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L’«ansia di un’altra città» e il sogno azionista

Intervista a Francesco Postorino

di: Renato Trombelli,

31 luglio 2017

Categorie: Cultura, Filosofia Politica, Letteratura

Francesco Postorino è un filosofo e saggista che ha approfondito le sue ricerche di teoria politica tra Messina, Parigi e Roma. Si occupa soprattutto di socialismo liberale, di pensiero liberal, di idealismo e di esistenzialismo. Collabora con molte riviste scientifiche italiane e straniere. Scrive di cultura su vari quotidiani nazionali, e cura una rubrica online, dal titolo «Dio è morto», sull’Espresso. Nel 2016 ha pubblicato un volume per i tipi di Rubbettino (Carlo Antoni. Un filosofo liberista, pref. di Serge Audier).
L’abbiamo avvicinato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro: Croce e l’ansia di un’altra città, pref. di Raimondo Cubeddu, Mimesis 2017; dove si discute di liberalismo e di cultura azionista.
 
 
Quali sono le novità filosofiche e politiche dell’azionismo?

L’azionismo annovera esponenti di primo piano del mondo della filosofia e della politica. Penso soprattutto a Guido Calogero, Piero Calamandrei, Tommaso Fiore, Guido de Ruggiero, Adolfo Omodeo, Emilio Lussu, Norberto Bobbio e Ugo La Malfa. Quel che più mi colpisce di questa tradizione è la voglia di cambiare la mentalità italiana, alzando i toni della cultura e delle virtù civili. Nel precursore Carlo Rosselli si ritrova, ad esempio, il vivo desiderio di animare con respiro repubblicano un Paese piegato alla dittatura fascista.
 
Concentrandoci sulle figure più importanti della cultura azionista, nell’aprile 2016 è ricorso il trentennale della morte di Guido Calogero. Tu sei stato fra i pochissimi a ricordarlo con un pezzo su Micromega. Ti chiedo quanto possa essere considerato ancora vivo e attuale il suo pensiero.
 
La filosofia di Calogero è attualissima perché si occupa dell’uomo con un’intensità che ancora fa battere i cuori ai suoi quattro studiosi. Il suo liberalsocialismo è il punto di approdo di un percorso morale e intellettuale che non annega nel cinismo o in quel pigro realismo più volte invocato da chi ha perso il contatto con l’utopia, con il possibile, e nuota nelle acque sicure del presente. Calogero, senza essere un pericoloso giacobino, conosce la verità. La vede incarnata nel potenziale di ciascuno, in uomini e donne che devono incontrarsi e dialogare, scambiare opinioni e sguardi. Se il fascismo degli anni ’30 ordina il dolore, la solitudine, i soprusi e l’esibizione muscolare, l’allievo critico di Gentile, nel ’39, pubblica La Scuola dell’uomo riabilitando il senso pedagogico. In particolare, ricorda all’«io» che esiste un «tu», e al «tu» che al suo fianco irrompe l’immagine sbiadita di un «lui» in attesa di risposte. Compito del primo e del secondo, quindi, è non smettere di inseguire la terza dimensione. In altri termini, i soggetti riconosciuti, per dirla con Étienne Balibar, non possono ignorare «il punto di vista delle vittime». Il suo pensiero liberalsocialista, laicamente situato al confine tra un bieco livellamento e l’orgia consumistica di mercato, è un elogio incondizionato alla terza persona.
 
 
Chi è insomma il «lui»?
 
Non ha un nome. Non ancora almeno. Dipende da noi. Dipende, nell’idea di Calogero, dall’«io» e dal «tu». Spesso un «tu», a mio avviso, scade nel «lui», cioè in quell’improvvisa inutilità viziata in partenza da un atteggiamento erroneo. Il «lui» è l’amico che non serve più, è quel precario che ha già soddisfatto le mie pretese, il negro violentato dal bastardo bianco, oppure la «Marinella» di De André, l’immigrato ucciso dal mare delle ipocrisie. Non sono affatto sorpreso che oggi, nell’epoca del Gott ist tot, quasi nessuno presti attenzione a Calogero. Viviamo nella stagione del nulla, della forza vincente, dell’«io» che sparla del «tu» e viceversa, i quali si uniscono nel broglio e soffocano il destino del «lui».
 
E, sulla stessa falsariga del discorso per Calogero, ti chiedo quanto e come possa considerarsi ancora vivo il metodo della nonviolenza di Aldo Capitini, proprio di fronte alla dilagante conflittualità del mondo contemporaneo, che sembra ricevere nuovo impulso dalla spirale di violenza innescata dal terrorismo.
 
Rispondo sempre con qualche esitazione e con molta emozione su di lui. Capitini è un personaggio strano. Anche buffo, come ricordano i suoi compagni. Ama con tutte le sue forze i lombrichi, le farfalle, i cagnolini e adotta la nonviolenza ovunque, negli spazi deserti e nelle folle, dietro un megafono e nella sua cameretta. Non ha mai aderito al Partito d’Azione, nonostante le amichevoli insistenze di Calogero, ma è fra coloro che più di tutti ha indossato l’abito azionista. Il suo liberalsocialismo nonviolento è una lettura improntata all’essenza. A differenza di Calogero, mi par di capire che il «lui» in Capitini è già «tu». Non aspetta cioè il riconoscimento dell’altro. Il lessico del filosofo perugino è inedito. Nella sua idea occorre sostituire il luogo reale contaminato da errori politici, culturali e sociali, con un terreno «omnicratico» pronto a ospitare l’«uno-tutti».
 
 
Cos’è l’«aggiunta» in Capitini?
 
L’«aggiunta» è la sollecitazione morale che consente di eliminare il male e cantare la pace. Non si tratta di un progetto di lungo periodo, o di un manuale da esercitare a piacimento nelle giornate di sole, quando la vita ci sorride e offriamo la nostra elemosina nella più totale indifferenza. È vero il contrario. Capitini non ha pazienza. Oggi dobbiamo realizzare il sogno dell’umanità. Voglio essere più preciso: esattamente in questo istante devo essere al pari con l’essenza. Devo ascoltare il «tu devi» e immergermi nell’uno-tutti. Devo gettarmi a capofitto in ogni sfumatura e costruire il liberalsocialismo nelle periferie. Non c’è tempo per la menzogna. Egli ha rifiutato di prendere la tessera fascista andando incontro a un grande disagio economico. Non poteva adeguarsi al rumore della contingenza, ed è anche per questo che Capitini è un eroe solitario che continua a raccontarci la verità nel buio postmoderno che ci opprime.
 
Due pensieri, quello di Calogero e quello di Capitini, molto connessi tra di loro e che porteranno alla nascita del movimento liberalsocialista. Si può, secondo te, trovare un accordo profondo tra i principi etici del filosofo perugino e la concezione calogeriana dell’autonomia della coscienza e dell’assolutezza della scelta morale?
 
Di certo in Calogero è accentuata una componente laica e giuridica, in Capitini troviamo un fortissimo afflato religioso. Ma le loro vedute si incrociano in un punto delicato, quello dell’onestà e del bisogno inesauribile di costruire il socialismo, la democrazia e la libertà con persuasione. Nella prima metà del Novecento si fronteggiavano gli estremismi di destra e di sinistra. I due azionisti, lungi dall’inventare una specie di mediazione o di arrangiamento diplomatico, hanno teorizzato una sinistra alternativa, intenzionata a non rinunciare alla questione sociale e neppure ai percorsi esistenziali di ciascuno.
 
 
Quanto è importante il contesto storico e culturale in cui il Partito d’Azione si è formato, ai fini di un’adeguata comprensione del rispettivo indirizzo teoretico e politico?
 
Molto! Ogni cosa nasce per un motivo storico. Lo sapeva bene de Ruggiero, l’autore di una monumentale Storia del liberalismo europeo. Non ci sarebbero stati i principi dell’89 se non si fosse insediata la barbarie dell’ancien régime. E la democrazia costituzionale del secondo dopoguerra non sarebbe stata dipinta con quell’enfasi e rigore morale se non si fosse realizzato l’incubo del Duce. Tutto ciò non pregiudica, d’altra parte, il senso imperituro delle buone invenzioni. L’illuminismo della fratellanza e dell’uguaglianza continua, infatti, a trasmettere tutto il suo valore, e la Costituzione del ‘47 – checché ne dicano alcuni – non solo è la più bella del mondo, ma conserva l’universale. Per le stesse ragioni, la narrazione azionista non è morta. La possiamo contestualizzare, e questo fa gola soprattutto ai fanatici della storiografia e ai freddi accademici (coloro che scrivono saggi su Gramsci e Gobetti con una penna talmente «scientifica» da oscurare il pathos che univa i partigiani del dovere). Io penso che dovremmo anche vivificarla, proprio perché si tratta di un messaggio giusto. Il «lui» è dietro l’angolo, e i privilegi non si sono estinti.
 
 
Quali rapporti possono esserci tra lo storicismo crociano e l’azionismo? Penso nuovamente a Calogero: ammiratore di Benedetto Croce ma, al tempo stesso, contrario al suo liberalismo di natura conservatrice.
 
Sul presunto conservatorismo in Croce bisognerebbe dedicare molte pagine e magari farlo in altre sedi. Qui posso dire che il problema è filosofico, oltre che di riflesso politico. Croce coltiva un indirizzo radicalmente storicista. A suo avviso la storia è il principio, il metodo e il fine spirituale. Non c’è altro. Tutto accade nell’istante storico. I principi sono nella storia e non nell’Iperuranio platonico. Non esiste l’essenza, non abbiamo l’eterno accanto alle dinamiche della vita. Credo che sia questo il punto che separa il crocianesimo liberale da una buona fetta azionista; quest’ultima non firma un patto esclusivo con il tempo, non rischia di affogare nel cinismo rimodellato dall’«eterno presente». Sogna l’altrove, aggiunge alla storia lo spirito, cioè la tensione normativa che consente di riprendere la grammatica illuministica. Difende un dualismo instabile fra la notte del mondo e il mattino. Lo storicismo non è un male. Ma quando diviene «assoluto», come nell’esemplificazione hegelo-crociana, rischia di proteggere la notte e archiviare il mattino.
 
Possono esserci, a tuo parere, collegamenti tra azionismo e comunismo? Si può definire, ad esempio, l’azionismo come “succube” del comunismo, pensando proprio alle origini del primo e alla contaminazione che il liberalismo di Gobetti subì nel contatto col comunismo tramite Gramsci? Ed è a causa di questa contaminazione (questo «difetto originario», per dirla con Ernesto Galli Della Loggia) che l’azionismo non è riuscito a diventare un socialismo liberale compiuto, ossia un movimento di netta ispirazione liberale e democratica (ispirazione che, considerati appunto i legami con il Pci, non poteva avere)?
 
Mi viene in mente Bobbio, il quale non ha mai nascosto il suo «complesso d’inferiorità» nei confronti della cultura comunista. Vi sono inoltre testimonianze importanti che, oltre Gobetti, vedono l’ultimo Rosselli e persino Capitini molto disponibili a recuperare l’istanza comunista. Mi pare quasi ovvia questa apertura per chi si accinge a trasformare il liberalismo in chiave socialista. Non bisogna dimenticare che gli azionisti si ribellavano soltanto al paternalismo organicista di un certo filone comunista, ma la difesa dei deboli, degli sfruttati, la tutela della questione sociale e la protezione dell’«esercito industriale di riserva», tutto ciò rientra coerentemente nella fisionomia azionista. Guai se non fosse così. Il socialismo liberale è «compiuto» quando istituzionalizza la tensione normativa tra liberalismo e socialismo, e quindi non fa gerarchie tra l’arricchimento interiore o le qualità creative della persona e il sostegno economico alla povera gente.
 
 
Cosa pensi, invece, di chi si definisce «liberale» senza essere per niente socialista?
 
Sono laico e quindi rispetto ogni vocazione. Però questo non è il tempo della moderazione. Facile parlare di «libertà negative» − la famosa libertà da − quando il pranzo non manca mai, quando si può andare in piscina, in vacanza e fare shopping raffinato. Non è neppure sufficiente, secondo me, la equal opportunity rivendicata con intelligenza critica da autori quali Bruce Ackerman e Anne Alstott. Un vero liberale, insegnano gli azionisti, è socialista perché agogna la più completa libertà.
 
 
Quale confronto può stabilirsi (se può stabilirsi) tra l’azionismo e l’attuale cultura politica di sinistra?
 
I riformisti di centro-sinistra adottano il lessico padronale, giocano a fare i «miglioristi» mentre i giovani si impiccano o fuggono. Voglio essere ancora più duro. Se il sistema è marcio e la ricchezza viene gelosamente custodita dall’1% della popolazione, la colpa non è (soltanto) della destra capitalista o dei populisti reazionari; questi ultimi fanno il loro mestiere. Sono coerenti nel rispettivo inganno. I veri colpevoli e responsabili sono coloro che predicano bene e razzolano male; quei sedicenti progressisti (intellettuali, politici, giornalisti e professori) che tengono i principi illuministi nei libretti degli assegni, e non scendono in strada a praticare la fratellanza, non cercano di conquistare il potere per mitigarlo e per ridurre drasticamente il dolore sociale. La sinistra non fa neppure opposizione. Certo, qualcuno si diverte sui social a stringere il pugno, oppure a guardare dalla finestra gli attori pilotati dalla morte di dio. Ecco, nell’epoca del nichilismo compiuto, il liberal veste i panni del perfetto nichilista. È trascinato dai fatti. Gli azionisti ci hanno insegnato, con eleganza, il valore laico della resistenza. Oggi resiste solo chi ha fame e non ha futuro.
 
 
Il titolo del tuo ultimo libro ha un titolo «poetico» ed elusivo. Cos’è per te l’«ansia di un’altra città»?
 
Ho provato a dirlo finora. Questa, in verità, è un’espressione di Eugenio Garin che ho tradotto a modo mio. L’ansia di un’altra città è la spinta verso un mondo più giusto, ed è il contrario della ansia comune o della depressione. La prima è gioia, fremito, brivido, comprensione del male e attuazione del giusto. La seconda è invece il progressivo spegnimento dell’esistenza. Occorre riabilitare Dio, l’eterno (la fede egualitaria della sinistra) e perciò tuffarsi nell’oceano confuso della storia al fine di realizzare immediatamente il mattino. La replica scettica è vecchia quanto il mondo. Ma ancora più vecchia, sebbene non invecchiata, è l’offerta normativa del possibile. Dipende da noi. Dipende da me se perpetrare il male o fissare la sveglia alle 06:02: l’alba degli uomini liberi.

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