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Dove non c’è Sinistra germogliano precarietà e nuovi fascismi

La necessità di un Partito

Lo scenario siciliano e quello di Ostia ci consegnano una previsione di quel che potrebbe accadere a marzo nel Paese. Le destre unite svettano, palesandosi come primo polo, seguite dal M5S, primo partito e secondo polo. Staccati, anzi, staccatissimi il sedicente centro-sinistra incarnato dal PD – che, pur essendo solo centro tendente a destra, continua a mantenere agli occhi della stragrande maggioranza dell’elettorato quel posizionamento, quella nomenclatura – e infine noi, la Sinistra. Anche se ci si fosse coalizzati col PD avremmo corso per la medaglia di bronzo – nel migliore dei casi – o per quella di legno.

Intanto i fascisti ad Ostia, anche grazie alla spinta mafiosa, hanno segnato un esito storico. La domanda, che sorge spontanea a chiunque abbia a cuore la tenuta della democrazia, è come sia possibile avere accordato agibilità politica a chi ostenta patentemente di guardare all’esperienza del Ventennio. Ma, avendo concesso loro lo spazio democratico, non stupisce il risultato stratosferico conseguito. Basta accostare a tutti questi dati quelli sull’astensione, che riguarda almeno un italiano su 2, e quelli in riferimento alla fiducia nelle Istituzioni. Demos registra che solo il 20% dei cittadini ripone le proprie sicurezze nello Stato e solo il 12% ritiene credibile il Parlamento. I partiti, assi portanti, sale della democrazia, sprofondano al 6% della fiducia. In siffatta situazione abbiamo aperto le porte dei media, prima su La7, poi sulla Rai, a Di Stefano, segretario di Casa Pound, che esprime serenamente opinioni, dibatte. Troppi si sono scordati che il fascismo non è un’opinione come un’altra, è un reato e come tale va trattato e rimosso. Quel che più mi preoccupa, però, è la carenza di indignazione popolare, la carenza di sdegno, e qui arriverò a noi. Perché la responsabilità è anche nostra: abbiamo contribuito a spianare la strada a forze regressive e xenofobe alimentando di fatto il crescente, ed oramai totale, scollamento fra politica e corpo elettorale.

Il 7 novembre abbiamo finalmente presentato un programma condiviso dalle forze a sinistra del PD. Bene lo sforzo di trovare la quadra con gli altri soggetti, buoni i punti trattati come base di partenza per una discussione – mi auguro infatti che saranno realmente concessi tempi e luoghi idonei per emendamenti che integrino, modifichino, sostituiscano. Male invece le fusioni a freddo – perché di questo mi sembra si tratti – e male la mancata analisi della società.

Primo punto: le fusioni a freddo. Fusioni che anziché essere anticipate da intensi dibattiti nei territori, lasceranno spazio alla discussione solo come momento conclusivo. Avverto il rischio concreto di una lista che condivide un programma ma non la prospettiva futura. Penso al riproporsi, nel nascente cartello elettorale, del dibattito che ha attraversato e spaccato Sinistra Italiana. Una parte della lista esigerà di governale solo ed esclusivamente qualora ottenga la maggioranza da sola; l’altra parte, Articolo 1 in particolare, ha sempre evidenziato la necessità di un campo largo che faccia – solo a date condizioni ovviamente – da perno per una coalizione post voto di sinistra-centro. Sinistra-centro perché si pretende che la sinistra sia il baricentro di qualsiasi alleanza, giocando su reali rapporti di forza.

Secondo punto: la mancanza, o meglio, la superficialità d’analisi della società, che dovrebbe essere esordio di qualsiasi ragionamento. Dobbiamo misurarci con una sensazione globale di ingiustizia profonda, con un torto che chiede a gran voce vendetta, riparazione, e se non ripareremo noi, l’abbiamo già visto, lo farà qualcun altro nei modi più crudi e violenti. Abbiamo davanti ai nostri occhi una società asociale e frammentata, che accusa la mancata protezione da parte dello Stato e non si fida neppure delle promesse di una futura tutela. Una società esposta all’insinuazione celata e manifesta di forze incontrollabili e distruttive che, reiterate, sono diventate la prassi e fanno parte di noi che neanche ce ne rendiamo conto.

In questo panorama, mentre a Destra la paura generata dall’incertezza viene capitalizzata e sfruttata, la Sinistra sta per offrire l’ennesima campagna ad hoc per la gestione della crisi presente. Io credo che la falla fondamentale nel nostro disegno sia proprio questa: la mera aspirazione all’amministrazione, frutto dell’assenza di coraggio. Il coraggio, per esempio, di mettere in seria discussione il neoliberismo, foriero della polarizzazione delle ricchezze, della progressiva messa al bando dei diritti sociali, che ha intrinseca nella propria natura l’espropriazione del ruolo di indirizzo economico da parte dello Stato. A noi, compagni, in sostanza, manca una visione. Quel che mi preoccupa è l’inesistenza del lungo periodo, dell’ambizione di ampio respiro, delle grandi intuizioni. Io non voglio una forza, un soggetto politico, un accrocchio elettorale – l’ennesimo – che punti a migliorare un po’il presente tamponando come può le ferite della costante proletarizzazione della borghesia. Io voglio un Partito che, dopo una puntuale analisi del momento presente, sia in grado di declinare la propria visione nel futuro immaginando una società nuova.

Sottolineo la necessità di un Partito, non di un cartello che potenzialmente si sfascerà dopo il voto. Un Partito ampio e plurale che tuttavia abbia radici stabili, non sradicabili, inscalfibili dai naturali cambi di leadership. Un Partito dalla forte connotazione ideologica è l’unico antidoto alla liquidità del presente: abbiamo esempi in Europa, da Syriza, – che ha fatto del radicamento sul territorio la propria fortuna, passando dalla totale irrilevanza alla posizione di governo- al Labour di Corbyn. Ma soprattutto abbiamo in Italia una delle più nobili storie politiche, quella del PCI, da cui tantissimo possiamo attingere.

Abbiamo bisogno di coraggio, compagni: il coraggio di una riflessione eretica, il coraggio di rigettare in toto un modello economico che alimenta paura e individualismo, il coraggio di offrire un nuovo assetto ribaltando totalmente quello presente, il coraggio di parlare di un nuovo socialismo.

Il restauro non basta più: dobbiamo costruire una casa nuova. E questo passa dal piano nazionale a quello internazionale che troppo abbiamo trascurato e stiamo trascurando: dobbiamo aprire una seria discussione sul nostro posizionamento in Europa e avere la forza di pretendere anziché elemosinare. Penso all’ardire, per esempio, di mettere apertamente e una volta per tutte in discussione il fiscal compact.

Solo attraverso radici e organizzazione potremo cominciare un’opera che ci costerà fatica e dovrà occupare non una campagna elettorale ma i prossimi vent’anni: l’opera dell’egemonia. Perché se oggi il povero precario se la prende con chi è più precario di lui, che sia l’immigrato o il mendicante, anziché con i 10 uomini che detengono la metà della ricchezza mondiale, significa che abbiamo un problema gigantesco e dobbiamo iniziare ad occuparcene subito, prima che sia troppo tardi.

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