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Piccoli segnali di speranza

Dall'archivio di EsseBlog

di: Alessandro Gilioli,

25 febbraio 2016

Categorie: Archivio

E così, in questi giorni, dai partitini della sinistra arrivano segnali piccoli piccoli che diventano rapidamente oggetto di ironie: come quella più classica, sulla ‘divisione dell’atomo’. Ironie facili ma fondate: il panorama rappresentativo di quest’area, frammentato fino al parossismo, le giustifica in pieno. Si fatica ormai da anni a seguirne la sequenza esiziale di scissioni, federazioni e controscissioni.

Quindi anche i segnali piccoli piccoli che adesso arrivano dai partitini – Sel e Rifondazione, soprattutto – passano subito nella parte posteriore del cervello: nell’archivio delle cose inutili da non ricordare. Del resto non sono certo notizie da prima pagina, neppure per chi sta con il cuore e la mente a sinistra: una lettera aperta di qua, un appello a non ripetere i vecchi errori di là.

Cose minute, appunto. Ma che vengono da pezzi della base. Spesso, pezzi giovanili. I famosi ragazzi cresciuti a pane e Internet. Che non vedono alcuna contraddizione nel leggere Bauman o Žižek e nel chattare su Facebook o Twitter. Che hanno vissuto le sconfitte della sinistra in tutta la loro esistenza adulta. Che non hanno rendite di posizione da difendere o simboli di partito di fronte ai quali si commuovono. Idealisti, in termini di giustizia sociale; pragmatici, in termini di strada per avvicinarvisi.

Ecco: forse, è l’inizio silenzioso della slavina. L’indispensabile slavina che tutto deve distruggere, unica condizione per cui qualcosa di migliore e più grande si possa ricreare. Distruggere, intendo, le vecchie organizzazioni centraliste e residuali di un mondo che non c’è più, i cerchi magici che si sono sclerotizzati attorno a capi perdenti o a leader opportunisti – con tutte le loro logiche di spartizione, di corrente, di establishment.

Sì, è vero: al Pd, quattro anni fa, una cosa simile l’hanno iniziata a fare, chiamandola rottamazione. E qui vedo già le sopracciglia di chi legge che si inarcano preoccupate. Perché il pensiero scivola subito su Renzi, sulla sua ambiguità politica e sul suo ambizioso personalismo. Capisco la metabasi, è quasi pavloviana.

Invece dobbiamo dircelo senza paura, perché Renzi non c’entra: noi di sinistra, una rottamazione non ce l’abbiamo ancora avuta. E i risultati si vedono. Siamo a tutt’oggi – in termini di rappresentanza partitica – più o meno con gli stessi esponenti di dieci o quindici anni fa. Tutte ottime persone, ma con un sistema cognitivo palesemente inadatto ad affrontare la contemporaneità.

Non lo dico io: lo dicono i fatti. Lo dicono le loro sconfitte. La loro lontananza dai ragazzi che scappano all’estero o si rifugiano nel Movimento 5 stelle. Il loro attaccarsi a ruoli e a posizioni che la realtà fa svaporare gradualmente nel nulla. Come quegli anziani tipografi che ho conosciuto da ragazzo: attoniti e spaesati mentre ai reparti della Rizzoli arrivavano le macchine per la fotocomposizione.

Quindi chiudo con un sogno.

Un sogno in cui la deriva renziana del Pd ha come positivo effetto collaterale quello di consentire alle persone della sinistra italiana di prendere coscienza della propria identità collettiva. Di diventare da gente sparsa e divisa a popolo consapevole di sé e dei propri obiettivi. Un popolo che acquisendo questa consapevolezza, si rende conto subito dopo dell’inadeguatezza degli strumenti di cui oggi dispone a livello di rappresentanza. E quindi volta radicalmente pagina. In termini di pratiche, di costruzione, di esponenti.

L’indispensabile slavina che tutto deve distruggere, unica condizione per cui qualcosa di migliore e di più grande si possa ricreare.

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