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Malessere sociale. Disoccupazione e assenza di reddito

Che Fare?

di: Daniela Mastracci,

18 Gen 2017

Categorie: Lavoro, Società, Stato Sociale

Allora qual è il problema? Lo abbiamo capito ma fatichiamo a portarlo in agenda. E soprattutto a portarlo alla discussione seria e cosciente di ciò che, oltre ad essere in sé stesso, esso rappresenta.
Perché il tema della disoccupazione è centrale per gravità nella sua urgenza umana, con tutte le implicazioni che tale “umanità” porta in sé. Ma esso è un problema socio politico enorme per ciò che può rappresentare. È vero sembra che i servi non intendano sovvertire l’ordine costituito, come ci fa capire la domanda filosofica, che resta però senza una risposta soddisfacente: ovvero l’enigma che inquietò il pensiero classico, da Etienne La Boetie a Spinoza – “perché gli uomini si inducono ad accettare volontariamente, ed anzi a lottare e a battersi per la loro schiavitù, piuttosto che per la loro libertà?”

Sembra che non vogliano “ribellarsi ai padroni” come fa dire Tarantino al suo protagonista in Django Unchained. Ed è una grave questione. Perché racchiude una radicale incongruenza dell’umano: libero e voglioso di catene.
Una contraddizione terribile e perciò carica di una potenza esplosiva gigantesca, secondo me.
E chi la guarda? Chi ne prende coscienza? Chi ci fa audience sopra, come Rete 4 che intervista Vertenza Frusinate (i disoccupati uniti della Provincia di Frosinone)? Chi ci fa profitto? Perché ci prende sul sentimentale, come la tv spazzatura fa da almeno due decenni?
Oppure chi deve fare i conti con i potenziali elettori? E allora prova a prendersela sotto la propria ala protettrice, così da ottenerne consenso? E poi però, subito dopo, gettarli via? Oppure chi vuole ottenere visibilità e poi il consenso se lo va a prendere da un’altra parte? Insomma chi è che li prende sul serio, i disoccupati? Dove serio sta per silenzioso: non si dice, si fa.
Si fa. E punto. Allora se qualcuno sarà in grado di prendere sul serio questo pericolo sociale, perché tale è, allora forse si cambierà il mondo, e si dirà un NO grande e netto, senza appello, allo sfruttamento capitalistico. Viceversa, se quelle migliaia di famiglie (milioni, se pensiamo su scala nazionale italiana, e milioni e milioni se pensiamo su scala europea e poi mondiale) non verranno ascoltate e prese sul serio, e comprese nel dramma che vivono e della miccia che potrebbero significare, se insomma non si proverà a risolvere il problema che sono le loro vite buttate, il loro essere già quello “scarto sociale” di cui Papa Francesco ha già parlato tante volte, allora si resterà impantanati a menare il can per l’aia a tempo indeterminato. L’unico tempo indeterminato che c’è, e che è quello di chi il tempo, per perdere tempo, ce l’ha. E di più: se non si prenderà sul serio il malessere, quello esploderà, perché se non esplode, allora io mi domanderei ancora di più se l’uomo vuole o non vuole essere sottomesso e sfruttato, subalterno a logiche capitalistiche disumane; e non potrei rispondermi che in una maniera: l’uomo forte a decidere per tutti. Io, personalmente, non so se sarei capace di ribellarmi, ma d’altronde non sto nelle condizioni di non sapere più dove sbattere la testa. Io non mi trovo con l’acqua alla gola. Io non sono senza reddito. Posso pagare le bollette e il mutuo di casa, non vengo sfrattata, posso mandare i miei figli a scuola e forse un giorno all’università. Posso dar loro, più o meno, ciò che mi chiedono (nei limiti di uno stipendio di cui tanto ci sarebbe da dire, ma non è questa la riflessione che lo riguarda). Ma chi è in questa condizione di subalternità economica, perché è disoccupato e senza reddito, subalternità sociale perché invisibile, subalternità, diciamo “culturale” perché il mondo tecnologizzato e inglesizzato gli è pressoché sconosciuto, costui, costoro, che potrà fare ancora? Ma se, però, non passerà alla protesta, alle manifestazioni, agli scioperi, alla piazza insomma, potrà approfittare di ciò che offre loro la scena politica, dove c’è la propaganda demagogica anti immigrazione, anti Europa, anti diverso, perché “ti ruba il lavoro”. E visto che tale spudorata propaganda è nelle proposte politiche di partiti e movimenti italiani ed europei in forte crescita, come già ben vediamo, costoro, gli “scarti sociali”, andranno a votare, certo che ci andranno! (al referendum ci sono andati e come!). E non credo proprio che voteranno a sinistra (quale essa sia). Ma nemmeno al centro (quale esso sia). Voteranno forte per chi quella propaganda usa e abusa: è presente sulla scena politica, è legittimato, è una scelta possibile (rispetto a cui l’accusa di nazionalismo o populismo, o di essere antistorici, o folli decontestualizzati rimane solo formale); è una possibile scelta politica perché le Costituzioni non l’hanno fermata, perché nonostante le dichiarazioni di democrazia e diritti umani, quella scelta sta in campo e dice, senza pudore, che vuole distruggere ciò che le generazioni prima di noi hanno prodotto per la democrazia, per il multiculturalismo, per i diritti civili, i diritti sociali, la relazione di reciprocità che intercorre dentro una società multietnica e multi tutto.

La Sinistra sovranazionale, internazionale, pronta a sostenere il Lavoro e a difenderlo dagli attacchi che gli sono stati mossi, pronta a riportarlo alla dignità di Diritto, pronta a mettere al primo posto l’emancipazione di chi è subalterno e “rifiuto sociale”, deve tirare fuori la testa. E lo dico, non con la retorica di quei discorsi che si fanno, ma poi passano in secondo piano. Lo dico con quella serietà di cui scrivevo prima: fare, senza dire, solo per dire. Le parole non bastano più. Ma finché così non sarà, io non vedo prospettive da stare sereni. Vedo una deriva pericolosa a destra. Quella più estrema. Quella, appunto, che ti dice NO a chi è diverso, l’altro; che ti mette MURI in ogni modo declinati. Quella nazionalista. Xenofoba. Razzista. Quella che toglie i diritti e ci fa tornare indietro. Per chi resta e torna. Perché altri non resterebbero. Quella destra che abbiamo già visto, ma che non conosciamo più. Ne è rimasto il sentito dire, non una piena consapevolezza: perché non è vero che la storia è maestra di vita, perché a me pare che la storia non si conosca affatto. Non ti fa sussultare il recinto? il muro? i Sans papier? Non ti fanno sussultare i morti “di freddo”? i morti sulle spiagge? Le file lunghe chilometri di spauriti esseri umani rigettati dal mondo? …Se non sussulti, se non inorridisci, credo che non conosci la storia. Non riesco più a metterla in un altro modo. Ho ascoltato Varoufakis il 7 gennaio: lo ha detto chiaro anche lui che questa crisi, che è economica e politica assieme, dove establishment e destre sono di fatto complici, l’una sorregge l’altra, affannando i lavoratori e facendoli gli uni nemici degli altri, e insieme nemici degli immigrati; in questa crisi, dicevo, si ritrovano i nostri “europei” anni ’20 e ’30. A chi non è chiaro? Chi non ha ancora colto la profondità del dramma? In piedi Europa. Contro una nuova barbarie. In piedi come il contadino francese Cédric Herrou, “colpevole” di aver aiutato il transito di migranti non “regolari” (e mi spiegassero cosa vuol dire e soprattutto come farebbero a dirlo!). In piedi, come scriveva già forte e chiaro Luciano Gallino nei suoi tanti libri dove la sua lucida analisi critica metteva in evidenza queste cose in un articolo apparso su Micromega il 2 gennaio scorso:

“Che fare? Gallino immaginava un nuovo New Deal. Perché il New Deal “non è cosa del passato. Certo, la realtà di oggi è in parte diversa. Ma l’idea resta validissima. Soprattutto davanti allo scandalo della disoccupazione (…). Ed essere senza lavoro è una condizione ancora peggiore del non avere un reddito, perché mina la stima di sé, minaccia la coesione sociale e non si crea valore perché senza lavoro non c’è crescita, mentre non vale il contrario (come invece si crede oggi). Lo stato allora deve intervenire direttamente per creare occupazione (e Roosevelt, in pochi mesi, diede un lavoro, quindi stima sociale e autostima, a oltre 4 milioni di disoccupati americani). Oggi serve qualcosa di simile. L’ostacolo non è la mancanza di risorse finanziarie, l’ostacolo è ideologico. Oggi l’egemonia neoliberista fa credere a tutti e a ciascuno che la disoccupazione sia una colpa individuale del lavoratore. Che non si adatta, che non abbassa le sue pretese, che non è flessibile. Questo ostacolo ideologico va superato. Perché appunto ostacolo non sono le risorse, ma i dogmi neoliberisti”.

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