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No al Mes, sì a un fondo complementare al bilancio UE che emetta Bond

Qual è il destino europeo a cui vogliamo partecipare?

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1 Maggio 2020

Categorie: Europa, Politica Estera

Se soltanto qualche mese fa ci avessero detto che la Commissione Europea avrebbe sospeso il Patto di Stabilità e che la BCE avrebbe annunciato l’acquisto di titoli per 750 miliardi, nessuno ci avrebbe creduto. Impossibile. Invece è accaduto.

Per la prima volta nella storia il 20 Marzo è stata attivata la clausola di salvaguardia che ha consentito di sospendere il Patto di Stabilità e cioè l’obbligo di rispettare i criteri di convergenza su cui si fondava, con Maastricht, il processo di unione monetaria: il limite del 60% nel rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo; e il limite del 3% nel rapporto tra deficit e pil. Non lo si era fatto mai, neppure dopo la crisi del 2008.

Pochi giorni prima (18 Marzo), il Consiglio direttivo della BCE aveva avviato un programma temporaneo di acquisto di titoli del settore privato e pubblico (PEPP) con una dotazione finanziaria appunto di 750 miliardi di euro. Pochi giorni dopo (24 Marzo), la stessa BCE ha stabilito massima flessibilità per il PEPP, mettendo da parte i paletti che avevano regolato il quantitative easing, a partire dal limite all’acquisto del 33% dell’ammontare in circolazione di ogni titolo o dello stock del debito pubblico disponibile di ogni Paese emittente.

Se a questo si sommano i 130 miliardi messi a disposizione la settimana prima (12 Marzo) per ulteriori acquisti netti di attività del settore privato, otteniamo un intervento complessivo pari al 7,3% del Pil dell’area euro. Un’enormità.

Le conseguenze di questi due interventi sono tre e sono sotto gli occhi di tutti: il via libera a consistenti e inedite immissioni di liquidità da parte dei singoli governi nazionali (per l’Italia, fino a 400 miliardi con il Decreto imprese e 350 miliardi di effetto leva del Decreto di Marzo, cui si aggiungeranno le misure del decreto di Aprile); la tenuta della moneta unica; e il contenimento degli spread.

La trattativa che è cominciata nell’Eurogruppo e che inevitabilmente proseguirà fino al prossimo Consiglio europeo sta dentro questo scenario, completamente nuovo, ricco di insidie ma anche di possibilità.

Lo ha detto bene Mario Centeno aprendo l’Eurogruppo: occorre “un piano di rilancio coordinato e di grande ampiezza”. Lo ha scritto ancora meglio Lucrezia Reichlin sul Corsera: è evidente a tutti che la grandezza e l’eccezionalità della crisi impongono interventi strutturali completamente diversi da quelli immaginati sin qui. Il plurale è importante: interventi, non un unico bazooka.

L’Italia arriva a questa trattativa forte di un instancabile lavoro di tessitura di relazioni internazionali. La lettera dei nove leader europei sugli Eurobond promossa da Conte è un elemento fondamentale che dimostra come il nostro Governo abbia saputo sollecitare e persino indirizzare scelte e posizionamenti di alleati pesanti per gli equilibri europei.

Occorre proseguire con profitto su questa strada di dialogo, interlocuzione e mediazione. Due devono essere i nostri punti di riferimento: da una parte una opposizione chiara e netta a questo Mes, con le attuali condizionalità e con l’obbligo del memorandum, perché figlio di un’altra fase storica, di altre necessità (shock asimmetrici) e di altri contesti (la crisi greca). La nostra è e deve essere una opposizione non nominalistica (il Mes come ossessione) ma di merito, verso ogni strumento che vincolasse il prestito a obblighi di ristrutturazione del debito.

E dall’altra parte la proposta di un fondo complementare al bilancio UE in grado di emettere Bond, di ammontare rilevante, possibilmente a lungo termine e a tassi bassi. Un fondo che abbia caratteristiche simili a quello d’emergenza, proposto da Gentiloni e Breton, commissari all’Economia e al Mercato interno, e dalla leadership della Spd tedesca.

Un pacchetto di misure che contenesse una linea di credito sganciata dalla logica della crisi dei debiti sovrani, senza condizioni capestro, con l’unica clausola dell’utilizzo per Covid-19; un nuovo strumento anti-disoccupazione per assicurare prestiti fino a 100 miliardi e dunque per mantenere posti di lavoro e sostenere il reddito; un fondo di garanzia della BEI per mobilitare fino a 200 miliardi di prestiti alle imprese; e appunto un fondo europeo espressamente concepito per emettere obbligazioni a lungo termine e fare debito comune: tutto questo sarebbe un risultato importante, che si può raggiungere solo evitando l’isolamento e consolidando una rete di alleanze che oggi va dal Governo portoghese a Macron.

Occorre unire intelligenza e duttilità tattica con una grande fermezza strategica, non rinunciando, a maggior ragione nella fase della trattativa, a tenere fermo lo sguardo sull’orizzonte.

Perché i fatti hanno la testa dura e oggi più ancora di ieri appare palmare la necessità di riformare lo statuto della BCE sul modello della Federal Reserve o della Banca centrale giapponese, facendo della Banca europea il prestatore di ultima istanza, consentendole direttamente di intervenire per emettere credito extra in condizioni di assoluta necessità.

Così come appare oggi ancora più di ieri imprescindibile la proposta di Vincenzo Visco di collocare l’extra debito in un apposito contenitore con scadenza molto lunga (30–50 anni) e i tassi di interesse molto bassi con la garanzia congiunta degli Stati europei ma la responsabilità di rimborso a carico dei singoli Stati.

Si deve essere rigorosi sulla prospettiva, ma anche precisi, per evitare errori, suggestioni sbagliate, allusioni anche involontarie a devastanti rinculi nazionalistici che non appartengono al destino europeo a cui vogliamo partecipare.

Simone Oggionni

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