaro, poco remunerato, ma a Bruxelles bisogna accontentarsi di ciò che si ha. J. non protesta ed inizia la sua esperienza lavorativa.

J. è un ragazzo in gamba, poliglotta e pieno di energie, in ufficio non passa inosservato. Il suo datore di lavoro, un uomo sulla cinquantina che ruota intorno alla Commissione Europea, lo riempie sin da subito di belle parole, di grandi elogi. Il rapporto tra i due diventa piacevole, a J. vengono promesse tante cose. Le opportunità elencate dal suo capo diventano fari di speranza per il mondo lavorativo di J., in cerca di uno sbocco una volta terminato il master. “Se rimani con me, vedrai che faremo grandi cose insieme” gli dice in ufficio.

Per 500€ mensili, J. lavora dalle 8:30 alle 17:30, dal lunedì al venerdì.

I mesi passano e la situazione in ufficio inizia a cambiare per J.: se prima entrava ed usciva entusiasta dal proprio lavoro, adesso torna a casa esausto, ad un orario sempre diverso. Il suo capo ha infatti iniziato a pretendere sempre di più: lo chiama al di fuori dell’orario lavorativo e chiede report di quaranta pagine in tre giorni. J. è costretto a rimanere a casa durante i fine settimana per completare il proprio lavoro. Deve inoltre essere reperibile sette giorni su sette e a qualsiasi ora.

J. inizia lentamente a cedere ed il suo entusiasmo per il mondo del lavoro inizia lentamente a trasformarsi in odio e rancore. Eppure nel suo entourage gli fanno intendere, chi più esplicitamente chi meno, che doveva ringraziare il cielo per aver ottenuto un tirocinio simile nella impossibile Bruxelles, “visti i tempi che corrono”. Bisognava essere dunque riconoscenti nei confronti del capo che gli stava offrendo la possibilità di essere un ragazzo sfruttato e sottopagato, perché tutto ciò sarebbe stato ricompensato con un lavoro fisso nella capitale europea. Almeno così credeva.

Poco a poco questa speranza svanisce anche nella testa di J., costretto a convivere con un capo che lo forza quotidianamente a passare più tempo possibile in ufficio, oltrepassando spesso il suo orario lavorativo.
In poco tempo il capo di J. passa da un atteggiamento accondiscendente e bonario ad uno ostile e strafottente, a seconda dei giorni.
Con il passare del tempo J. ha la fortuna-sfortuna di incontrare due vecchi stagisti che gli confermano ciò che lui già sospettava da tempo: il suo capo è bipolare e approfitta dei giovani lavoratori motivati. Una ragazza arriva a raccontargli che le veniva chiesto, aggiunto al suo lavoro ordinario, di fare da baby-sitter per i figli quando il capo usciva a cena con la moglie. Altri stagisti confessano che avevano passato periodi orribili per i sensi di colpa e per la distruzione psicologica che avevano subito a lavoro. Quei 500€ pagati al mese per il tirocinio – che, ricordiamolo, a Bruxelles non bastano neanche a coprire l’affitto di una stanza – venivano elogiati dal capo come un enorme gesto di generosità da lui offerto.

Il tirocinio di J. è ormai agli sgoccioli, come anche il suo stato d’animo. Ogni giorno è un inferno, conta i giorni che lo separano alla sua partenza. Una volta partito, si accorge che non sono stati versati gli ultimi due stipendi sul suo conto ed inizia così una battaglia a distanza con il suo (ex) capo.
Giunto all’esasperazione ma determinato ad ottenere ciò che gli spetta di diritto, J. ottiene finalmente gli stipendi e dimentica così quella brutta esperienza.

Oggi J. racconta quasi sorridendo ciò che ha dovuto passare a Bruxelles, ma purtroppo esistono centinaia se non migliaia di storie come la sua che accadono davanti agli occhi di tutti, quasi giustificati dai ragazzi stessi perché forzati a credere che il mondo del lavoro sia così. Senza nessuna giustizia, senza diritti ma con molti doveri.

 

Se anche tu hai una #storiadiordinariaprecarietà da raccontare, scrivila a giada.pistilli@gmail.com

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