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MDP: Partito e Discontinuità

L'intervento di Francesco D'Agresta alla Direzione nazionale di MDP

Il nostro risultato elettorale è ben rappresentato dall’inversione dello slogan usato in campagna elettorale: ci hanno votato i pochi e non i molti.

La sconfitta ha riguardato tutta la sinistra in tutte le sue declinazioni in un contesto europeo, questo è vero, dove la sinistra non vince, ma non può essere un alibi: nessuna sinistra in Europa è messa male come quella italiana.

Le caratteristiche politiche del voto italiano richiedono un approfondimento di studio, ma balza subito agli occhi come abbiano prevalso le istanze difensive su quelle propositive, la voglia di protezione su quella di progresso.

La pratica dell’autocritica deve rimanere il sale della politica e noi dobbiamo farne molta. Abbiamo messo in piedi un cartello elettorale, niente di più, con tutte le brutture del caso, leader scelto a tavolino, programma scritto tra pochi e non figlio di una proposta collettiva.

All’interno di MDP ci sono state delle aggravanti, il tema delle candidature non può essere rimosso, il fatto che la sconfitta sia stata enorme e figlia di più fattori non concede di non riportare la gravità dei singoli fattori e in questo senso il metodo di selezione delle candidature nelle posizioni rilevanti è paradigmatico: è mancata la democrazia, ricordiamo tutti la cronaca della notte in cui Matteo Renzi, solo con pochi fedelissimi, depennava e aggiungeva candidati nelle liste avanzate dai territori e per noi è stata fatta esattamente la stessa cosa con la differenza che almeno Renzi aveva la legittimazione di un congresso vinto alle spalle. L’unico metro di valutazione è stato la vicinanza, la fedeltà presunta col tavolino nel quale si decideva tutto, andando a colpire anche il pluralismo politico interno ad MDP, pluralismo fondante il nostro movimento. Le sole regole che avevamo votato in assemblea erano la limitazione a poche figure delle pluricandidature e il rispetto delle indicazioni territoriali, le abbiamo disattese entrambe. Nel pieno della critica alla politica che decide tutto chiusa nelle sue stanze è stata riproposta la politica dei notabili.

Concordo con chi dice che il nostro 3,3% non può essere paragonato a quello preso dalle liste a sinistra del PD negli anni passati, è sociologicamente differente, non sono le stesse persone, ma rimane identico nell’incapacità di riuscire a rompere gli argini, nella scarsa efficacia.

Dire ripartiamo da LeU, se non declinato correttamente, rischia di essere un atto di cadornismo politico. LeU è un corridore che al primo passo dei cento metri si è schiantato a terra e noi decidiamo di scommetterci? Un milione e centomila voti sono importanti, sono importanti l’entusiasmo e la militanza messi in moto in questa campagna elettorale, ma possono essere valorizzati se presi al netto dei tanti errori politico-organizzativi commessi. È vero, il voto ci consegna il dovere di dare una casa politica a quel milione di voti, ma ci consegna allo stesso tempo il dovere della discontinuità: non possono valere per il futuro gli stessi mezzi che hanno determinato la sconfitta del presente. La lampadina quando è rotta non si aggiusta, si cambia e in questo senso ritengo che i protagonisti di MDP avrebbero dovuto far seguire gesti concreti all’assunzione di responsabilità per quanto accaduto.

Ripartire da LeU va bene se significa ripartire da quel milione di persone, non va bene se significa continuare a riproporre gli stessi metodi spartitori e gli stessi attori protagonisti.

Nei prossimi mesi abbiamo bisogno di una grande apertura verso la società con umiltà e collegialità, non di riproporre una scatola già usata bensì di ascoltare il Paese, studiare per riscrivere non un programma elettorale ma il manifesto fondamentale della sinistra del futuro, con umiltà e collegialità.
Poi mettiamo in moto un processo democratico, non un accordo tra segreterie e ridiamo valore ai mezzi della democrazia: le kermesse sono una cosa, i congressi un’altra, i soggetti politici una cosa, i partiti un’altra e questo dovrà essere l’approdo: un congresso ed un partito, il partito del lavoro, della sinistra e del progresso.

Francesco D'Agresta

http://esseblog.it

Per l'internazionale politica e calcistica. Voglio la sinistra al governo del Paese.

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