Esse - una comunità di Passioni

L’inverno sta arrivando

Compagni, è il tempo del coraggio

Tre sono gli assi portanti dei governi Renzi e Gentiloni: il Jobs Act, la Buona scuola e il sistema dei bonus. Il Jobs Act, cui va associata l’abolizione dell’articolo 18, con la fine degli incentivi ha scatenato un boom di licenziamenti ed ha maggiormente precarizzato i contratti lavorativi; la Buona scuola ha umiliato gli insegnati, aziendalizzato il sistema scolastico e introdotto un’alternanza scuola-lavoro che, così com’è stata disegnata, non fa altro che anticipare l’ingresso degli studenti nel sistema di sfruttamento del lavoro; la logica dei bonus quando diretti verso singoli e famiglie non tiene conto delle necessità reali degli stessi considerando in primo luogo il reddito, quando diretti alle aziende si è rivelata estremamente frivola, un modo di affrontare i problemi nascondendo la polvere sotto il tappeto, senza una programmazione di lunga durata ed investimenti strutturali. Tutte pratiche che non hanno diminuito le diseguaglianze in un programma classicamente neoliberista messo in campo da una formazione di ispirazione progressista che, con qualche hanno di ritardo e qualche eccezione, è la riproposizione di quello che abbiamo visto nella maggioranza dei paesi europei negli ultimi anni.
 
 
La terza via blairiana è fallita, ha massacrato i partiti del socialismo europeo, ma il Partito Democratico, nonostante quelli che ormai non sono più solo indizi ma fatti, continua a percorrere la strada indicata dal Segretario Renzi, come l’equipaggio di una nave che pur vedendo l’iceberg che gli si staglia di fronte preferisce godersi gli ultimi momenti di brezza marina piuttosto che virare.
In questo senso il PD rappresenta benissimo i limiti del Partito del Socialismo Europeo, non sarà un caso che ne è la componente maggiore, che negli ultimi anni non è riuscito ad avanzare una proposta di politica generale per l’Europa che non fosse l’accordo con i popolari, amplificando, sul piano reale e percettivo, l’assenza dei partiti, del Parlamento e della democrazia in Europa. Contestualmente va registrata l’insufficienza del partito della Sinistra Europea, mai decollato realmente, neanche nel momento in cui Linke, syriza, FdG ed altri stavano rappresentando quasi contemporaneamente le vere novità dello scenario politico europeo.
In questo autunno del progressismo si sentono già tutte le avvisaglie dell’inverno, l’inverno delle destre, dei nazionalismi e del populismo.
 
 
Le prossime elezioni politiche in Italia molto probabilmente segneranno l’inizio dell’inverno nostrano.
Se si dovessero fare delle previsioni, la possibilità che il prossimo governo del Paese sia emanazione di una maggioranza di centro-sinistra si attesterebbe quarta dopo le più probabili maggioranze di centrodestra, pentastellate o del modello PD + Alfano. Il primo ed il terzo sappiamo cosa significano, il secondo possiamo dedurlo da come amministrano gli enti locali.
Gli impianti proporzionalisti delle leggi elettorali con cui concretamente si potrà andare ad elezioni sono un fatto positivo permettendoci di rinviare la discussione sul governo a dopo le elezioni, incentrandola in buona parte sul programma che un ipotetico premier incaricato proporrà alle forze politiche in Parlamento. Ma il rosatellum 2 nasconde una trappola: nella parte maggioritaria più liste potrebbero sostenere lo stesso candidato in quella singola circoscrizione. Non sfugge la schizofrenia di una possibilità di alleanze diversa da circoscrizione a circoscrizione, ma soprattutto non sfugge l’amo lanciato da Renzi: si potranno presentare delle liste diverse da quelle del PD che però ne sostengano il candidato circoscrizionale o addirittura il PD potrebbe sostenere un candidato di un’altra lista, una sorta di desistenza 4.0.
 
Questa possibilità è un richiamo per chi ha paura, per chi vuole esserci ma non ha la forza per esserci.
Non a caso nella Direzione PD di ieri il Segretario ha proposto di costruire una coalizione di cui il PD sia il baricentro, gettando le sue reti a destra e sinistra del suo partito. Peccato che l’abbia chiamata ancora “centrosinistra” mentre salta agli occhi che una coalizione col PD al centro e un pezzo di destra dentro somiglierebbe più alla Democrazia Cristiana che a L’Ulivo, modello per il quale una forza centrista come il PD non potrebbe che essere l’argine destro della coalizione.
L’invito è palese ed è rivolto agli amici di Campo Progressista cui viene data la possibilità di candidarsi col PD senza l’imbarazzante simbolo del PD. Ogni loro scelta sarà legittima, ma ovviamente segnerà il passo per le convergenze in campagna elettorale, la figura di Pisapia e dei suoi compagni è preziosa, ma se dovessero scegliere di adagiarsi nella rete gettata da Renzi avallerebbero il progetto complessivo che poi altro non è che la sistematizzazione dell’attuale maggioranza di governo con un rimpiazzo per i fuoriusciti bersaniani. Non c’è discontinuità e per chi fino ad oggi ha lavorato alla costruzione di un campo largo della sinistra si tratta di scegliere se continuare nel percorso, come tutti ci auguriamo, o essere diversamente candidati nelle liste del PD.
A sinistra di tutto ciò rimangono fondamentalmente due poli d’attrazione: il Brancaccio e il Movimento Democratico e Progressista.
 
 
Con l’approssimarsi delle elezioni la sinistra, privata del fratello maggiore, rischia di farsi dettare la strategia dalla paura e la corsa al cartello elettorale, alla lista di tutti quelli che stanno a sinistra del PD, si fa sempre più incalzante. Le differenze di prospettiva, tra i due progetti, sono a mio avviso riassumibili prendendo ad esempio il dibattito congressuale che ha attraversato Sinistra Italiana alla sua fondazione ed ha generato una scissione\non adesione di molti compagni che poi hanno contribuito alla costruzione di Articolo UNO.
Ci sono in campo due visioni diverse che partono dallo stesso assunto: l’insostenibilità delle politiche neoliberiste e, a caduta, dei governi Renzi e Gentiloni. Da un lato MDP propone la ricostruzione di un campo largo di sinistra-centro con un forte partito di sinistra a reggere il tutto, con la volontà di fare politica lì dove ci si sporca le mani (che è inutile tenere pulite in tasca), nel terreno della mediazione, dell’alternativa costruttiva, per sconfiggere in maniera prioritaria destre e populismo; dall’altro c’è una sinistra ancora scottata dalla fine rovinosa del secondo governo Prodi che accetterebbe di governare solo se avesse il 50% + 1 dei voti, ritenendo impossibile ogni forma di dialogo con chi è stato parte delle attuali maggioranze di governo, una posizione rispettabile ma che a mio avviso avvicina la venuta dell’inverno.
E qui torna a giocare il suo ruolo la paura, questi due poli di attrazione sarebbero capaci autonomamente di superare gli sbarramenti? Si potrebbe andare invece uniti in una sola lista elettorale? Dipende come sempre dalla politica. I due poli della sinistra alternativa al PD potrebbero certo presentarsi uniti alle elezioni, ma ad una condizione: che si avvii un percorso politico e democratico che generi e verifichi le condizioni dell’unione. Bisogna condividere il programma certo, ma soprattutto bisogna condividere gli aspetti generali, bisogna condividere le idee per il futuro: il giorno dopo le elezioni che si fa? Se la costruzione di una lista unitaria fosse solo un escamotage anti sbarramento per garantirsi una flottiglia di parlamentari, salvo poi tornare ad essere divisi in due gruppi parlamentari, in due partiti totalmente indipendenti, in due linee politiche, la puzza di politicismo si sentirebbe da lontano e molto probabilmente in questo caso due più due, elettoralmente, non darebbe quattro.
Sono stati commessi gravi errori di gestione e gravi ritardi nell’autonomizzazione di queste due realtà di sinistra, sicuramente per quella che conosco da vicino che è MDP, ma sono convinto che il metodo migliore per raggiungere i nostri obbiettivi politici sia quello di sconfiggere la paura, di far prevalere il coraggio. Coraggio significa autonomia, chiarezza, organizzazione. Va rovesciato il paradigma della paura: il risultato elettorale non va ricercato attraverso una somma algebrica di forze politiche esistenti in Parlamento con l’aggiunta di quel po’ di consenso che si riesce a raccogliere in campagna elettorale, ma, al contrario, va ricercato a partire dai contenuti, tutto dentro la società, attraverso la proposta politica, in una campagna elettorale che non comincia trenta giorni prima delle elezioni, ma che è permanente, con la definizione di un programma, dei propri tratti distintivi, in maniera subordinata ben vengano le congiunture tra forze politiche.
 
 
L’inverno sta arrivando, non nascondiamo le nostre bandiere, ma sventoliamole un po’ più in alto, diamo vita ad un’impresa politica includente, ma che faccia del coraggio il suo tratto distintivo.

Francesco D'Agresta

http://esseblog.it

Per l'internazionale politica e calcistica. Voglio la sinistra al governo del Paese.

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