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Quando Lenin chiese: “CHE FARE?”

Il “CHE FARE?” che cambiò la Storia

di: Luigi Nappi,

28 ottobre 2017

Categorie: Cultura, Filosofia Politica

Lenin scrisse, fra l’autunno del 1901 ed il Febbraio 1902, una delle più importanti opere politiche dal titolo “Che Fare?“. “Problemi scottanti del nostro movimento” il suo sottotitolo.

Lenin vi delinea, in modo sistematico, la sua teoria rivoluzionaria. Ne traccia una linea chiara, precisa, organizzativa e strategica, in quanto riteneva necessario formare rivoluzionari di professione attraverso un’organizzazione politica in grado in primo luogo di dirigere e poi, in una seconda fase e più a lungo termine, portare a compimento i processi rivoluzionari.

Nel libro è dunque tracciata la base del leninismo che ha poi caratterizzato quasi tutti i partiti comunisti del ‘900, compreso il Partito Comunista Italiano. Per Lenin non si trattava di scegliere semplicisticamente una via; la questione riguardava il metodo, e quindi un metodo per la lotta, per l’organizzazione.
Un attività politica pratica, ma soprattutto chiara al popolo che fino a quel momento non aveva maturato ancora una coscienza di classe, la quale secondo Lenin doveva arrivare dall’esterno: «La coscienza politica di classe può essere portata ai lavoratori solo dal di fuori; vale a dire, solo dall’esterno della lotta economica, al di fuori della sfera dei rapporti tra lavoratori e datori di lavoro»[1].

Oggi quello che manca nei meandri delle organizzazioni politiche di sinistra (troppe a dire il vero) è proprio una lezione politico-culturale proveniente dalla Rivoluzione d’Ottobre. Mancano i principi organizzativi, manca un partito amalgamante.
Lo abbiamo più volte detto: noi siamo solo una straordinaria comunità di compagni e compagne, sparpagliata in tanti partiti e piccole organizzazioni, che senza un organo centralizzato non supereranno mai decimali da congrega. A mio personale giudizio, un’altra difficoltà politica in cui versa la sinistra oggi è dovuta al fatto che manca una classe intellettuale di riferimento; manca quella che Gramsci chiamava “la connessione sentimentale tra intellettuali e popolo“.
A tal proposito, senza quella connessione, senza una mediazione tra masse popolari, intellettuali e dirigenti, il consenso crolla conseguentemente.
Il Progressismo, seppur lontano dalle idee leniniste, rimane comunque la soluzione ideale.

Questo rapido scritto, come altri d’altronde, non colmerà la lacuna. Il suo compito è solo quello di spingere ad una ulteriore, successiva riflessione più profonda e più larga, che riannodi i rapporti finora persi.
In sostanza, nulla più di una semplice sollecitazione per il tempo sprecato. Il tempo degli accordi sottobanco, dei proclami e delle vane dichiarazioni è ormai finito.

La Sinistra continuerà a vivere solo se sarà in grado di coniugare un’idea di politica “altra”, partendo da quel grido speranzoso proveniente dal risultato del Referendum dello scorso 4 Dicembre.
In quella larga percentuale, in quel 70% espressosi contro le modifiche alla Costituzione proposte dal Governo Renzi c’è anche il nostro popolo, il quale da anni ormai ci grida con rabbia: “Non ne possiamo più![2] e se noi continuiamo a non ascoltare quell’urlo, perderemo definitivamente quella connessione leninista, poiché il popolo senza organizzazione alla fine sceglierà il consenso populista o la via astensionista.

Facciamo in fretta, senza perdere di vista la lezione proveniente dal passato, senza rinnegare la nostra storia con una chiara prospettiva futura.
Immagino un grande partito che sostenga sostanzialmente due cose: la lotta alle disuguaglianze e la piena applicazione della nostra Costituzione.
Continuare a rincorrere il Partito Democratico significherebbe perdere ulteriore tempo e consensi in termini di adesioni. Inoltre, le formulazioni messe in atto a suo tempo da Romano Prodi (certamente un progetto politico innovativo anni fa) oggi non sono più avanguardistiche e soprattutto riproponibili aggiungendo alla sigla un 2.0.
Speriamo che alla fine i nostri sogni possano essere convogliati in una grande forza politica e che si possano tradurre, praticamente e realmente, in un lavoro coerente e più umano, che sappia ascoltare i bisogni di chi soffre.

[1] Osservazioni al primo progetto di programma di Plhekanov (Scritto tra il gennaio e l’aprile 1902) – Miscellanea Lenin II.

[2] Questo No che incoraggia – Rino Malinconico “Lef Rivista”.

Luigi Nappi

Sono nato nel 1985 a Nola, una cittadina della provincia napoletana, territorio vittima della camorra e dallo scellerato inquinamento ambientale definito "terra dei fuochi". Per questo ho scelto di lottare per una realtà diversa, a partire dalla realtà stessa. Scelsi di militare nel partito della rifondazione comunista e per circa dieci anni, ho intrapreso battaglie molto dure in un territorio molto complicato, in difesa del lavoro, a sostegno della legalità, a tutela dell' ambiente e dei beni comuni. Attualmente, insieme a tanti compagni, abbiamo dato vita ad un associazione politica culturale chiamata FRASTUONO, per la crescita del paese verso uno sviluppo armonico, sociale, culturale e morale. Seguo, con interesse i lavori costituenti per un partito della sinistra alternativa, conscio del fatto che essere comunisti e di sinistra è sempre stato difficile, oggi più che mai.

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