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Morire dignitosamente dev’essere un diritto garantito a tutti

L’Italia può tristemente vantare una situazione carceraria che fa pena

di: Luca Garau,

8 Giugno 2017

Categorie: Diritti, Giustizia, Italia, Politica Interna, Società

Come sempre accade, le reazioni alle notizie di grande risonanza, vengono gestite dall’opinione pubblica con la solita attitudine da tifoseria e immediatamente si traccia una linea netta tra pro e contro.
È successo anche nelle scorse ore relativamente alla sentenza della Cassazione, per la precisione la n.27766/17 della prima Sezione Penale, che nella semplificazione è diventata una sorta di “salva Riina”.
Occorre provare a rimuovere l’ingombrante nome del boss mafioso e concentrarsi sulla funzione nomofilattica della Cassazione, ossia la funzione di garantire l’osservanza della legge, la sua interpretazione uniforme e l’unità del diritto nel nostro paese. Se si riesce a compiere questo sforzo di lettura e si supera per un attimo la semplificazione, provando anche a leggere la sentenza, che è chiara, breve e anche bella, si arriva a cogliere il vero senso della pronuncia della Suprema Corte e a trovare in essa un principio non solo di diritto, ma di umanità, che dovrebbe essere dato per assodato in ogni cittadino democratico, prima che in ogni stato di diritto.
I Giudici della Corte stabiliscono di doversi affermare “l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che (…) deve essere assicurato al detenuto”. Davanti a questo potente postulato è difficile schierarsi nelle fila dei contro.
Perché è questo il nocciolo della questione. Il diritto di morire dignitosamente. È su questo che dobbiamo riversare la nostra rabbia e le nostre rivendicazioni, sull’universalità di detto diritto.
L’Italia può tristemente vantare una situazione carceraria che fa pena, condizioni pessime per i detenuti e un tasso di suicidi in carcere altissimo e a ciò si aggiunge l’assenza di una disciplina per il fine vita. Eppure si continua a guardare il dito e non la luna. Ci si limita a leggere il nome di Salvatore Riina senza realizzare che la pronuncia degli ermellini rappresenta un ampliamento della sfera dei diritti degli ultimi.
Mettiamo da parte per un attimo la rabbia, lo schifo e lo sdegno e concentriamoci sui diritti. Diffondiamo la sentenza, appendiamola sui muri. Chiediamo, anzi pretendiamo a gran voce il diritto ad una morte dignitosa per tutti, per Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Dj Fabo, Stefano Cuchi, Federico Aldrovandi, Lucio Magri, e con tutto il disprezzo di questo mondo, anche per Totò Riina.
Ogni negazione di un diritto è un diritto negato e dunque una sconfitta. Pertanto sulla base delle motivazioni della corte dobbiamo chiedere con forza l’estensione totale del diritto ad una morte dignitosa. Per i prigionieri del carcere, per i prigionieri delle malattie e perché no, per i prigionieri della vita.

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