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I NUMERI DELLA CRISI IN SICILIA

Un destino di sottosviluppo strutturale all’epoca della stagnazione secolare?

di: Alberto Rotondo,

27 gennaio 2016

Categorie: Economia, Politica Interna, Sicilia

Leggere ed analizzare i numeri della crisi siciliana è un’operazione interessante.

Non soltanto i dati forniscono elementi di analisi in grado di confermare quanto profondo sia il declino economico della nostra regione, ma in alcuni casi riescono anche a smentire alcuni luoghi comuni che sono patrimonio acquisito di certa autocoscienza meridionalista, che prova a fornire una rappresentazione della realtà più ottimista  .

I numeri che seguono sono tratti dalla relazione su Il Mezzogiorno e La Sicilia nella crisi, presentata il 30 novembre scorso al Castello Utveggio di Palermo, come contributo dello SVIMEZ alla giornata di studi del Cerisdi sulla “migrazione delle intelligenze”.

Il focus della relazione dello Svimez è sul rischio di depauperamento del capitale umano.

Un’espressione sicuramente infelice, mettere insieme le due parole, capitale e umanità, è un esercizio lessicale che ho sempre trovato indigesto . Ma, una volta decrittata la retorica economicista che ne accompagna la presentazione, i numeri della relazione possono sicuramente dare un’idea della  sofferenza delle donne e degli uomini di Sicilia, stretti nelle morse di una crisi che ne ha già aggravato le condizioni materiali di vita e  che rischia di relegare l’isola a una situazione di sottosviluppo strutturale.

Il primo dato da analizzare è relativo alla flessione del Pil siciliano.

Negli anni della grande crisi 2008/2014 il Pil siciliano ha registrato una flessione in valore assoluto del 13,7 %, quasi il doppio del dato negativo relativo all’Italia centro settentrionale ( – 7,4 %).
Un dato allarmante che già ci dice che durante gli anni della crisi il divario e le disuguaglianze territoriali sono ulteriormente aumentati.  Un calo generalizzato che ha attraversato ogni settore produttivo, ma che addirittura assume le caratteristiche di un vero e proprio tracollo nel settore edilizio ( – 45%) e industriale ( – 40 %).
Il quadro, se è possibile, è ancora peggiore ove si passi a considerare la distribuzione della ricchezza tra le famiglie.
Mentre nel centro – nord una persona su due è collocata fra i due quinti delle famiglie più ricche a livello nazionale,  la Sicilia ha invece il triste primato di regione che registra il peggior dato in termini di distribuzione della ricchezza familiare ( circa il 72 % della popolazione si collocava nel 2014 nel gruppo delle famiglie più povere).

Ma i numeri della crisi sono ancora più impietosi.

Nonostante vi sia stata una forte ripresa della migrazione verso il nord del Paese  e verso l’estero ( con un saldo migratorio negativo per la Sicilia di 130.000 unità nel quindicennio 2000/2014) e nonostante le statistiche non catturino i dati dei cosiddetti “pendolari di lungo raggio”, in larga prevalenza giovani che hanno lasciato l’isola senza spostare la loro residenza, il Pil pro capite è diminuito più che proporzionalmente in Sicilia che nel resto di Italia.

Se analizziamo poi le dinamiche occupazionali l’allarme non può che crescere.

La dimensione del crollo occupazionale in Sicilia fa impressione, stiamo parlando di circa 150.000 persone che hanno perso il lavoro ( circa il 20% del decremento occupazionale nazionale) a fronte di un’incidenza della forza lavoro siciliana sul totale italiano che non arriva al 6%.

Vi è  un unico dato  apparentemente positivo nella relazione dello Svimez.

Sembrerebbe che in Sicilia il famigerato Jobs Act abbia giovato alle dinamiche occupazionali  in maniera più rilevante che nelle altre regioni italiane.

Ma di questo fatto si può dare anche una lettura negativa:  considerati gli importanti incentivi fiscali e contributivi governativi, è facile leggere nella timida ripresa della dinamica occupazionale un riflesso dell’eterna dipendenza delle imprese siciliane dai sussidi pubblici, specie in presenza di un quadro di mercato che sembra alla ricerca di un nuovo difficile equilibrio in una situazione di sottosviluppo strutturale, la stagnazione secolare in chiave siciliana.
Così non è difficile prevedere che, in mancanza di una ripresa stabile dell’economia, questi nuovi contratti di lavoro si trasformeranno, una volta incassati gli incentivi, in altrettanti licenziamenti.
Un’ultima riflessione è in grado di restituirci  la giusta, drammatica dimensione dell’impoverimento generale della regione.  Mi riferisco ai numeri relativi al calo delle immatricolazioni nelle università siciliane  e al tasso di passaggio all’università dei giovani diplomati.
Un luogo comune piuttosto diffuso in passato sul grado di istruzione degli italiani  era quello per cui i  meridionali sarebbero mediamente più istruiti dei settentrionali. La logica conseguenza di un mercato  troppo debole dal lato dell’offerta , che tende a ritardare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e allungare i tempi dedicati all’istruzione.  Le statistiche sociologiche relative agli ultimi 15 anni ci offrono al contrario i segnali di una brusca inversione di tendenza.
Il tasso di passaggio all’università dei giovani diplomati  nei primi anni duemila  è cresciuto a ritmi vertiginosi.  Un dato  che riguarda l’intero il territorio nazionale, che nel meridione e in Sicilia si era trasformato in un vero e proprio boom di immatricolazioni  alle università isolane . Dal 2000 al 2003 il tasso di passaggio all’università in Italia è cresciuto mediamente del 10 % . Ma le dimensioni di questa crescita non si sono distribuite uniformemente nei territori, , il tasso è infatti cresciuto del 5% nell’Italia centro settentrionale e del 15%  nel meridione.  A fine dicembre 2013  il tasso di passaggio all’università dei giovani meridionali era più alto di quello delle regioni centrosettentrionali. La Sicilia era tra le regioni a più alto tasso di passaggio all’università ( il 72 %).
Luogo comune confermato si direbbe.

Ma la grande crisi , complici la sempre più effimera possibilità che un titolo di studio universitario garantisca condizioni migliori per l’accesso al mondo del lavoro e la materiale impossibilità di molte famiglie di “mantenere i figli agli studi “, ha capovolto la situazione.
Oggi in Sicilia soltanto il 50 % dei giovani diplomati decidono di continuare gli studi iscrivendosi a un corso universitario, in un quadro nazionale che registra comunque un calo esponenziale ( a livello nazionale il tasso nel 2014 era del 55%).
Sono numeri tristi perché ci parlano di un declino tanto accelerato quanto inesorabile nelle dinamiche che lo guidano.

Sarebbe  utile che a tutti i livelli sociali e politici si prenda coscienza della gravità della situazione, di cui è elemento importante anche la crisi finanziaria della Regione Sicilia, ma questa speranza rischia di restare  muta  perché non la sorregge un livello di coscienza sociale e di mobilitazione, in grado di sostenere l’elaborazione di una proposta politica praticabile e concreta di alternativa al durissimo stato di cose presenti.

Intanto la politica politicante muore nel cabaret istituzionale che ci regala ogni giorno il governo Crocetta.

 

Alberto Rotondo

Vive a Catania. Attivista politico antirazzista, antisessista e antispecista. Si interessa di questioni economiche e di politica europea e internazionale.

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