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Ora o mai più

Riflessioni e suggerimenti sul "che fare"

Anche a non voler prendere alla lettera le indicazioni dei sondaggi recentemente pubblicati da «Il Fatto Quotidiano», alcune linee di tendenza appaiono sufficientemente delineate. Il Pd sta subendo un’emorragia di consensi senza che il Movimento 5 stelle ne tragga beneficio. Anzi quest’ultimo sembra arrancare a causa delle contraddizioni che lo attraversano e delle pietose verifiche che si incaricano di far emergere in alcune grandi città la sua clamorosa inadeguatezza amministrativa. Nel frattempo Mdp arriva a un 6% che sembra finalmente – e nonostante tutto – mostrare che l’opinione pubblica si è accorta dell’esistenza in vita di un movimento che aspira a ridare senso a una parola – “Sinistra” – che da troppo tempo ormai ha smarrito il suo significato.

È del tutto evidente come la perdita di consensi del Pd sia legata al sin troppo tardivo declino della resistibile stella di Matteo Renzi. E questo a causa, non solo di una serie ormai innegabile di sconfitte collezionate in poco tempo, ma anche, se non addirittura soprattutto, all’emergere nella figura di questo personaggio di tratti che i più accorti avevano colto sin dall’inizio della sua perniciosa ascesa. Voglio dire che la sconfitta al referendum del 4 dicembre non solo non ha mitigato ma, se possibile, ha incentivato alcuni aspetti di una personalità che non si limita a voler raggiungere la l’impossibile quadratura del cerchio di una cosiddetta sinistra di governo che inaugura una stagione di politiche di destra, ma lo fa dimostrando un’egolatria e un’arroganza senza precedenti.

Matteo Renzi è ormai in rotta con tutti. Nelle ultime settimane l’annuncio e le anticipazioni del suo libro hanno seminato talmente tanto veleno da fargli attorno praticamente terra bruciata. Non parlo degli “scissionisti” e nemmeno di D’Alema che comprensibilmente turba i sonni dell’inquieto fiorentino (non pensavo però fino al punto di coinvolgere il suo coté familiare). Parlo di Letta, di Davigo, di Prodi, di Monti, di Padoan, di Mentana, tanto per fare qualche nome. Non so da chi sia consigliato Renzi nella scelta della sua strategia comunicativa. Quello che appare evidente, alla stregua di una sintomatologia straripante, è come lui non riesca a contenere la sovrabbondanza di una ossessione di rivincita che lo porta a dismettere ogni senso della misura.

Ebbene anche a non voler approfondire l’analisi (che pure sarebbe interessante dal punto di vista antropologico), appare evidente la vulnerabilità di un avversario che fino a poco tempo fa sembrava quasi invincibile. Ora, intendiamoci, non è che la figura di Renzi, nonostante il tasso quasi inarrivabile di antipatia che promana, debba diventare un bersaglio in sé. Figuriamoci se un obiettivo così modesto possa essere adeguato a dare forza e nerbo al disegno nobile e ambiziosissimo di rigenerare la Sinistra in Italia.
Non sono i profili di personalità di Renzi ad essere pericolosi, sono le sue politiche e più in generale il disegno sotteso a chi le sosteneva e ancora le sostiene, tendente a dimostrare l’inutilità e l’obsolescenza non solo di una Sinistra autentica ma del sindacato e dei corpi intermedi, della democrazia persino, e di ogni ipotesi di ricerca collettiva di decisioni di pubblica utilità. In una parola l’idea che l’uomo solo al comando debba sostituire qualsivoglia aspirazione di progettualità democratica e progressiva.

Mi sono dilungato non tanto per contribuire a un’analisi del renzismo, già abbondantemente ed efficacemente formulata da altri più capaci di me, ma per dare l’idea di come questo momento sia cruciale per sfruttare al massimo le potenzialità di tutte quelle forze che ambiscono a dare risposta alla prepotente richiesta di rappresentatività che proviene da quel vasto popolo ancora (e nonostante tutto) di sinistra, che è in attesa di avere uno schieramento, una lista, un soggetto, un partito da sostenere e per cui votare.

Non solo in politica ma in qualsiasi attività agonistica le debolezze dell’avversario vanno sfruttate. Guai a chi non lo fa. Perché se l’avversario recupera forza, poi, non avrà pietà per chi gli ha dato tregua. E allora come fare per volgere a proprio favore quegli elementi che già si configurano con sufficiente precisione? Certo non può bastare quel 6% attribuito al solo Mdp. La situazione è tale da autorizzare speranze molto più grandi ed ambiziose.

Lo scopo è quello di ridare voce a tutti coloro che abbandonano il Pd perché di Renzi e delle sue politiche non ne possono più; a coloro che, pur essendo di Sinistra, da anni non votano perché non sanno chi votare; ad un ragionevole 20% degli elettori del Movimento 5 stelle che proviene dalla Sinistra; al mondo vasto dell’associazionismo e del civismo e anche, perché no, a forze più radicali che – come accade in Portogallo – a determinate condizioni, possono contribuire a far nascere una realtà radicata nel territorio ed elettoralmente competitiva.

Per farlo sarà indispensabile una base programmatica adeguata e su questo non mancano i presupposti e le linee di convergenza. Ma serviranno tre cose ancora che riassumo per brevità. La prima è la capacità di riunire al più alto livello possibile le forze in campo a Sinistra del Pd e in particolare i popoli del Brancaccio, di cui SI è parte prevalente, e di Piazza Santi Apostoli, valorizzando anche il non piccolo contributo che sta dando il movimento di Pippo Civati e tutte le altre componenti interessate ad un processo unitario, non di facciata ma di sostanza. La seconda cosa è l’evidenza della necessità di una radicalità etica e programmatica che ci distingua drasticamente dagli avversari e sia in grado di darci un’identità politica e sentimentale. La terza cosa è la repulsa, questa volta sì definitiva, del settarismo e del minoritarismo di testimonianza.

Ottemperare a queste esigenze significa, per i non pochi protagonisti di questo processo, tener conto del tutto piuttosto che della parte. E allora bisognerà stemperare le punte polemiche e narcisistiche per raggiungere l’obiettivo ambizioso di un linguaggio comune che ci renda riconoscibili e sia capace di illustrare cinque o sei punti programmatici che appaiano chiari e irrinunciabili.

Un esempio di come questo si possa fare lo ha dato D’Alema dieci giorni fa al Caffè letterario di Roma, in occasione dell’Assemblea regionale di Articolo Uno Mdp. In quella circostanza egli ha sottolineato il valore dell’Assemblea del Brancaccio senza nascondere il dispiacere di essere stato fatto oggetto di accuse non certo generose da parte di Tomaso Montanari. Cose da lui pubblicamente definite minori e trascurabili rispetto alla prevalenza degli interessi in campo. Ecco, è proprio questa generosità intellettuale e questa disponibilità che tutti dovrebbero dimostrare per accogliere l’esigenza dell’unità e della repulsa di un frazionismo inutile quanto avvizzito.

In questo senso anche la partecipazione preziosa di Pisapia a questo processo dovrebbe essere vivificata da una verifica che sia attenta a dimostrare quella radicalità che abbiamo definito un requisito indispensabile per le sorti del processo che ci sta a cuore. Pisapia è una grande risorsa per questo movimento. Non si tratta di tanto di rimproverargli il Si al referendum ma certo è che c’è da aspettarsi da lui un contributo ulteriore di chiarezza volto a distinguerlo e a distinguerci dal nostro avversario.

È importante pronunciarsi contro il jobs act e a favore di una fiscalità progressiva, come lui ha fatto. Ma forse non basta. Specie se poco tempo prima si sono proposte a Renzi le primarie di coalizione e, più di recente, si suggerisce il vincolo dei due mandati nella scelta delle candidature (strumento che rievoca vistosamente la narrazione rottamatrice). In questa fase per salpare bisogna tagliare gli ormeggi. Non si può non prendere le distanze da un Pd col quale si potrà riparlare magari domani, quando – speriamolo perché è persino possibile! – i rapporti di forza saranno tali che anche il renzismo sarà destinato a diventare un ricordo. Se la lista unica che noi auspichiamo avrà un risultato a due cifre e il Pd si libererà di Renzi, tutto ridiventerà possibile; e anche la parola centrosinistra recupererà il suo senso. Io sono convinto che questo tutti lo possano e lo debbano capire. Sia chi deve tenere a freno la sua vis polemica, sia chi deve lasciarsi alle spalle indecisioni e riluttanze. Ora o mai più.

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