Esse - una comunità di Passioni

Oltre il muro

L'esperienza umana dell'altro

di: Carlo Crosato,

22 maggio 2017

Categorie: Cultura, Filosofia Politica

Nel suo ultimo libro, una sorta di autobiografia scritta a partire dagli oggetti del proprio studio, Giorgio Agamben a un certo punto si chiede «Che cos’è un muro?». Le città italiane, ricorda Agamben, sono custodite e protette dalle proprie mura: sono «come un sogno che cerca ostinatamente riparo dalla realtà».
 
A questa descrizione onirica, quasi dolce, del limite murario, deve tuttavia corrispondere l’amara costatazione che quest’ultimo non cinge che un sogno, un’illusione; non certo la realtà, quella con cui tutti, ogni giorno e in ogni ambito della nostra quotidianità, siamo chiamati a confrontarci. Il muro custodisce l’illusoria compattezza che attribuiamo alla cosiddetta “identità culturale”, chiudendoci gli occhi di fronte alla realtà che ogni cultura – tanto più quella europea – è prodotto di incontri e scontri, di una storia plastica e labile che la stessa parola “identità” pretenderebbe di congelare in un identico uguale a se stesso. Il muro custodisce l’illusione di poter tenere vicini gli amici, quelli che sentiamo a noi simili, per conservare la distanza che ci garantirebbe una pacifica sopravvivenza contro i temuti nemici; un’illusione che ci impedisce di vedere come ogni individuo, a ben vedere, sia assieme un simile e un altro, uno specchio di fronte a cui muoversi tanto quanto noi siamo specchio che riconosce i suoi movimenti, e al contempo un’alterità sempre imprevedibile e potenzialmente minacciosa. Non ci sono amici, proprio perché non ci sono nemici: ogni incontro ci presenta un muro da abbattere e nuove parole da inventare per istituire spazi e tempi di riconoscimento.
L’epoca moderna – il pensiero che la caratterizza e che connota tutto ciò che possiamo immaginare e ogni azione che possiamo mettere in atto, nessuna esclusa – nasce proprio con l’esperienza di un limite. Anzi, del limite. Immanuel Kant, troppo spesso citato a sproposito e quasi sempre costretto entro le pur fondamentali riflessioni intorno all’Illuminismo, è il pensatore che ha fatto del limite l’esperienza essenziale, la più originaria perché è a partire da essa che ogni altra esperienza, nel mondo moderno, si è resa possibile. Il limite, nell’immagine che ci viene consegnata da Kant, è momento prezioso non tanto nel suo racchiudere, nel suo proteggere, quanto invece nella sua capacità di donarci un fuori; o, quanto meno, la percezione di un fuori.
 
L’esperienza critica che con Kant apre il pensiero moderno è proprio quella che non si limita a rilevare problemi e a rintracciare risposte all’interno dell’insieme di significati e pratiche che ci sentiamo più propri in quanto uomini, in quanto esseri umani e in quanto esseri collocati in una certa storia. L’esperienza critica successiva a Kant ci permette di collocarci in prossimità del limite di ciò che siamo, delle geometrie che, anche nostro malgrado, ci offrono gli strumenti con cui pensiamo e agiamo. La critica che è più propria dell’epoca moderna è la capacità di comprenderci parte di una trama di pensiero e di azione determinata, una tra le altre, che ci trattiene come propri nodi, ma dalla quale, al contempo, possiamo emanciparci per indicare nuove pratiche e nuove parole. In primo luogo, riconoscendo la nostra limitatezza, la nostra collocazione storica; in secondo luogo, permettendo a questa nostra collocazione di contaminarsi con ciò che sentiamo altro, con ciò che è oltre il limite: l’epoca moderna si apre con questo gesto di coraggio, che è, in primo luogo, gesto di offerta, rischio di morte ma supremo gesto di libertà.
 
Ogni altro uomo è l’inferno, scriveva Sartre. Non c’è amico che non sia per certi versi opaco e inaccessibile; ma, andando oltre l’intenzione di Sartre, non c’è persona così estranea da non poter riconoscere nella sua storia, nella sua vita, nella ritrosia con cui ci si fa incontro, un grammo dell’inferno quotidiano che anche noi viviamo. E non si tratta di ottusa retorica moraleggiante, quanto invece della vera essenza dell’uomo, cioè di un essere che è, anche nella solitudine con se stesso, sempre diverso da ciò che sa di sé; dell’uomo che, nella sua finitezza, vive inevitabilmente il sospetto dell’altro, essendo al contempo condannato a trovare sé nell’altro, in ciò che gli appare il più estraneo, ma che in realtà gli è, proprio in quanto altro imprevedibile, l’incontro più famigliare.

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Carlo Crosato

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Dottorando di ricerca in Filosofia politica. Collaboratore di Micromega: Il Rasoio Di Occam. Autore di: L'uguale dignità degli uomini (2013); e allora? (2014); Dialogare con il Solipsista (2015); Dal laicismo alla laicità (2016); Il non detto (2017).

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