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LAVORO 2.0

Quando il lavoro diventa umiliazione

di: Alessia Galizia,

15 ottobre 2016

Categorie: Diritti, Lavoro, Società

Nell’era del “tutto e subito” la cosa più normale è ordinare e acquistare online. Basta un click e un fattorino munito di bici attraversa l’intera città per portare a domicilio il nostro cibo. Ma dietro l’immediatezza data da un app esiste ben altro. In primis esistono persone umane, poi lavoratori, i cui diritti vengono sempre più compressi e marginalizzati. E così, proprio il tempo di un click, la paga diminuisce inesorabilmente da 5,40 euro l’ora a 2,70 euro a consegna. Tutto previsto da un contratto collaborativo senza alcuna traccia di tutela: non esiste malattia così come non esistono ferie; le bici sono a carico dei lavoratori e lo stesso vale per gli smartphone, necessari per chi lavora tramite app. L’impresa impone il cottimo, remunerando quindi i prestatori di lavoro in base al numero di consegne effettuate. La ricetta è semplice: abbattimento dei costi fissi e mantenimento dei costi variabili. Ed in questo modo, pur rendendosene conto, costretto dal bisogno, il lavoratore viene umiliato e privato di ogni minima garanzia.
Il lavoro in Italia diventa questo: il padrone che sfrutta l’operaio facendo leva sulla necessità di quest’ultimo di arrivare a fine mese, lo Stato che diventa sempre più “minimo”, fino ad arrivare all’eccesso, ed una politica che sta sempre meno dalla parte dei deboli. L’uomo diventa il protagonista di un’attività economica che non pone più l’accento sul soddisfacimento dei bisogni, ma sul massimo profitto, passando attraverso la riduzione dei salari e la negazione di ogni forma di tutela.
Ma come è possibile che nell’epoca delle innovazioni assistiamo a forme di neoschiavismo? Come fa il progresso tecnologico a comportare regresso sociale? La ragione è da rintracciare in politiche economiche e sociali che hanno messo sempre più in secondo piano i diritti dell’uomo, esaltando invece le prerogative dei grandi colossi finanziari. Un governo, il nostro, che, con l’ausilio di slogan ed etichette inglesi, vuole operare una captatio benevolentia sui cittadini, convincendoli che attraverso determinate manovre e riforme si assisterà ad un aumento dei loro benefici.
L’inversione di rotta, però, è possibile e assolutamente attuabile. La soluzione passa attraverso l’adozione di un salario minimo, così che la contrattazione debba partire da una soglia di retribuzione prestabilita; di un lavoro minimo, in modo che anche chi viene licenziato possa essere messo nelle condizioni di trovare un impiego compatibile con le sue competenze; e, infine, garanzie minime quali, ferie, contributi e malattia.
La risposta economica potrebbe essere identificata in politiche keynesiane che prevedono interventi pubblici a sostegno della domanda (e quindi dei cittadini), proprio per evitare un’eccessiva disoccupazione. Un po’ più Keynes, quindi, e meno Smith, perché la convinzione che il mercato possa autoregolarsi appare leggermente utopistica, basti pensare all’esistenza di monopoli naturali dove l’impresa ha carta bianca, può imporre le proprie condizioni e trarre vantaggi indebiti, a discapito dell’impiegato.
Le proposte ci sono, le possibilità di adottarle anche, è la volontà quella che manca. Troppe volte, in passato, abbiamo chinato la testa di fronte ai grandi poteri capitalistici, e tutt’oggi lo facciamo. È arrivato, però il momento di cambiare, è arrivato il momento del riscatto. Una nuova forza di sinistra deve necessariamente porre fra i suoi obiettivi primari il tema del lavoro, indispensabile per riportare l’uomo al centro dell’azione politica e per restituirgli quella dignità che negli ultimi tempi è stata sempre più scalfita.

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