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A proposito delle polemiche sul Fertility day

Una serie di riflessioni a freddo per vederci più chiaro

La ridda infinita di polemiche che ha seguito l’annuncio della campagna per il Fertility day, promosso dal Ministero della salute, che si svolgerà il 22 settembre a Roma, Padova, Bologna, Catania e altri comuni, si presta ad alcune considerazioni, che vanno ben oltre la specificità del tema evocato. Esprimeremo concetti abbondantemente controcorrente rispetto alla vulgata politically correct che si è scatenata nella circostanza, non senza farli precedere da una serie di puntualizzazioni introduttive.

1. Non amiamo in generale la ritualità dei “day”, la retorica cioè che si esaurisce nella confezione di giornate dedicate a questo o a quel tema, in ossequio ad una tradizione anglofona che non ci appartiene.

2. Non amiamo il Ministro Lorenzin, né riteniamo che le sue competenze siano adeguate ad una responsabilità cruciale come la sua. Non apprezziamo, del resto, la politica sanitaria di questo governo. Sarebbe folle farlo proprio nell’anno in cui indiscutibili indicatori statistici rendono esplicita, per la prima volta nella nostra storia recente, la diminuzione della speranza di vita media (!) e 11 milioni di italiani smettono di curarsi perché non hanno le risorse per farlo.

3. Non abbiamo dubbi sul fatto che nella valutazione del fenomeno, più che preoccupante, emergenziale della denatalità le ragioni di carattere strutturale ed economico siano fondamentali (crisi economica, precarietà, carenza di asili nidi, attacco capitalistico al welfare state ecc.). Questo dato lo assumiamo definitivamente come fondamentale e strutturale e quindi confidiamo non venga agitato in caso di un’onesta confutazione delle nostre idee.

4. Non nutriamo dubbi sul fatto che la maternità ed anche la paternità – i due concetti vanno necessariamente insieme – debbano essere l’espressione di una libera scelta, senza che in alcun modo vada nemmeno lontanamente ipotizzata una riserva mentale o un pregiudizio di qualsiasi natura nei confronti di coloro che non desiderano avere figli.

Fatte queste premesse, ci pare necessario, tuttavia, prendere in considerazione alcuni spunti di riflessione che un’iniziativa indubbiamente promossa in modo discutibile, propagandistico e rozzo, da chi non è in grado di esibire una credibilità e un’autorevolezza culturale sufficiente, suggerisce. Il ragionamento, che sorprenderà molti, può essere portato avanti proprio utilizzando dei criteri che fanno riferimento addirittura al corpo dottrinario di Gramsci relativo alla categoria del “senso comune” ma anche alla tradizione più classica del pensiero libertario e di quello scientifico. Sappiamo per certo che molti e molte, soprattutto, salteranno sulla sedia, insieme a giornalisti come Scanzi (se mai ci leggesse), che in altre circostanze abbiamo apprezzato, ma che si sono espressi su questa vicenda con una superficialità appunto “giornalistica”. E allora, ragionando, per amore di chiarezza ancora per punti, osserviamo quanto segue.

1. Nella storia dell’uomo non esiste una correlazione meccanica fra le condizioni di vita e la natalità. Se questa fosse esistita, l’estinzione della specie sarebbe stata molto precoce. Anzi cali demografici spesso si sono accompagnati a un miglioramento delle condizioni di vita.

2. Non c’è dubbio che la grande esperienza del ’68-’69 e degli anni Settanta, insieme a straordinari avanzamenti sotto il profilo culturale e ideologico e accanto a indubbie conquiste sul piano sociale, abbia tuttavia favorito dinamiche di frantumazione dei partiti, dei corpi intermedi, e persino della famiglia, spingendo verso processi di atomizzazione sociale. Inoltre l’indubbia e sacrosanta funzione emancipatrice del femminismo ha, di fatto, posto in discussione alla radice assetti familiari che, se pur discutibili e persino odiosi, erano funzionali al mantenimento di una natalità accettabile.

3. È il punto più rilevante, il cuore di una riflessione che ci pare però una voce nel deserto. Di che si tratta? Si tratta del fatto che uno dei tratti fondamentali del pensiero unico neoliberista, dominante ormai da molti decenni a questa parte, è la valorizzazione di alcune idee che nel complesso sono funzionali a un modello di società all’interno della quale la denatalità si assume alla stregua di un fatto assolutamente normale e funzionale agli interessi costituiti. L’idiotismo individualista esasperato, la spinta ai consumi che una vita da single inevitabilmente porta con sé (un single spende il 30% in più rispetto a una persona che vive in famiglia), l’utilità per il potere dominante di avere a che fare con la solitudine dei singoli che non si riconoscono più né in classi sociali, né in partiti e nemmeno in famiglie (ancorché naturalmente aggiornate all’oggi) rappresentano le ragioni fondanti di un senso comune che è venuto affermandosi e che certo non favorisce la natalità. Un senso comune, sia detto fuori da ogni inciso, che molto ha a che vedere con l’imponente rivoluzione passiva che subiamo a partire dagli anni Settanta e che ci ha ridotto, oggi, nella condizione penosa in cui ci troviamo.

4. Accanto a questo, e più in profondità ancora, quella che si è andata affermando, un po’ come la morte di dio di nicciana memoria, è l’idea di un presente inossidabile, unico ed eterno, che non ha bisogno di passato e non pensa al futuro. E che, in un’ottica tecnoscientistica esasperata, ritiene che le malattie siano tutte vinte e che l’immortalità sia dietro l’angolo. Questa falsa ideologia ha convinto femmine e maschi che si possono fare i figli a qualsiasi età. In questo senso, va detto per onestà intellettuale, che richiamare l’idea che esista un orologio biologico non è una bestemmia. (Altre e ben più gravi bugie sono state dette dal governo di Renzi). E la cosa vale sia per le donne che per gli uomini. Non molti sanno che anche questi ultimi col passare degli anni vedono ridimensionarsi pesantemente la propria fertilità.

È con la speranza di aver fornito degli spunti di riflessione non banali, né settari e, speriamo, “utilmente fuori dal coro” che concludiamo queste note, ancora una volta denunciando l’utilità per il sistema neoliberista di “fare affari” in una società di poveri déracinés senza figli, senza famiglia, senza sindacato e senza partiti. È sicuramente non sulla base di queste valutazioni che il ministro Lorenzin ha lanciato questa campagna. E non è su di lei che dobbiamo fondare le nostre speranze, evidentemente. Rimane il fatto che i figli vanno fatti quando è fisiologicamente più opportuno farli, possibilmente prima dei 35, 40 anni. Questo ovviamente non significa che non dobbiamo batterci per la difesa di un sistema economico e di uno stato sociale che renda meno “eroica” l’idea di mettere al mondo figli. Piuttosto che isterie, però, sarebbero utili energie spese per la costruzione di una nuova sinistra e di un nuovo partito che si batta per tali scopi.

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