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Pensiero vs consenso

il ruolo degli intellettuali nella sinistra italiana

Il rapporto tra gli intellettuali e le masse operaie è stato uno dei principali elementi costitutivi dei partiti socialisti, nati per rappresentare i ceti meno agiati all’interno dell’arena politica. Lo sviluppo democratico ed inclusivo delle istituzioni è avvenuto attraverso la funzione pedagogica svolta dai partiti. Il ruolo degli intellettuali, come teorizzato da Gramsci, era finalizzato alla conquista dell’egemonia culturale da parte di ogni classe sociale che mirasse a impadronirsi del potere. Il consenso si costruiva attorno ad una cultura politica, ad un ideale, ad una visione del mondo ben definita.
 
 
La rottura di questo rapporto appare evidente se si prende in considerazione la trasformazione organizzativa dei partiti. I programmi politici sono formulati sulla base di una strategia di mercato, che si rivolge direttamente ai bisogni immediati del cittadino/consumatore, mentre scompare una partecipazione istruita e consapevole finalizzata all’elaborazione di proposte politiche. La competizione mette il dibattito in secondo piano e porta i candidati al centro della scena politica, anche da un punto di vista grafico: sui simboli dei partiti è presente il nome del leader e scompare ogni riferimento valoriale.
 
La politica diventa intrattenimento. L’homo sapiens si trasforma in homo videns il quale, come afferma Giovanni Sartori, è homo ludens. Se l’homo sapiens privilegia lo strumento della ragione, l’homo ludens, invece, percepisce il mondo che lo circonda attraverso le sue emozioni. La struttura semplificata della comunicazione politica si sviluppa secondo il codice binario, basato sulla contrapposizione amico/nemico. L’indebolimento della dimensione collettiva dell’impegno politico ha riprodotto una comunità virtuale, fatta di un “noi” e di un “loro” dal volto indefinito o addirittura sconosciuto. Ogni argomentazione è sostituita da pronunciamenti elementari e qualunquisti, privi di connessione con lo spazio e con il tempo. L’individuo si rifiuta di concepire la situazione politica attuale come un continuum della storia e l’omologazione delle proposte politiche impedisce ogni criterio di differenziazione di tipo culturale o sociale. La crescente complessità dei problemi determina una reazione semplificatrice, in cui la partecipazione alla vita politica diventa illusoria e approssimativa, senza essere concepita in chiave dialettica e pedagogica.
 
In questo contesto, l’intellettuale è visto con disprezzo, perché svelerebbe la nudità di ogni narrazione. La delegittimazione dei “professoroni” avviene nel momento in cui l’istruzione (pubblica) non è più vista come uno strumento di riscatto, efficace per effettuare una scalata sociale.
 
Si realizza così una netta separazione tra la fase di costruzione del consenso e quella di gestione del potere. La prima è intrisa di una forte componente demagogica, sganciata da qualsiasi elaborazione culturale; la seconda, è profondamente oligarchica e tecnocratica. Nella società postmoderna, in cui l’economia predomina sulla politica, il politico/venditore è colui che agisce per conto d’altri. La sua attività non nasce dalla riflessione, ma dalla necessità di conquistare consensi in modo trasversale in una campagna elettorale permanente. L’importante è vincere. Non importa come e perché si vince.
 
Quale ruolo dovrebbero allora ricoprire gli intellettuali nella sinistra italiana? La rappresentazione di una realtà sempre più complessa, necessita della costruzione di infrastrutture di conoscenza che precedano l’azione politica. Non si tratta però di adottare l’approccio di uno spettatore di fronte ai problemi del Paese. Il disimpegno dalla pratica, infatti, produrrebbe allucinazioni teoriche lontane dall’attivismo, con il rischio di identificare la sinistra con l’establishment. Il partito si ridurrebbe così da “educatore collettivo” a poco più di un’associazione culturale autoreferenziale. E’ necessario quindi uscire da una posizione minoritaria, separando il linguaggio del pensiero e quello dell’azione ma non le due attività.
 
Tuttavia, la costruzione dell’egemonia non può avvenire pretendendo di coinvolgere le masse nell’elaborazione politica “interna” alla sinistra, senza nessuna forma di mediazione. Questo processo, infatti, richiederebbe l’uso di una metodologia efficace, la conoscenza della storia e dell’evoluzione di determinati fenomeni socio-economici, al fine di poter dare un contributo democratico a vantaggio dei molti. Per raggiungere la periferia occorre così un partito strutturato a più livelli. Agli intellettuali spetta il compito di definire una strategia politica alternativa a quella liberista e declinarla nei diversi campi della conoscenza, facendo particolare attenzione non solo all’elemento sociale ma anche a quello antropologico. L’analisi del comportamento dell’individuo in quanto essere sociale deve tenere conto della componente emotiva alla base dei processi di identificazione. Il solo richiamo all’identità socialista non basta: anche la destra ha una sua idea del sociale. D’altra parte, la funzione della classe politica è quella di elaborare il contenuto e la forma del messaggio, adattando il pensiero socialdemocratico alle dinamiche comunicative al fine di raggiungere una opinione pubblica più vasta.
 
L’esperienza vincente di Syriza e Podemos va in questa direzione e ci invita a riflettere sull’aspetto dell’organizzazione partitica, sui meccanismi di mobilitazione delle masse e sulle nuove strategie utilizzate per diffondere la cultura socialdemocratica. La sinistra italiana dovrà mostrarsi capace di interpretare la realtà ed entrare nei luoghi del conflitto, offrendo una valida alternativa sia alle destre sui temi sociali, che al Movimento 5 Stelle sulla concezione dei corpi intermedi. L’esaltazione del passato costituirebbe solamente un alibi di fronte all’incapacità di comprendere il presente.

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