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L’ossessione di “non lasciare gli uomini soli di fronte alla potenza del denaro”

e quella per una sinistra unita, radicata e radicale

Stiglitz, premio Nobel per l’economia, definisce il neoliberismo come “estremismo di mercato” perché l’autonomia del mercato stesso ha un’estensione tale da raggiungere, e dominare, ogni settore, incluso ed in primis il mercato del lavoro. Questo modello di politica economica ha pochi dogmi ma una necessità imprescindibile: lo Stato dev’essere minimo, ossia eliminare la propria funzione di indirizzo dell’economia, la propria ingerenza. Non sarà più incarico statale garantire la tenuta salariale o tutelare l’occupazione: unico intervento consentito, anzi obbligato, è quello atto alla salvaguardia e promozione della flessibilità, anche a costo di sopprimere quelle “protezioni dei diritti del lavoro” che gli stati del Sud Europa hanno sancito nelle proprie costituzioni, figlie dell’antifascismo, e che, non a caso, JP Morgan chiese di abbandonare.
 
La ricetta neoliberista è stata massicciamente imposta in Italia, con la convinzione che la persistenza di una disoccupazione dilagante avrebbe prodotto un calo delle pretese salariali tale da rilanciare domanda e offerta e far ripartire, conseguentemente, crescita ed occupazione.
 
I fatti hanno però già ampiamente dimostrato che il laissez-faire unito al fiscal compact ed a politiche di austerità non possano produrre altro che un ulteriore tracollo della già fragile situazione; eppure, in Italia, squadra che perde ancora non si cambia: si procede fieri ed incoscienti che medesimo rimedio condurrà a medesimo tragico risultato.
 
Gli ultimi dati ci mostrano che nell’ottava potenza mondiale, la seconda a livello industriale in Europa, le disuguaglianze perdurano ed anzi si accrescono, con un mercato del lavoro al collasso: un tasso di disoccupazione più alto della media europea, con 4 giovani su 10 privi di un’occupazione e con un precariato che tocca il 57% degli under25. Ed ecco gli effetti paradossali e devastanti del neoliberismo, che anche in condizioni di crescita genera un abbassamento degli standard di vita: in Italia 1/3 degli abitanti è a rischio povertà.
 
Attanagliati in una morsa ed incapaci di vedere una, pur flebile, luce in fondo al tunnel della crisi, assistiamo inermi allo sviluppo dei populismi di destra. Da Trump alla Le Pen, passando per Orbàn e la Brexit: tutti fenomeni simboleggianti un’uscita dal mantra “non c’è alternativa”: purtroppo rappresentativi di un’alternativa becera e xenofoba. Ed è proprio il sistema neoliberista a nutrire i citati populismi: l’atto del voto diviene meramente performativo in quanto la democrazia è piegata alla supremazia dell’economia, impermeabile alla volontà degli elettori. E così si diffonde l’idea che la distinzione centro-destra e centro-sinistra sia solo terminologica e non fattuale, anche e non solo a causa di un’epoca in cui il c.d. centro-sinistra ha accantonato i propri fondamentali: precarizzando il mercato del lavoro, privatizzando, abbandonando le politiche industriali. Le socialdemocrazie hanno rinunciato ai diritti sociali facendosi esclusivamente portavoce di quelli civili, unico baluardo di differenziazione rispetto alla destra classica.
 
Blair, con la sua “terza via”, fu l’iniziatore del pensiero unico, oggi diffuso in larghissima scala: proprio Blair, ancora oggi, si appella alla resistenza del “centro”, necessario per le grandi coalizioni che avranno l’onere di combattere il populismo.
 
Il populismo però non si combatte al centro: si combatte con un’alternativa altrettanto forte rispetto alle destre fasciste, radicale rispetto ai centro-sinistra che abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni. Si combatte con un’idea di società nella quale il conflitto possa produrre un indirizzo alternativo.
 
Lo spazio che ci viene offerto è la Sinistra, travolgente nel rovesciare il paradigma che vede la politica in sudditanza rispetto all’economia: lo Stato deve ristabilire ed implementare il proprio ruolo di propulsione della sfera economica come Keynes ci insegnò in seguito alla Grande Depressione che toccò gli USA nel ’29.
 
A noi l’onere e l’onore di inserirci nell’offerta elettorale propugnando un’altra via rispetto al neoliberismo sfrenato – lo status quo – all’astensione e alle destre: anzitutto superando le divisioni che da sempre contraddistinguono e frammentano il panorama della sinistra, cercando e pretendendo una sintesi fra le esperienze del Brancaccio e quelle della piazza di Santi Apostoli, ma non solo.
 
Pochi punti da cui partire: istituire un’imposta patrimoniale in funzione redistributiva, tassare le rendite finanziarie e i capital gains che non contribuiscono allo sviluppo produttivo del paese, incentivare massicciamente la progressività delle imposte nel solco dell’art.53 della nostra Costituzione; tornare al fianco dei Sindacati, sempre più delegittimati nella propria funzione, per operare un intervento forte e mirato alla deprecarizzazione del mercato del lavoro: reintroducendo l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, battendoci contro il furto di referendum che abbiamo subìto con la reintroduzione dei voucher, favorendo la stabilizzazione dei rapporti lavorativi in primis imponendo carichi fiscali che disincentivino il ricorso a contratti diversi dall’indeterminato. Dobbiamo tornare ad investire nel settore pubblico e, non di meno, farci promotori di una riconversione ecologica del Paese, perché, dinanzi ai primi rifugiati climatici, “è il pianeta che ce lo chiede”.
 
Una Sinistra unita, radicata e radicale, promotrice di una discontinuità netta, non è più un desiderio rinviabile ma una necessità assoluta: unico argine ai nuovi fascismi, unico argine alla schiavitù neoliberista. Una Sinistra che, come insegnava Alfredo Reichlin, faccia propria l’ossessione di “non lasciare gli uomini soli di fronte alla potenza del denaro”. Il tempo, compagni, è ora o mai più: non avremo altre occasioni.

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