Esse - una comunità di Passioni

L’«essenza» del progressista

il progressista contemporaneo non comunica

In un intervento recente, Simone Oggionni scrive che il giovane non dovrebbe esercitare un qualunque mestiere, ma «un lavoro di qualità coerente con le aspettative e il percorso di studi di ciascuno». So per certo che l’autore di questa nobile frase, peraltro un mio caro amico, sente il valore che la racchiude. Non è poco, se consideriamo che oggi il valore narrato da una buona fetta migliorista, dai discepoli di Giddens, e più in generale dal nuovo liberal diviene un asettico punto di vista al servizio della volontà di potenza e fagocitato dall’«ospite inquietante».
Nella mia idea, e qui riprendo con accenti peculiari le suggestive pagine di alcuni filosofi umanisti del secolo scorso, il progressista contemporaneo (docente universitario, politico di professione, intellettuale e giornalista autorevole ecc.) tende a svuotare di senso il suo dire, non comunica, non parla. Egli è «parlato da». Non ha alcuna intenzione di rischiare la sua soggettività in nome di «dio», di quell’essenza che ad esempio un serio interprete di sinistra scorge nello sguardo spento degli umili, nel diritto precario dei falliti, nel sogno spezzato degli indifesi, nel linguaggio puro di chi soffre. Temo, dunque, che gli effetti della morte di dio abbiano guastato il sogno egualitario coltivato dal liberal moderno. Quest’ultimo teneva ancora in vita il suo dio. Conservava gelosamente il Sollen, il dover essere, l’imperativo, il desiderio di trionfare sull’ancien régime, sui soprusi e sugli inganni del reale. Sì, il progressista di un tempo non rinunciava alla sua metafisica. Prendeva atto del dualismo tra realtà e infinito, tra terra e cielo, tra i fatti e i valori, o come direbbe Carlo Michelstaedter tra la «retorica» e la «persuasione», e tuttavia il suo compito precipuo era quello di bruciare il confine che separava la necessità dalla possibilità. Un pensiero di lungo respiro che cercava di insinuarsi nella storia e di stravolgere i ritmi oppressivi del modo di produzione capitalistico. E adesso?
La morte di dio ha trasformato il moderno in postmoderno, l’essenza in assenza, il valore in un vuoto riempito di volta in volta dal padrone e dalla chiacchiera, dal Nessuno e dalla menzogna, dai propinatori del metodo concorrenziale e da una formula insipida che viene riprodotta nelle logiche del virtuale e nelle vetrine corrotte dei mass-media. L’annuncio profetico di Nietzsche non lascia scampo. Nell’epoca buia del nichilismo, tutto ha un prezzo, anche i valori primi. L’utile signoreggia sul dono del gratuito, mentre il principio economico delle «risorse scarse» e la lex mercatoria divengono leggi assolute. Il liberal intende adeguarsi. Non mette più in discussione il sistema dominante, ma al contrario lo rispetta, lo incentiva. Se un uomo di sinistra si trova a proprio agio nei luoghi del capitale, significa che ha perso il suo «swing», la sua identità, il suo racconto, e di conseguenza si disperde nello spettacolo del non-senso manovrato dal linguaggio aristocratico della volontà di potenza. Non serve portare avanti una battaglia culturale se non si è accompagnati dal brivido della giustizia. Perché avanzare le pur ineludibili lotte libertarie se vince dentro di me il niente? L’eutanasia, l’aborto, il matrimonio omosessuale, la procreazione assistita, la legalizzazione delle droghe leggere − temi cari al radicalismo italiano − sono parole stanche, inizi assoluti e sconnessi, significanti violentati in radice, proprio perché ad adoperarli sono enti – e non più uomini – privati di soggettività e di senso di responsabilità.
La sinistra liberal si ispira al soggetto heideggeriano, un brandello psichico che si muove a piccoli passi nelle catene capitalistiche e nichilistiche della società globale. Il Dasein è infatti quel nulla che appare in una vita depurata del suo scopo. Un ente disincantato che ha ucciso il silenzio, la comprensione, la profondità e vive intrappolato nella dimensione non autentica, quella del «si dice», ove occorre prendersi «cura» contro le essenze, contro la verità raccolta nei gesti interpretativi di chi mi siede accanto. Il progressista postmoderno è un Dasein che alimenta quella ipocrisia notoriamente sbeffeggiata da Georg Lichtenberg e riproposta con violenza da tutti coloro che disprezzano gli sfruttati.
Che importa la definizione «uomo di colore» o quella del «diversamente abile», se al contempo non ascolto il respiro dell’altro, se volto le spalle a una signora che piange una perdita causata dal bastardo bianco, se non mi inginocchio dinanzi alle biografie tradite dalla lotteria sociale, se scrivo un grosso volume in favore dell’eguaglianza e lo discuto in un salotto che non può ospitare la divisa sporca e sudata dell’operaio, se coltivo la triste stagione dell’apartheid enunciando con distrazione i principi dell’89? La deriva nichilistica del liberal è avvertita, ma ancora non viene pienamente diagnosticata. Si spara con toni sbrigativi contro il politicamente corretto, solo che non si cerca di cogliere il fondamento del problema.
La questione, a mio avviso, è anzitutto filosofica. Non si tratta di strategia politica, opportunismi di vario colore o di indirizzi ideologici più o meno positivi. Prima di muoversi nel terreno insidioso della politica empirica, bisognerebbe risolvere la questione culturale e antropologica del soggetto progressista. Serve un liberal robusto, un protagonista attivo del cambiamento. L’uomo di sinistra deve cambiare la realtà. Non come il superuomo di Zarathustra, ma come l’individuo semplice e rivoluzionario di Socrate, di Gesù, di Francesco di Assisi, di Kant, di Gandhi, di Martin Luther King, dell’avvocato Atticus Finch in To Kill a Mockingbird, del procuratore Jackson del processo di Norimberga, di Gramsci, di Berlinguer, figure tra loro molto distanti, e nondimeno desiderosi di consegnare al chiunque una vita veramente degna di essere vissuta.
Solo un neo-umanesimo moderno può salvare il liberal dal suo fallimento morale ed esistenziale. Sarebbe opportuno rivisitare le finalità giusnaturalistiche del giovane Marx, fondate sul bisogno di annullare il bisogno, di conseguire l’essenza naturale di un uomo ultimamente divorato dalle capriole del Nessuno. Heidegger su un punto aveva ragione: l’ente ha davanti a sé due sentieri: quello dell’autentico e quello del non autentico. Il primo consiste nella «decisione anticipatrice» legata all’angoscia e alla «libertà della morte», un tragico destino dell’irripetibile; il secondo, il non autentico, è il sentiero dell’inganno, della superficie, della disattenzione utile alla puntuale affermazione della sopravvivenza, una chiacchiera che unisce donne e uomini parlati dal gioco innocente del nulla. Lasciando perdere la prima via, quella oscura e votata al naufragio, oggi si vive nel non autentico, nel «si fa» − come dico nella mia recente monografia dedicata al filosofo sui generis Carlo Antoni – glorificato da una cifra di mercato e dalla volgare esibizione della scimmia di Zarathustra: un «ultimo uomo» oramai collocato al di là del bene e del male.
Nel non autentico, trova spazio un’ulteriore sentenza di Nietzsche, secondo cui non esiste un «alto» e un «basso», un «buono» e un «cattivo», il «giusto» o l’«ingiusto»; ebbene, il progressista postmoderno conferma questo relativismo sfrenato, coniugato con un pensiero debole, e mescola nell’indifferenza individualismo ed equità, liberismo selvaggio e socialismo, diritti sociali e libertà imprenditoriale, coltivando la menzogna nell’istante in cui definisce la precarizzazione esistenziale una fervida opportunità introdotta dalla «legge 30» e da giuslavoristi, i quali hanno tradito il compromesso (socialdemocratico) capitale/lavoro e si ritrovano in perfetta sintonia con la vecchia lezione sofista inaugurata dai Gorgia e Trasimaco.
La morte di dio ha devastato i presupposti dell’autentico, la voce dell’essenza. Gli scopi di lungo periodo diventano mezzi funzionali al compimento di un fine intrinsecamente confusionario, che a sua volta si converte in strumento per. Il riformismo post-socialdemocratico, infatti, si nutre di mezzi su mezzi e chiama ragionevolezza un pericoloso neo-pragmatismo. Nell’epoca dei mezzi, l’uomo sfugge al suo dio e approda nella sede strumentale, dove lo attende il lessico del padrone finanziario e del turbo-capitalismo. Il capitale e i suoi servi fedeli avviano un insolito meccanismo di «conservazione dialettica» che somiglia sempre di più all’«eterno ritorno dell’uguale» di ispirazione nietzscheana. Inchiodati nell’eterno presente, i precari e tutte le vittime del sistema galleggiano nell’insensato.
Il liberal di oggi non vuole capire che questa società capitalistica e nichilistica sta corroborando il messaggio del suicidio. Michele, e i tanti invisibili che muoiono giorno dopo giorno, hanno vissuto una vita non autentica, e non per colpa loro. Hanno studiato, hanno scelto la verità, la bellezza che non chiede, solo che il Nessuno ha vinto, si è preso gioco dell’intrinseco altrui. Un vero liberal non può dormire bene la notte, o perlomeno non può farlo adesso. Deve urlare con rabbia. Deve sentire l’orrore, per poi costruire. Il professore universitario di sinistra non deve incantare una platea di ingenui e curiosi, ma deve sentire il pathos della trasmissione del sapere e soprattutto deve provare empatia, deve allontanarsi dalla cattedra e riscoprire quell’umiltà che caratterizza gli uomini liberi; il giornalista liberal non può strizzare l’occhio ai poteri forti, altrimenti è un «conservatore mancato»; il politico progressista deve muoversi, deve avviare una cultura del contro-suicidio, una reazione sincera alla morte dell’oggi. Deve offrire con convinzione la possibilità di un reinserimento del sogno nel reale. Ma non a parole o con le grandi bugie tipiche dell’avvocato spregiudicato. Deve riflettere il diverso, il possibile, persino l’impossibile. Ecco, deve coltivare l’impossibile.
Un lavoro duro attende il liberal. E non si tratta, ripeto, della creazione di un soggetto politico o di una unificazione di anime unite da un macro-disegno e via discorrendo. Urge la restaurazione dei valori. Ribaltare l’annuncio di Nietzsche e restituire all’ideale la sua cifra inconfondibile. Tuffarsi in ogni periferia, in ogni regione dell’uomo al fine di ritrovare l’autentico. Nessuno può essere lasciato solo. La competitività non può mai raggiungere il segreto alto della solidarietà, come ben sapeva don Milani, l’ideatore di una «sufficienza» al disagio. L’autentico è un po’ come il «mattino» dipinto da Capitini, quella luce trascendentale che illumina il qui, il giorno che trionfa sulla notte, il cammino di chi, per dirla con Lévinas, cerca senza pause il volto «nudo» dell’altro. Un’azione che deve essere svolta subito, non più tardi. Una trama che insegue la purezza, l’incondizionato, quel sublime percepito da tutti. Un nuovo inizio. L’unico modo che può consentire di vivere con intensità la semplice frase da cui siamo partiti.

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