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Riflessioni e appunti per un programma economico

E' la bassa crescita a generare deficit di bilancio e non il contrario

In Italia continuano a crescere, inesorabili, disuguaglianze e povertà. Nel contempo, i dati Ocse ci informano che anche per il biennio 2017/2018 resteremo fanalino di coda al G7, con un PIL inchiodato all’1%.
I numeri: oggi, sotto il nostro cielo, 8.3 milioni di cittadini versano in condizione di povertà relativa, mentre oltre 4.6milioni si ritrovano addirittura in condizione di povertà assoluta. Significa, chiaro e tondo, che il 21% circa della popolazione non vive un’esistenza dignitosa. Le conseguenze sono molteplici: 11milioni di italiani rinviano le cure mediche o vi rinunciano del tutto; 2milioni di famiglie subiscono disagi abitativi; fra i paesi più industrializzati al mondo, inoltre, risultiamo ultimi per il numero dei giovani laureati. In questo panorama inseriamo anche la percentuale di precari under 25: il 57% del totale.

E’palese: l’Italia non riparte. Il modello economico adottato, costretti da un lato dal fiscal compact e dall’austerità impostaci, dall’altro dallo sperpero di risorse che operiamo – si pensi in via esemplificativa ai famosi bonus del Governo Renzi, veri buchi nell’acqua – non potrà che peggiorare ulteriormente una situazione di per sé al tracollo. Economisti neoliberali, come Alesina e Giavazzi, hanno suffragato le tesi della BCE e della Germania per cui sarebbe inevitabile un riscontro espansivo attraverso le politiche di austerity. Le politiche di spesa pubblica sono state messe al bando dall’Europa, accusate di aver innalzato e di innalzare ancora il debito pubblico.
In realtà, in linea generale, le buone politiche di spesa governativa si ripagano da sole, e così si ripagano anche i debiti stessi, ma solo una volta raggiunti livelli di crescita ed occupazione stabili, vere priorità rispetto agli impegni presi con l’Europa. Fior fiore di economisti sostengono questa tesi: da Arrow a Slow, da Diamond a Sharpe e Maskin. Costoro criticano aspramente il vincolo del pareggio di bilancio, asserendo che imporre un tetto rigido alla spesa pubblica non possa che manifestare un elevato grado di distruttività, soprattutto se applicato in casi di recessione. Operare tagli netti alla spesa governativa ed insieme incrementare la pressione fiscale in maniera indiscriminata hanno sortito, de facto, risultati tragici, che continueranno a perpetrarsi nel medio e lungo periodo.

Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, ravvisa che alla radice dei problemi di sviluppo che le economie avanzate oggi si ritrovano ad affrontare, vi sia la debolezza della domanda aggregata: quest’ultima sèguita ad affievolirsi a causa della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi – perché, com’è ovvio, la porzione di reddito che viene consumata diminuisce in maniera proporzionale rispetto al crescere del reddito.

Con grande umiltà vorrei apportare anch’io un piccolissimo contributo al dibattito economico, attraverso la rilettura di uno dei più grandi economisti che la storia abbia conosciuto ed, incredibilmente, ignorato oggi in Europa: Keynes.

Keynes ebbe l’ardire di attuare una sorta di rivoluzione copernicana nella macroeconomia, confutando la legge del Say, ovvero l’idea che sia l’offerta a generare la domanda. Affermò, al contrario, che sia proprio la domanda stessa ad originare il reddito di una nazione (il PIL), e così anche il livello di produzione, con conseguenti effetti diretti sull’occupazione. Questo si chiama “principio della domanda effettiva”: è cioè la domanda dei consumatori ad indurre le imprese a produrre di più, costruire nuovi impianti ed assumere conseguentemente più lavoratori. L’eccesso di risparmio sortisce al contrario un deficit di domanda tale da far diminuire il livello di produzione, e dunque accrescere la percentuale di disoccupazione.

Keynes proponeva di agire direttamente sull’incremento della domanda aggregata per rilanciare – assieme al PIL statale – l’occupazione.
Essendo la domanda aggregata così strutturata:
Consumi + Investimenti + Spesa pubblica + Esportazioni – Importazioni
è evidente sorga l’esigenza di implementarne gli addendi.

– Per accrescere i consumi sarebbe auspicabile, anzitutto, diminuire le tasse. Ma non in misura indiscriminata, non attraverso una Flat Tax al 15%, negazione dell’art.53 della nostra Costituzione. La progressività delle imposte – che andrebbe massicciamente incentivata, aumentando il numero degli scaglioni – è, oltre che costituzionalmente doverosa, economicamente di gran lunga più vantaggiosa. Diminuire le tasse di chi dispone di ingenti patrimoni risulta, al contrario, totalmente inefficace; banalmente, aumentare di 200euro il reddito netto di un lavoratore che guadagna 1000 euro al mese significa accrescere, per ciascuna unità che ne beneficia, di 180euro la domanda aggregata, essendo al 90,8% la propensione al consumo delle famiglie italiane. E’il caso dunque di abbassare il carico fiscale del ceto medio, che ha maggiore propensione al consumo, e nel contempo istituire un’imposta patrimoniale in funzione redistributiva aumentando magari, nel contempo, la tassazione delle rendite finanziarie e dei capital gains, che non contribuiscono di per sé allo sviluppo produttivo del Paese. Non parliamo di misure “socialiste” : siamo infatti l’unico paese OCSE a non avere ancora previsto una tassa sulle grandi ricchezze improduttive.

– Considerando la difficoltà di rilanciare gli investimenti in periodi di crisi, anche semi-azzerando i tassi di interesse, e tenendo conto che import ed export in un mondo globalizzato siano relativamente difficili da dominare, il parametro sul quale dovremmo concentrarci in particolar modo è quello della spesa pubblica.
In Italia si è raggiunto un equilibrio sotto-occupazionale stabile; Keynes proponeva i lavori pubblici come prima soluzione a tale crisi: strade, ferrovie, urbanistica. Ad oggi potremmo aggiungere, per esempio, un piano per la mobilità sostenibile e per le energie verdi – stimolando la ricerca tecnologica e la produzione di impianti nazionali –  nonché un grande piano di investimenti per la progressiva messa in sicurezza del nostro territorio, investendo fortemente, inoltre, nei campi dell’istruzione e della salute. Il cittadino che risparmi, per esempio, sulle cure mediche, potrà spendere il corrispettivo risparmiato, rimettendo in circolo il denaro ed incrementando la domanda aggregata. Questi investimenti pubblici – che andrebbero a produrre beni materiali ed immateriali – potrebbero essere finanziati non solo mediante una serie di tagli alle spese improduttive (come quelle militari, fortemente cresciute negli ultimi anni) ma, altresì, con lo strumento degli Eurobond, al fine di condividerne il rischio fra tutti i paesi dell’Eurozona.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro occorre inoltre operare un intervento mirato alla deprecarizzazione dello stesso. Abbiamo promosso per anni l’utilizzo dei voucher, cancellato l’art.18 dallo Statuto dei lavoratori, ma soprattutto abbiamo delegittimato il ruolo sacrosanto dei Sindacati. Invece, offrire tutele ai lavoratori e nel contempo un salario che consenta loro di vivere, e non solo di esistere, non solo è doveroso da un punto di vista morale, ma anche economico. La crescita del potere d’acquisto, registratasi nel 2016 grazie alla stagnazione dei consumi ed alla deflazione, è infatti un dato del tutto transitorio: i prezzi, che sono aumentati, nel 2017, più che proporzionalmente rispetto agli stipendi, ed insieme l’incertezza verso il futuro, non faranno che deprimere ulteriormente i consumi: chi ha poco, e soprattutto, chi non ha la sicurezza di un’occupazione stabile, tenderà a risparmiare quanto più potrà. Come spiegato in precedenza, questo eccesso di risparmio contrarrà la già debole domanda aggregata, azzerando i presunti benefici della liberalizzazione del mercato del lavoro. Sarebbe invece utile favorire la stabilizzazione dei rapporti lavorativi, anzitutto imponendo carichi fiscali tali da rendere antieconomico il ricorso a contratti diversi dall’indeterminato. Inoltre, attraverso la creazione di un Contratto nazionale di lavoro, appare imprescindibile rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori affinché i salari tendano finalmente a crescere, incentivando ancora una volta la domanda interna.
– Non sottovalutiamo poi l’importanza di agire in merito alla deregulation in fatto di prezzi e tariffe controllate. Eggertsson e Krugman, premio Nobel ed economista della FED, hanno evidenziato come interventi opposti alle liberalizzazioni, e dunque tariffe controllate e monopoli pubblici, siano imprescindibili nella ripresa economica.
– Infine si rivela basilare, durante un periodo di crisi, intervenire anche sulla deregolamentazione dei mercati finanziari, che, nutriti dall’incertezza, agiscono in via speculativa. La disponibilità di moneta liquida, a causa della finanziarizzazione dell’economia, costituisce il perno delle speculazioni stesse. Per mitigare questa tendenza è fondamentale imporre una tassa oggettivamente elevata, al fine di disincentivare le transazioni a breve termine generalmente speculative – favorendo invece gli investimenti a lunga scadenza.

Concludo con un breve appello: il laissez-faire e le privatizzazioni, cominciate tra gli anni ’80 e gli anni ’90, hanno reso più che mai tangibile, in particolare a partire dal primo decennio del nuovo millennio, tutta la propria forza distruttrice. Forza da sé inarrestabile, che si moltiplica esponenzialmente in combinato disposto con l’austerity ed il fiscal compact.

E’ nostro dovere invertire la tendenza, rovesciando il paradigma che vede l’economia dominare la politica.
Per farlo, abbiamo bisogno di una forza politica che guardi il mondo con gli occhi di chi, dalla barbarie dell’economia iper-liberista, è stato fagocitato. Il nascente Art.1- Movimento Democratico e Progressista si dovrà porre proprio quest’obiettivo: di non svolgere mera testimonianza, bensì diventare un Partito radicato e radicale, che abbia l’ambizione di governare questo Paese, di incidere, di cambiare le condizioni di vita di chi non ce la fa più, di chi arranca, di chi non ha più l’energia tale da riuscire ad alzare la testa. Una forza che, anziché elemosinare qualche spicciolo all’Europa per farsi bella in campagna elettorale, abbia il coraggio di farsi valere per operare una reale inversione di rotta. Che non agisca cancellando i diritti, ma ne offra più di prima: perché è imprescindibile moralmente, economicamente, ed anche costituzionalmente. Abbiamo bisogno di una forza che ponga al centro del proprio agire la lotta alle disuguaglianze, ripensando il settore pubblico come regolatore e propulsore insieme, offrendo al popolo due garanzie: “il pane e le rose”; dal diritto ad uno stipendio dignitoso al diritto all’istruzione, dal diritto alla salute al diritto alla casa.

Perché, come Stiglitz insegna, è la bassa crescita a generare deficit di bilancio e non il contrario.

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