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Referendum per l’autonomia

le ambiguita’ e le contraddizioni sul referendum per l’autonomia della Lombardia

di: Valerio Trabucchi,

17 Agosto 2017

Categorie: Italia, Lombardia, Politica Interna

La Regione Lombardia ha presentato un’istanza referendaria al “popolo” lombardo per proclamarsi “regione autonoma”. L’iter legislativo per la promulgazione del referendum consultivo ha visto la sua definitiva conclusione il 4 febbraio 2015. La legge che istituisce il referendum prevedeva prevede una maggioranza qualificata ed è stata raggiunta grazie ai voti dei M5S (58 favorevoli su 80). Il cittadino eserciterà il proprio voto digitalmente attraverso uno delle centinaia di tablet acquistati che saranno poi devoluti alle scuole lombarde (in totale la spesa organizzativa si attesterà sui 40 milioni di euro).
 
L’obiettivo della Regione Lombardia è ottenere maggiore autonomia e competenze dallo Stato nelle materie previste dall’art. 117 della Costituzione, ad esempio istruzione, ambiente, giustizia. Ciò vuol dire andare oltre la logica del complesso federalismo entrato in vigore a partire dal 2001 con la riforma del Titolo V e che prevede un ampio decentramento della gestione delle competenze e degli strumenti fiscali. La giunta Maroni vuole presentare un’istanza carica di voti pro autonomia dinnanzi lo Stato per revisionare la Costituzione. Le possibili trattative con lo Stato (basate sull’art. 116 della Costituzione) dovrebbero terminare con una ratifica del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti. Già qui emergono profondi dubbi sulla riuscita finale del progetto poiché il referendum consultivo rappresenta un’inezia rispetto alla tortuosità di un possibile confronto con lo Stato e successivamente di un iter costituzionale parlamentare. Ciò che avverrà il giorno dopo le votazioni non sarà altro che un nulla di fatto. Osservando i precedenti storici, regioni come Toscana, Emilia, Piemonte e Veneto (in cui avverrà un referendum analogo a quello lombardo) provarono a trattare con lo Stato per negoziare il federalismo ma gli esiti furono tutti negativi. Queste deduzioni sono già state analizzate in casa Maroni e la bocciatura del progetto è già messa in conto, tuttavia rimane la carta più importante su cui giocare: quella politica-demagogica. Il referendum consentirà al popolo Lombardo di respirare un’illusoria aria di autodeterminazione e affermazione all’interno del teatro nazionale, per alimentare la smania di autonomia; si sentiranno sino alla data del referendum-day le consuete asserzioni come: “così potremo proteggere i nostri confini e saremo più sicuri, così potremo trattenere più soldi, potremo fare come il Trentino…” Tuttavia, armati di spirito critico, è doveroso creare un’adeguata risposta contraria e dissonante contro il coro univoco della politica di maggioranza pervaso da spunti demagogici, carico di luoghi comuni. L’obiettivo è entrare nel dibattito analiticamente, affermando le contraddizioni politiche e il non senso di questo referendum.
 
L’argomento più sentito tra la popolazione e nella campagna referendaria (e strumentalizzato dalla destra) è quello legato ai possibili cambiamenti nella gestione delle entrate erariali e della spesa pubblica. Numericamente la Lombardia è la regione con la maggiore produzione nazionale contribuendo al 20 % del PIL: nel 2014 (ultimi dati ufficiali) ha riscosso in totale 72,3 miliardi di imposte tra IRES, IRPEF, IVA; il gettito pubblico si attesta invece sui 46,7 miliardi tra interessi sui titoli pubblici, spese per i servizi. Tuttavia la spesa per gli enti pensionistici si afferma con un sonoro 53,5 miliardi. In totale i soldi spesi la spesa pubblica regionale ammonterebbe a circa 100 miliardi di euro.
 
I cittadini leggeranno il seguente quesito: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative nazionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi dell’art.116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?” Agli occhi del votante il quesito appare subito “suggestivo e ambiguo”. Il lettore sintetizzerà e interpreterà il contenuto come una domanda retorica: “vuoi tu avere maggiore autonomia?”, la risposta è “certo che la voglio”.
 
Lo spirito ambiguo della domanda, ma anche dell’intero progetto referendario, è da ritrovarsi nell’idea attuale delle regioni a statuto speciale: emerge la volontà di trattenere il maggior numero di risorse da destinare ai propri territori, in contraddizione profonda con il sommo principio di solidarietà espresso sia in Costituzione sia nell’idea stessa del federalismo.
 
Emerge un’altra riflessione sul concetto stesso di Regione a statuto speciale: ad esempio la Regione Sicilia gode di una larghissima autonomia fiscale federale, trattenendo nove decimi delle entrate erariali; tuttavia, fin dalla sua istituzione, la gestione finanziaria e amministrativa delle risorse si è manifestata talvolta in forme di scarsa efficienza, produttività, trasparenza e divergente dalle direttive nazionali. È dunque necessario mantenere un ordinamento regionale e costituzionalmente riconosciuto con tali autonomie? La Regione Lombardia molto spesso definita regione virtuosa (ma con un livello altissimo di corruzione e di infiltrazioni mafiose) necessita veramente di essere un territorio con più autonomia? I suoi livelli di sviluppo produttivo sono stati garantiti negli anni pur essendo una regione ordinaria, allora perché cambiare registro? Infine, siamo sicuri che livelli soddisfacenti di efficienza e trasparenza amministrativa e finanziaria verranno garantiti acquisendo l’autonomia? La risposta, secondo molti giuristi e costituzionalisti, è negativa.
 
La volontà di rendersi autonomi soddisfa la brama di primeggiare a livello nazionale, di spiccare a livello europeo e di identificarsi nella parola “Lombardia” invece che con l’idea di nazione Italia.
La Lombardia presenta una certa problematica socio-economica: l’alto numero di casi di morosità, l’aumento delle disuguaglianze economiche tra periferie e centri produttivi e finanziari, una rete sanitaria, soprattutto montana, fortemente ridimensionata. La voce dei territori non può essere messa in risalto da manie di autonomia, ma attraverso l’ascolto reciproco tra amministratori locali e organi superiori, tessendo una rete democratica di incontro in cui i diritti delle persone e dei territori vengano assistiti dalla mano dello Stato. Fondamentale è la gestione consapevole, legittima e trasparente delle risorse e dare un nuovo soffio vitale al percorso unitario della Nazione. Il non senso di questa subdola domanda di autonomia, pura propaganda della giunta Maroni, isola la regione Lombardia dal resto del Paese. La risposta alla crisi arriva solo attraverso un approccio unitario, ma specifico per ogni realtà e non mediante l’egoismo che ha infettato lo spirito politico e il significato puro di collettività nazionale.

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