Esse - una comunità di Passioni

Le ferite dei ragazzi

Il racconto di una ragazza, alunna in Italia oggi...migrante domani.

A volte, se si aprono, se dicono ciò che sentono, i ragazzi sono miniere di perle rare, terribili e meravigliosi, addolorati ed entusiasti, intimoriti e spregiudicati, fragili e però dirompenti.

Una mia alunna ha scritto questo racconto, si è messa dal punto di vista di una se stessa di domani, una migrante perché sente il deserto che l’Italia di cui vogliamo essere la Sinistra offre allo sguardo sensibile di chi si interroga, scruta, non si arrende ma poi si sente sconfitto, come senza speranza. E allora non resta, se ne va. Ma non senza il cuore, anzi col cuore ricolmo di ciò che sarebbe potuto essere restare.

 

GIOVANI DI POLVERE

Mi sento come Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, quando la proprietaria del centro di cura cerca di rifilargli le pasticchette di tranquillanti con quel suo sguardo glaciale. Per anni mi sono chiesta quale sia il mio ruolo in questo sistema, e sono arrivata ad un unica conclusione: tra un giovane invincibile e un povero disgraziato il salto è breve. Come rape secche marcite prima ancora di spuntare, le gambe tagliate e le ali morenti che ancora premono sulle scapole, in un ultimo spasmo disperato. Questo Paese è una metastasi.

E’ una partita a scacchi persa in partenza, quella tra l’adulto e il ragazzo. Il corritore dopato dai muscoli sfibrati e la matricola spavalda, due poli opposti che si osservano rispettivamente con disprezzo, come due fiere, padre e figlio, che si ringhiano a vicenda invece di fare branco.

Quando penso all’Italia piango lacrime forti, che partono dallo stomaco e non dagli occhi.

Mi dico parole grandi; diventerò, farò, sogno. Ma so che questo posto non può accoglierle tutte. Sento che non mi ascolta a tratti mi respinge: non ha posto e tempo per me. È come se Dio avesse preso la forma di uno stivale di terra e roccia.

La vita qui si muove lenta, la provincia è un buco nero, una betoniera intoppata. Tutto è immobile e stantio, ti guarda sempre uguale mentre cresci, come le bambole di porcellana nelle case delle nonne. Mi chiedo se morirò qui come un fiore appassito, la resa prima ancora della lotta. Mi rivedo passare di banco in banco, le sedie e i libri sempre più grandi. Quando uscivo da scuola dopo ore di lezioni con la testa che ronzava guardavo il cielo, gli autobus che si avviavano borbottando e i ragazzi che correvano con gli zaini penzoloni, finalmente liberi. A inizio maggio sul ciglio del marciapiede spuntavano papaveri che mi facevano pensare alla canzone di De Andrè e l’aria si faceva più leggera mentre un altro anno si appoggiava sulle nostre spalle sottili, senza che ce ne accorgessimo.

Mi appassionavano i discorsi da bar, guardare le persone con l’alito che sapeva di birra e le mani spaccate, cappelli lerci posati sui tavoli. Li ascoltavo, e mentalmente mi divertivo a rispondergli. Dicevano le stesse cose ogni giorno, una lamentela rassicurante nella quale si specchiavano a vicenda, sentendosi meno soli.

Era curioso come per loro le parole si somigliassero tutte. I figli che studiavano erano tutti dottori, i migranti sui barconi erano i marocchini e nei Balcani c’erano solo la Romania e l’Albania. Indossavano il vestito buono della domenica e andavano in chiesa col fazzoletto nella tasca, per asciugarsi il sudore e soffiarsi il naso.

Ho provato stizza e incomprensione per anni, voglia di smontarli e rimetterli al posto che consideravo giusto, pezzo per pezzo. Poi con il tempo li ho visti per quello che erano; cozze ancorate allo scoglio, resi ermetici dalla propaganda sbagliata, troppo privi di slancio per avere una scossa. Un muro troppo secco e arido per aprirvi una crepa.

A loro, agli stremati, nei week-end si sostituivano uomini e donne sui trent’anni. Le donne avevano unghie laccate e portavano al braccio borse lucide, costose e assolutamente anonime, gli uomini avevano capelli stuccati di gel, orecchino col brillante e la tipica aria da pollastro temerario pronto alla seduzione e allo scontro. Il mio passatempo era osservare, e il sospetto nacque in quel periodo, strisciante e viscido. Cosa mi riservava il futuro li. La risposta era il vuoto sordo. A quel punto le mie speranze si estesero dalla provincia marcia verso Roma, ma non bastava, e negli anni mi ritrovai ad allargare disperatamente il raggio, ancora e ancora, fino a che divenne un enorme cartello, una freccia di senso unico.

Un giorno sentii un mio amico dire che un milanese considerava terronia tutto ciò che c’era sotto Milano. Quel giorno piansi nel mio letto per mia madre e mio padre che dormivano nell’altra stanza, ignari di aver lavorato una vita come muli per essere derisi nelle chiacchiere dei rampolli Navigliesi. E piangendo mi mancava il fiato proprio perchè sapevo che era tutto vero.

Non ho mai sopportato chi, con leggerezza, ripeteva a macchina “questo-paese-affonda-vai-sei-giovane-cosa-aspetti”. L’Italia è sempre stato il mio elemento, la casa che ti porti sempre un po’ addosso e che non vedi l’ora di rivedere.

Quando partii per Londra ero un pulcino senza chioccia, camminavo per

strada come fossi nuda, totalmente in balia di un mondo che sentivo estraneo, e anche quando mi abituai ai ritmi e al modo di vivere, non ero mai profondamente in pace. Ascoltavo spesso una canzonetta francese, da un film visto negli anni della scuola, e c’era una frase che mi dava consolazione perchè diceva “Je m’enfuis pas, je vole”. Io non fuggo, io volo.

L’odore di fritto che ingrassa i capelli e il rumore sistematico e snervante delle casse. Mese dopo mese, esame dopo esame. Il y a gare un autre gare. Le corse sistematicamente sbagliate e i giri infiniti nella metropolitana, il tè annacquato durante le pause con gli altri dipendenti, mandato giù con qualche biscotto molliccio. Et enfin, l’Atlantique.

Sentivo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato, e sebbene mi ripetessi come un mantra io-non-fuggo-io-volo, sapevo che stavo abbandonando il mio Paese.

Quando tornai in Italia dopo gli ultimi esami con l’intento di restarci per qualche settimana, non mi mossi per due anni. Cercando di sfondare, di trovarmi un posto, un ritaglio di spazio. Ogni volta che ritentavo, incontravo un Paese alla deriva, corrotto alle radici, i giovani che si aggiravano come gatti ciechi, fieri e sprezzanti ma senza meta.

La metastasi non si decideva a dare il colpo di grazia. Avrei preferito quello, piuttosto alla morte lenta.

La mia vita, alla fine, la costruii altrove. Un’altra lingua, altre persone. Andare a trovare i miei genitori era un dolore lento e bruciante, come una colata di lava. Avevo reciso il cordone, ma potevo sentire il richiamo di casa mia, gli odori che dal naso scendevano fino nello stomaco.

Un ricordo che mi porto dentro risale a un’inizio estate di quando andavo ancora a scuola. Passavo per un vicolo all’ora di pranzo con lo zaino in spalla, due file di panni stesi, profumo di ammorbidente misto a sugo, l’aria limpida e un bambino sul balcone di casa che giocava con il pannolino addosso. Ho stampati nella memoria decine e decine di momenti del genere, impressi a fuoco nella memoria per scacciare il dolore.

Mi dispiace di non esserci riuscita, o di non averci provato abbastanza, ma la Storia è ciclica, e sono sempre più convinta che il nostro ruolo sia quello negativo, e che verranno i guerrieri del domani a darsi la spinta dal fondo iniziando la risalita. Forse saranno i miei figli.

La mia fiducia sta tutta qui, e l’amore indomabile per la mia terra me lo porto con me, oltre l’Atlantique, per sempre.

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